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n° 7 del 6 aprile 2007 |
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inora il regista Zack Snyder era famoso per una sola cosa: l’idea geniale di far correre veloci gli zombie. Sino al suo "L’alba dei morti viventi", gli zombi avevano una tipica andatura lentissima, che oggettivamente regalava agli umani un grosso vantaggio in caso di attacco. Dopo aver realizzato un film all’interno di un filone classico dell’horror, Snyder (per dare l’idea di quanto strani siano i percorsi produttivi e commerciali di Hollywood), ha portato sullo schermo una della battaglie più famose dell’antichità classica: quella delle Termopili, dove 300 spartani, comandati dal re Leonida, riescono ad arrestare l’avanzata del gigantesco esercito persiano di Serse.
Anche dalla parte degli spartani ci sarebbe una specie di freak, un gobbo deforme che somiglia a Gollum. Purtroppo però Leonida, non volendo punti deboli, non lo ammette in battaglia. Il mostro, di conseguenza, passa dall’altra parte e rivela ai persiani il trucco per aggirare i greci. Viene da pensare che sarebbe stato meglio buttarlo giù appena nato dalla rupe Tarpea, il destino al quale era casualmente sfuggito. L’inizio del film ci mostra infatti l’educazione spietatamente militare destinata ai figli di Sparta, "forgiati secondo le regole di una società guerriera": si insiste con i bambini su parole come "onore", "rispetto", "Patria", sulla morte nel campo di battaglia come la gloria più grande che la vita può offrire. Società organizzate in modo alternativo vengono abbondantemente sbeffeggiate: degli ateniesi si dice che sono "filosofi effeminati". Questo stesso pregiudizio anti-intellettuale lo si ritrova nella figura di Terone, il consigliere politico di Leonida, che si rivela un personaggio infido, un nemico interno. Il pensiero e l’azione sono infatti categorie da contrapporre: c’è chi è capace di fare e chi, invece, parla. La politica è solo una resistenza da superare prima di passare all’azione. "La libertà non viene regalata, e esige il più alto dei tributi, il tributo del sangue". La guerra non è vista come una questione politica da discutere, ma come un’estrema esperienza umana. Va affrontata, e basta.
A costringere, volenti o nolenti, all’interpretazione allegorica, è tuttavia il film stesso. Anzi, un momento preciso della pellicola, quando uno dei comandanti spartani parla così dei suoi alleati, gli àrcadi. Di loro dice testualmente: "Sono dei coraggiosi dilettanti". In tempi come i nostri, è davvero immediato il collegamento con l’attualità delle alleanze degli Stati Uniti. Questo inciso sembra portar acqua al mulino di una malcelata certezza americana: alla fine dei conti, sugli alleati mica si può fare affidamento più di tanto. Quando si tratta di combattere, deve pensarci l’America per tutti. Gli altri sono, appunto, coraggiosi dilettanti. L’allegoria politica, però, oltre un certo livello non regge più: nel film quelli motivati ad andare in battaglia siamo noi, mentre i mostruosi persiani bisogna frustarli, per farli avanzare. Sappiamo invece che l’ambito motivazionale è completamente rovesciato, se guardiamo gli spartani e i persiani di oggi, le prezzolate minoranze che gli USA mandano in guerra contro uomini che fanno della loro fede per la causa del martirio l’arma più forte. Vedere, almeno sullo schermo, che noi siamo soldati spavaldi e coraggiosi può fornire forse a qualcuno qualche briciolo di consolazione. |
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