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el nord della Russia,
affacciata al
Mar Bianco, esiste una città così fuori dal mondo da apparire un non-luogo
ai suoi stessi abitanti. E’ Severodvinsk, nata come gulag all’epoca del
terrore staliniano e divenuta poi centro industriale, sede dei cantieri
navali Sevmash e Zvezdochka. Sevmash è rimasto l’unico cantiere russo a
costruire sottomarini nucleari, Zvezdochka si occupa invece dello
smantellamento di queste macchine da guerra e dello stoccaggio del
combustibile nucleare della marina militare.
Vivere a Severodvinsk
è difficile non solo per la rigidità del clima. Le persone che ai tempi
della guerra fredda lavoravano per l’industria bellica ora sono quasi tutte
disoccupate, non essendo il governo più in grado di pagare gli stipendi.
Nella sciagura, hanno avuto almeno la fortuna di essere sopravvissute. A
Severodvinsk, infatti, si è sempre lavorato a contatto con materiali
radioattivi. Un numero incalcolato di operai è stato colpito dal cancro e
molti sono morti dopo aver messo al mondo figli deformi o con sistemi
immunitari gravemente debilitati.
Gli orfani di chi ha
lavorato a Sevmash vengono ospitati e accuditi a Dietzky Dom, la "Casa del
bambino". Alcuni sono privi di occhi, o di braccia o di gambe. Altri sono
malati di cancro. Chi non è nato deforme è sordomuto.
Dell’incubo Severodvinsk
non parla nessuno, nemmeno chi lo vive: può accadere che per timore di
rappresaglie gli abitanti neghino che vi sia una relazione tra le
menomazioni dei figli e la radioattività che impregna l’acqua, la terra,
tutto. Lo stesso fanno i medici. Chi ha cercato di rompere la cortina di
reticenza e paura, come Alexandr Nikitin, un ex capitano della flotta russa
che contribuì alla stesura di un report di un’associazione ecologista
norvegese, è stato imprigionato e condannato a morte per divulgazione
d’informazioni segrete.
Oltre a
disinteressarsene, il governo di Mosca ostacola con la burocrazia gli aiuti
provenienti dall’estero. Recentemente dalla Germania un’organizzazione
umanitaria aveva inviato una sofisticata apparecchiatura per i bimbi
sordomuti: poiché le tasse di sdoganamento erano addirittura superiori al
costo del macchinario, l’apparecchiatura è rimasta nei magazzini della
polizia di frontiera, dove giace tuttora.
Questa è Severodvinsk:
non-luogo dove l’espressione segreto militare ha nascosto un olocausto
ovattato, soffocato nel gelo e nella distanza.
Il fotografo
doardo Gianotti è nato a Torino
nel 1963. Laureato in antropologia culturale presso la Facoltà di Scienze
politiche, inizia a lavorare come fotogiornalista free-lance nel 1994.
Ha realizzato reportages
sulla Russia post-comunista, sul narcotraffico in Colombia, sulla guerriglia
in Kashmir e ha seguito con particolare attenzione tematiche legate alla
condizione dell’infanzia. Nel 1998 ha fornito al Progetto IPEC delle Nazioni
Unite, finalizzato alla lotta allo sfruttamento dei minori, immagini sulla
situazione dei minori in India e Nepal.
All’inizio
di quest’anno si è recato nell’Artico russo, nella zona militare chiusa agli
stranieri di Severodvinsk, per documentare gli effetti della contaminazione
nucleare sulla popolazione.
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