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“Le Dolomiti del Terzo Reich”

Lorenzo Baratter, Le Dolomiti del Terzo Reich. Mursia, 2005, pp364, 24.

Lorenzo Baratter

Le Dolomiti del Terzo Reich ricostruisce gli avvenimenti che caratterizzarono la storia del Trentino-Alto Adige fin dai primi anni del Novecento, quando la regione apparteneva all’impero austro-ungarico. Dopo la Prima guerra mondiale e la successiva annessione al regno d’Italia, il regime fascista mise in atto in provincia di Bolzano una politica di repressione contro la popolazione di lingua tedesca, costretta, in conseguenza degli accordi stipulati tra Italia e Germania nel 1939, ad un vero e proprio esodo verso il Terzo Reich. Dopo l’8 settembre 1943, per ordine di Hitler, le provincie di Trento, Bolzano e Belluno furono incluse dentro i confini germanici con il nome di Alpenvorland, e vi rimasero fino alla liberazione del ’45. Proprio la storia del periodo ’43-45 rappresenta il cuore del testo.

Nel raccontarla, Baratter, guidato da una rigorosa scientificità metodologica, porta alla luce fatti nuovi o comunque riletti in chiave originale. Il più significativo dei quali è senza dubbio l’episodio di via Rasella. In questa strada di Roma, nel marzo ’44, l’11° battaglione del Polizeiregiment "Bozen" subì un attentato organizzato dalla resistenza romana, nel quale rimasero uccisi 33 dei sudtirolesi da cui il battaglione era formato; per rappresaglia il comando tedesco mise in atto il massacro delle Fosse Ardeatine. Si è sempre accettato che si parlasse dei soldati del "Bozen" come di SS, ma Baratter mostra come da parte loro non vi fosse alcuna adesione al regime nazista, che di fatto li costrinse ad arruolarsi sotto la minaccia di rappresaglie familiari. In questa, come in altre parti del testo, la controversa storia di quel periodo ha trovato modo di liberarsi della patina di leggenda e oblio che spesso l’ha offuscata.

Le Dolomiti del Terzo Reich", pubblicato da Mursia lo scorso dicembre, è un testo prezioso. Vi si racconta la storia della nostra regione nel periodo forse più turbolento da essa attraversato in epoca moderna. Anzi, gli anni che vanno dal 1914 al 1946 si possono considerare come l’ingresso ufficiale nella modernità – che più drammatico non avrebbe potuto essere – di un’area rimasta fino a quel momento legata a secolari tradizioni rurali.

L’autore, Lorenzo Baratter, 33 anni, di Pomarolo, si è dedicato all’impresa con un’onestà intellettuale non comune, fuggendo da radicati pregiudizi, luoghi comuni e facili semplificazioni. In epoca di revisionismi e di manipolazioni, la cosa ci è parsa notevole. Abbiamo così deciso di far due chiacchiere con lui, per parlare del senso di una professione, quella di storico, che sta diventando… antistorica, esercitata in una società dove la memoria del passato conta sempre meno, specialmente tra i giovani.

Tanto amore per la Storia da parte di un trentenne, per di più maturato al di fuori degli ambienti accademici, è fatto singolare: come ce lo spieghi?

"Nel maturare d’una passione simile contano molto le esperienze fatte, specialmente da bambini. Ho vissuto molto accanto a mio nonno materno. Si chiamava Sesto Gaio: nato a Lamon, nel 1939 si trasferì a Mezzano di Primiero, in Trentino, dove lavorò da calzolaio. Richiamato in guerra, tornò nel 1945 dalla prigionia in Germania. I suoi ricordi spesso si soffermavano su quell’esperienza, invitandomi a conoscere e a capire. Così, un uomo semplice mi ha saputo trasmettere la passione per la Storia come compito di vita".

Il filosofo Cornelius Castoriadis ha detto che "anche volendo fare tabula rasa del passato, bisognerà sempre farlo partendo da qualcosa": ogni individuo ed ogni collettività sono sempre anche quello che sono stati gli altri individui e le altre collettività prima di loro. Cosa rimane, oggi, nella società trentina e in quella altoatesina, dei tanti stravolgimenti da esse subiti nella prima metà del Novecento e da te dettagliatamente ricostruiti? Come ne è uscita l’identità di questa terra?

"Di quegli stravolgimenti rimane molto. Essi hanno inciso profondamente sull’identità dei popoli coinvolti. Purtroppo, anziché essere affrontato su un piano storico complessivo, direi regionale, il tema dell’identità viene spesso lasciato in pasto a varie forme di strumentalizzazione e questo produce conflitti e incomprensioni. Tante tensioni, ancora attuali in provincia di Bolzano, sono frutto non solo dei danni procurati alle popolazioni tedesche dell’Alto Adige durante il fascismo ma anche – e questo mi sembra l’aspetto più tragico – del fatto che alcuni italiani a Bolzano continuino ad identificarsi, seppur indirettamente, con un sistema che ha violentato per più di vent’anni la dignità di un popolo, inserito suo malgrado in una nazione con la quale non aveva nulla in comune. Sono sempre più convinto che la chiave per superare l’impasse sia una storia condivisa per i sudtirolesi di lingua italiana e per quelli di lingua tedesca.

Nelle scorse settimane è passata in Consiglio Provinciale la mozione di Hans Heiss, che promuove tale processo: ciò è motivo di speranza. Oggi è prioritario investire in una storia regionale del Novecento, nel senso più esteso possibile del termine, coinvolgendo non solo Trento e Bolzano ma anche la realtà veneta di Belluno e quella tirolese di Innsbruck".

Quella dell’attentato di via Rasella è la ricostruzione storica, credo, più importante del tuo libro. Nessuna persona seria può oggi negare, dopo la tua ricostruzione, che la memoria dei sudtirolesi che persero la vita in quella strada di Roma per mano partigiana sia andata distorta: erano solo individui umiliati, e non SS, come vuole la leggenda da subito diffusasi a proposito dell’episodio. Conservatasi pressoché invariata fino ad oggi, essa dimostra ancora una volta che la Storia la scrivono quasi sempre i vincitori. Questi ultimi, nel nostro caso, erano i partigiani. Dopo la fine del conflitto, deve essere stata irresistibile la tentazione di metterli sempre dalla parte della ragione, rimanendo talvolta ciechi di fronte all’evidenza di errori come quello compiuto dalla resistenza romana nel ’44. Tu però giustamente osservi che "la Storia non viene costruita con le tentazioni, ma piuttosto con i tentativi". Ma negli ultimi tempi, dietro a sedicenti "tentativi" di riscrivere la storia di quel periodo, si è spesso celato, purtroppo, quello stesso uso politico della Storia che chi ha voluto riscriverla era partito col denunciare: avrai capito che il riferimento è al revisionismo storico, tanto ideologico quanto è stata, in casi come quello di via Rasella, la "beatificazione" della Resistenza. La mia domanda allora è questa: come fa il pubblico a distinguere un tentativo di ricostruzione storica da una ricostruzione caduta in tentazione?

L'attentato di via Rasella.

"Sarebbe sciocco sostenere che il revisionismo non esiste. Tra noi, che ogni giorno ci occupiamo di storia e di ricerca, è tutto sommato facile distinguere un lavoro critico autentico dall’ennesimo tentativo di riscrivere la storia a fini revisionistici. Non fra tutti coloro che fanno divulgazione vi è lo stesso livello di onestà intellettuale. Vi sono alcune pubblicazioni, con notevole successo di pubblico, che gettano fango sull’esperienza partigiana senza ammettere contraddittorio e soprattutto negando al lettore il diritto alle fonti. Ognuno è libero di leggere ciò che vuole, ma io mi permetto di dare un suggerimento: guardatevi bene dai libri che non vi permettono di verificare l’autenticità delle informazioni riportate. Ponetevi questi interrogativi: "Dove ha preso l’Autore le informazioni che presenta? E’ possibile mettere mano su quei documenti? Ha inserito almeno delle note a margine e una bibliografia?". Questo è già un buon criterio per distinguere i lavori seri da certi "capolavori" revisionisti. Poi si può discutere quanto si vuole. Ci si può interrogare su come è stata raccontata la vicenda partigiana nel dopoguerra, quanto sia mito e quanto realtà. Ma questa è un’altra storia".

C’è un fatto che mi porta a ritenere che la distorsione operata ai danni dei morti di via Rasella deve avere una spiegazione più profonda di quella che può venire in mente subito. Mi spiego. Nel testo, tu hai raccontato anche della vicenda dei sudtirolesi arruolati nel reggimento "Brixen", che in duemila rifiutarono di prestare giuramento ad Hitler. Nonostante questo, anche gli uomini del "Brixen", come tu denunci, furono dimenticati dalla storiografia. Ecco perché non penso che la distorsione dell’episodio di via Rasella sia stato il semplice frutto della volontà di punire gli arruolati del "Bozen" per non aver reagito. Quale profondo meccanismo psicologico ha dunque potuto far inceppare tanto a lungo l’attività degli storici?

Rastrellamenti dopo l'attentato di via Rasella.

"Pur rifuggendo i semplicismi, credo in ogni caso che molti di coloro che si sono occupati di via Rasella nel dopoguerra lo abbiano fatto in malafede, a destra come a sinistra. Quando si inventano fatti e cose inesistenti si scende sul piano della disinformazione e della più bieca strumentalizzazione. Non si è trattato di un meccanismo psicologico tanto profondo, ma della semplice volontà di spiegare via Rasella a fini politici e strumentali, con grande disinteresse per i fatti, per i documenti, per i protagonisti, per la Storia. I soldati del reggimento "Brixen", invece, sono stati cancellati dalla memoria comune per un altro motivo: in quel reggimento c’erano tedeschi, italiani, ladini, bellunesi, optanti per il Reich e non optanti, insomma c’era dentro un popolo intero. E, nelle divisioni etniche del dopoguerra, questo simbolo di unità super partes nella resistenza ai tedeschi non faceva comodo a nessuno".

Del tuo lavoro è molto apprezzabile la commistione tra la storia e la Storia, con la maiuscola. Ad esempio, prima di raccontare dell’attentato organizzato nel ’42 dalla resistenza cecoslovacca ai danni del Reichsprotektor di Boemia e Moravia, il nazista Reinhard Heydrich, avevi ricostruito in dettaglio la vicenda esemplare di Lois Rauter, soldato del "Bozen", contadino della val Pusteria. Molto spesso, in ambito storico, il racconto delle gesta dei cosiddetti grandi uomini non lascia spazio a quello delle vicende vissute dalla gente comune. Tu ti sei sottratto a questa regola: ci vuoi spiegare la tua scelta?

Sudtirolesi optanti, in partenza verso la Germania.

"La Storia è la somma di una miriade di piccole storie individuali, nessuna esclusa. Molte di queste storie sono esemplari e solo poche sono giunte a noi. Lo studio della scrittura popolare – e in questo dobbiamo essere riconoscenti agli storici e studiosi trentini che da tanti anni investono su questo aspetto – permette di divulgare in maniera esemplare la memoria del tempo passato. Lo storico deve saper impreziosire la sua narrazione con queste gemme. La voce viva dei protagonisti è una fonte di acqua fresca: abbeverarvisi è un dovere poiché ci permette di cogliere il sapore del tempo meglio di ogni fonte scritta.

Lois Rauter era un semplice contadino sudtirolese che, al principio degli anni ’40, venne convinto a mandare i suoi due figli disabili in Germania, dove, gli dissero, sarebbero stati curati. Invece furono eliminati nel programma di eutanasia nazista. Poi, nel tardo autunno del 1943, Lois venne mandato a Roma col "Bozen" e perse un braccio in via Rasella, lui che con le braccia doveva procurarsi da vivere. La storia di Lois fa capire a tutti in quali condizioni si trovarono i sudtirolesi durante la seconda guerra mondiale: disprezzati e cacciati dai fascisti, sfruttati dai nazisti come carne da cannone. In questo caso anche la storia di un umile contadino diventa una preziosa chiave di lettura".

Qualcuno ha detto che il giornalista è lo storico del presente. Ti propongo allora un parallelo tra le due professioni a proposito di una questione da sempre dibattuta da entrambe, quella dell’obiettività. In campo giornalistico c’è chi la usa come vessillo, ma anche chi ha detto che è solo un mito. Io credo che, convincendosi di poter essere del tutto imparziali, si finisca col mistificare la realtà spacciandone il resoconto per obiettivo, mentre esso non può mai esserlo in assoluto. Tuttavia, non penso sia molto utile al pubblico informarlo dando spazio solo al proprio punto di vista. Penso invece che si debba informare in modo tale da fare emergere il maggior numero di punti di vista sull’argomento trattato, ovviamente palesando in modo chiaro qual è il proprio e argomentando le ragioni della propria divergenza rispetto agli altri. Credi che la cosa sia possibile anche in ambito storico?

"Per il giornalista, fornire la propria opinione è un compito critico di grande importanza, se svolto con onestà intellettuale. Lo storico, nella sua veste di divulgatore, deve invece sforzarsi di parlare dei fatti e se possibile limitarsi solo a questo. Quando deve esprimere un giudizio, lo può fare dopo aver lasciato una riga di bianco nel testo. Questo è un dovere perché lo storico porta alla luce fatti poco conosciuti, non attuali, sui quali molti lettori non si sono mai potuti confrontare direttamente, che non hanno vissuto in prima persona. Il giornalista si rivolge invece ad un insieme di persone che si presumono partecipi del tempo in cui egli vive. Concordo con te quando dici che su ogni fatto narrato è necessario sforzarsi di far emergere quante più voci possibile. Chi ci legge o ascolta, a qualsiasi livello, deve essere in grado di elaborare individualmente le informazioni acquisite senza assumere acriticamente l’impostazione di chi scrive. E’ la strada meno comoda sul piano intellettuale, ma senza dubbio anche la più gratificante".