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Rino Battisti e la memoria del movimento operaio

Bandiere rosse al funerale dello storico sindacalista

Qual era il tuo compito sui cantieri? "Domandarghe agli operai". Quando Rino ha risposto così alla mia domanda in uno dei primi nostri colloqui che ci avrebbero portato poi a scrivere il volume "Dentro le montagne" (pubblicato dal Museo storico di Trento nel 2005), ricordo di aver avuto la netta sensazione di trovarmi di fronte a una di quelle figure che incarnano il meglio della storia del movimento operaio italiano.

Poi è subentrata la conoscenza e l’amicizia, la fiducia reciproca e per me – storico alle prime armi – parlare con Rino era come attingere a piene mani alla storia viva del Trentino, una storia contraddittoria e per certi aspetti scandalosa, lontana dalla immagine convenzionale, quasi da cartolina, che certe letture un po’ troppo accondiscendenti tendono a dare delle vicende di questa terra.

A destra nella foto: Rino Battisti con la moglie Giuditta Stagnoli.

Rino Battisti, nato nel 1928 a Fondo, in Val di Non, era figlio di Giovanni, soldato austroungarico catturato in Russia durante la prima guerra mondiale che decise di aderire alla rivoluzione bolscevica. Per questo, tornato in Italia, venne internato all’Asinara, da dove tornò a Fondo soltanto nell’agosto 1919.

Questa storia del "padre con il berretto dei bolscevichi" segnò lo sviluppo intellettuale di Rino, come anche i libri di Tolstoj e Victor Hugo, l’Unità e il corso di marxismo che seguì nel 1948 presso la federazione del Pci di Bolzano. A quei tempi Battisti era già iscritto al Partito Comunista, mentre il suo impegno sindacale nella Cgil inizia nel 1951, quando viene inviato nelle Giudicarie su richiesta di un gruppo di operai dei cantieri idroelettrici che avevano raccolto 20.000 lire per sostenere le spese di un sindacalista in loco.

Da quel momento cominciò un lavoro certosino di organizzazione tra le migliaia di lavoratori giunti da tutta Italia per lavorare alla costruzione delle grandi dighe che negli anni ‘50 cambiarono la faccia del Trentino, gli anni della "colonizzazione elettrica", come li definì Aldo Gorfer.

Scriveva nel 1957 Mondo del lavoro, il periodico delle Acli trentine descrivendo la situazione nelle Giudicarie: "I locali disponibili vengono occupati e sovraffollati dai pochi lavoratori in possesso di qualche soldo, mentre gli altri se ne stanno ai margini della strada, finché non capita una persona caritatevole che raccoglie e ospita nella propria casa le decine e decine di lavoratori che mutano quasi giornalmente".

Gli incidenti sui cantieri erano all’ordine del giorno: nel 1952 quelli segnalati (ma quanti non lo erano?) furono 5.520, di cui 30 mortali. In questo contesto difficile i risultati del lavoro di Rino Battisti furono subito incoraggianti e indicavano come gli operai dei cantieri fossero pronti a battersi per i propri diritti. Numerose furono le vertenze organizzate sui cantieri, ai quali spesso Rino non poteva nemmeno avvicinarsi, se non di nascosto, per paura di essere malamente cacciato dagli sgherri delle aziende. Centinaia le vertenze individuali per ottenere indennizzi e integrazioni alla busta paga ai quali gli operai avevano diritto; numerosi gli scioperi coronati da successo, come anche le battaglie perse.

Lo strumento principe per fare tutto questo erano le commissioni interne dei cantieri, la cui elezione era lo scopo principale del lavoro di Battisti: nel 1955 la Cgil aveva 44 rappresentanti eletti contro i 9 della Cisl. E’ in questi anni che Giuseppe Mattei, segretario del sindacato cattolico, di fronte agli innegabili successi della Cgil disse a Battisti che per fare il sindacalista in quelle condizioni o si "crede a una religione o si deve avere una fede politica".

Una fede politica nella giustizia e nell’eguaglianza che Rino Battisti ha coltivato fino alla fine, sostenuto dalla combattiva moglie Giuditta e dai figli. Fede che lo ha spronato a cercare di fare divenire la sua storia individuale memoria collettiva: le battaglie e i sacrifici di tanti lavoratori non potevano andare dimenticati.

Lo scorso 23 febbraio Rino è morto e la sua bara è stata salutata da tante bandiere rosse e dalle parole dei molti amici in una cerimonia laica che ha riempito le strade di Bolognano.

E’ anche grazie al suo impegno che la Cgil ha ora deciso di dare avvio ad un lavoro di ricognizione storica sul movimento operaio e sul sindacato trentini. Il modo migliore per onorare la memoria di Rino.