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Ettore Paris

Il PM a Fort Apache

Il tribunale di Gela, fragile avamposto dello Stato in territorio nemico. Il PM Giovanni Kessler, un maxiprocesso, le minacce, gli attentati. Cronaca di alcuni giorni in terra di mafia.


n° 13 del 22 giugno '96

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ici a me?" – chiede con un gesto la ragazza dai capelli biondi, indicando se stessa "Sì, a te, a te – risponde dietro il vetro dell’aula bunker il ragazzo moro, capelli ricci e quattordici omicidi sulle spalle – Ti faccio tagliare la gola." e con il taglio della mano si disegna un semicerchio all’altezza del collo.

"Così si prende anche una denuncia per minaccia aggravata a pubblico ufficiale – commenta poi, passata dall’aula al suo ufficio, la ragazza, Antonella Bernocco, trent’anni, giudice a latere nel processo "Bronx"; le hanno già bruciato la macchina e vive sotto scorta, e in più ha due soldati con il fucile spianato sotto casa – Ma tu Giovanni la scenetta non l’hai vista, mi sono girata a guardarti, e avevi lo sguardo acquoso... "

"Ahi, mi hai beccato! – risponde ridendo il Pubblico Ministero, il trentino Giovanni Kessler – Sì, ero distratto. D’altronde non ti serve certo la mia testimonianza..."

L’episodio inquadra il clima e la situazione al Tribunale di Gela. "Fort Apache" è chiamato dall’Antimafia: se la Sicilia è la prima linea nello scontro tra Stato e criminalità, Fort Apache è oltre questa linea, è un avamposto in territorio nemico. E vive come in stato di assedio: i soldati pattugliano le strade di accesso, i magistrati arrivano con la scorta e l’auto blindata, i detenuti sono accompagnati da pullman di carabinieri armati.

A venti metri dal tribunale sta sostando un gruppo di donne, madri, sorelle, morose degli imputati: mi riconoscono subito come giornalista venuto da fuori, che scriverà male dei loro cari. Si alzano grida, invettive, in siciliano strettissimo; mentalmente provo a tradurre: "Speriamo che oggi ti ammazzino".

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ela è la prima tappa del nostro viaggio fra i trentini dell’Antimafia. 80.000 abitanti, su una collina prospiciente il Mar di Sicilia; e la collina è ricoperta da un ammasso di casoni accatastati stretti stretti, e il mare è dominato da un colossale impianto petrolchimico, che ha portato occupazione ma distrutto la timida economia turistica: sulla spiaggia, di fronte alle petroliere, l’hotel Mediterraneo è chiuso, l’impianto balneare La Conchiglia cade a pezzi. "Nessuno ne parla, ma tutti lo sanno: la raffineria è obsoleta, ancora un paio d’anni e chiuderà. E se oggi Gela è una città triste, allora diventerà disperata" – ci dice un giornalista de La Sicilia.

Ma intanto tra i giovani si è fatto strada il rifiuto del lavoro della terra, ritenuto un mestiere disonorevole. Una perdita di identità, di valori, una situazione ideale per il diffondersi della criminalità, che con la fine degli anni ’80 è diventata forte, ed ha iniziato a taglieggiare. 600 attentati ai commercianti, dalle fucilate contro le serrande agli incendi dei negozi e delle abitazioni: l’80-90% dei commercianti e la totalità degli imprenditori costretti a pagare il pizzo, tutti gli appalti pubblici sottoposti a un prelievo del 2-3%. E poi la guerra di mafia, fra le due organizzazioni rivali, "Cosa nostra" e la più primitiva e brutale "Stidda": un capocosca stiddaro perde la pazienza con i concorrenti: "Andate fuori e ammazzate i primi che incontrate" – ordina ai suoi, che subito eseguono: otto morti in una notte, e poi quasi cento nella guerra che segue.

Lo Stato risponde istituendo nel ’91 il Tribunale di Gela, e con una grande operazione investigativo-repressiva, chiamata dai carabinieri "Bronx", dal quartiere di Gela in cui ha luogo; la fine dell’impunità muove qualcosa, ci sono i pentiti, alcuni commercianti rompono l’omertà e accettano di testimoniare. Ma non dura. Il maxiprocesso Bronx ritarda, la mafia si riprende, sostituisce gli arrestati, uccide un commerciante testimone, ne costringe altri due a fuggire riparando altrove sotto altro nome. E le estorsioni proseguono.

"Il Bronx con i suoi 60 imputati è l’unico maxiprocesso che riusciremo, se tutto va bene, a concludere – ci dice Marisa Bruno, 31 anni e sostituto procuratore – Gli altri due maxi, uno ancora di mafia, estorsione e droga, un altro di corruzione nella pubblica Amministrazione, non riusciremo a portarli a termine. Poi ci sono tutti i processi minori (minori per modo di dire, sono sempre estorsioni e tentati omicidi) che fatalmente rimarranno indietro. "

Come mai?

"Il Tribunale di Gela è stato sì istituito, ma non lo si è dotato di un organico adeguato – risponde il Presidente del tribunale Salvatore Cantaro, che vive anch’egli sotto scorta, da quando due pentiti hanno rivelato i piani per eliminarlo – I posti previsti sono troppo pochi, e per di più non sono ricoperti. "

Il fatto è che a Gela non vuoi venire nessuno, non solo per il pericolo, ma per le scarse attrattive di una città bruttina, povera e chiusa in se stessa. Il Consiglio Superiore della Magistratura ha solo una massa di manovra: gli uditori, i giovani magistrati freschi di concorso. Ecco quindi il Tribunale di Gela pieno di trentenni alle prime armi, mandati allo sbaraglio sulla linea del fuoco, anzi oltre. Fort Apache non solo è in territorio nemico, ma ha poche truppe, e quasi tutte reclute.

Chi non sapendo nuotare viene buttato in acqua ha due alternative: imparare o affogare. A Fort Apache, per una serie di combinazioni positive, hanno tutti o quasi imparato a nuotare; o almeno così sembra, a giudicare dall’entusiasmo profuso nel lavoro, dal clima cordiale, di reciproca stima e amicizia tra i magistrati esperti e quelli alle prime armi ("non posso parlare che bene di questi ragazzi" – ci dice il presidente Cantaro); cosa non frequente nei tribunali, anche di prima linea, basti pensare a Palermo e ai suoi noti veleni. "Forse è perchè viviamo come gli inglesi in India, fatalmente non abbiamo rapporti con l’esterno, dobbiamo sempre stare assieme" – commentano Laura Ruffino e Alessandra Serra, che con un anno e mezzo di magistratura alle spalle reggono la Procura presso la Pretura. "Certo che vivere così, chiusi in casa, gli anni migliori della giovinezza... – è un’altra delle uditrici a parlare – Tutti facciamo subito domanda di trasferimento; anche se in questa maniera, con nessuno che resta più di due-tre anni, per forza il Tribunale è sempre in crisi. "

C

omunque, pur con tutta la buona volontà, non è ai magistrati di primo pelo che si può affidare l’antimafia. Per questo ad essi viene affidato il lavoro "normale", mentre la Direzione Distrettuale Antimafia di Caltanissetta affida le inchieste impegnative a personale già esperto. E di lì vengono i PM del processo Bronx, il palermitano Nino Di Matteo e il trentino Giovanni Kessler. Coppia strana e affiatata: siciliano verace Di Matteo, di famiglia palermitana agiata, magistrato il nonno e avvocato il padre, vive l’impegno antimafia come un dovere civile per il riscatto della propria terra; Kessler invece è un "applicato", ossia un magistrato, in genere del centro-nord, che su propria richiesta, per un certo periodo di tempo (dai sei mesi ai due anni), lavora all’Antimafia, per motivazioni ideali e professionali (fare il magistrato in prima linea), essendo nulli i vantaggi economici e di carriera.

Quando arrivo da Trento al Tribunale di Gela, i due PM hanno appena terminata la requisitoria: iniziata da Di Matteo, che ha definito "storico" il processo Bronx, momento che può segnare una svolta per Gela; e terminata da Kessler, che ha chiesto quasi nove secoli di carcere per i 46 imputati.

Il Tribunale è più che mai Fort Apache: "Deve stare attento dottore – sussurra a Kessler il fido Messina, l’autista dell’auto blindata – oggi giù in città lei ha provocato grande agitazione... "

In città... Quando esco per prendere un caffè, mi accorgo che poco davanti camminano le donne degli imputati, le stesse che poco prima mi hanno minacciato: e se ci troviamo insieme al bar? Poi loro tirano diritto, e il bar è anch’esso militarizzato, tre soldati in tuta mimetica dalla faccia di mercenari, due carabinieri all’angolo, con il mitra imbracciato: mai avrei pensato di identificarmi così totalmente con lo Stato.

In città... fuori dal perimetro controllato dai militari, ci devo andare, per capire il clima, per fare delle foto. "Stai attento – mi dice Kessler – non provocare": che vuoi dire sii umile, occhi bassi e non rispondere se qualcuno ti riconosce e ti insulta.

"Sì, anche noi dobbiamo stare attenti – mi confida il cronista di uno dei due giornali locali – Abbiamo avuto qualche lettera anonima, qualche auto bruciata. In aula ci teniamo lontani dai parenti, e ruotiamo fra di noi per non farei troppo notare. "

Ma si può dire civile una società come questa?

"Alle elementari, alle medie e soprattutto al liceo ho avuto compagni di classe per bene e insegnanti appassionati: abbiamo imparato davvero, tutti i miei amici si sono laureati e sono cresciuti nel senso del dovere – mi dice una ragazza – Perché poi la città sia precipitata in questa maniera, non lo capisco. "

E che la città sia sull’orlo del precipizio, non è un’opinione peregrina. Nel ’92 il Consiglio comunale è stato sciolto per mafia, e nemmeno quello attuale è al di sopra di ogni sospetto. E la criminalità porta facile ricchezza ad alcuni, ma deprime l’insieme dell’economia. Per Gela si affacciano giorni neri: "C’è gente che letteralmente non ha da mangiare – ci dice un giornalista – E’ di qualche giorno fa la notizia di una donna di 46 anni, rimasta senza sussidi e senza parenti: si è messa sull’uscio di casa in attesa della morte. "

Se la società si disgrega, che può fare la repressione? Ma d’altronde, come può reggere una società in cui la violenza domina incontrastata?

E il processo Bronx, non è giunto troppo tardi e isolato? Non rischia quindi di essere inutile?

"Inutile è una parola forte – mi rispondono tutti – Certo, la risposta dello Stato, se è episodica serve a poco, non si riesce a garantire la civile convivenza."

A Fort Apache sono tutti (o quasi) bravi e valorosi, ma probabilmente non basterà.

Ma ha senso che ci sia un Fort Apache?

 

Su questo numero:

Kessler: i perchè di una scelta

Il GIP nel Tribunale dimenticato

 

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Mafia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

600 attentati ai commercianti, 100 morti nella guerra di mafia.
Poi arriva la risposta dello Stato, ma...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Deve stare attento dottore, oggi in città c'è grande agitazione..."

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E dopo il maxiprocesso, le estorsioni continuano come prima.
E' tutto inutile?

 

 

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