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Dall’enciclica alle elezioni

Dalle sfumature che distinguono il pensiero del Papa da quello di Ruini alle contraddizioni che mettono a rischio il centrosinistra.

Nel suo ultimo libro Umberto Eco ripercorre i principali avvenimenti italiani e internazionali dell’ultimo lustro nell’ottica del gambero: di un mondo cioè che va indietro. E in effetti questa è una diagnosi che almeno una volta abbiamo fatto tutti. I più ottimisti e inguaribili illuministi si scandalizzano ancora ("Siamo nel 2006 e ancora succede che…"), pensando forse che il progresso della civiltà umana sia inarrestabile. I catastrofisti si immaginano sempre più vicini alla distruzione finale, al ritorno al Medioevo postnucleare. I realisti capiscono che in questa fase storica davvero stiamo tornando indietro, ma che è altrettanto possibile che fra breve tempo la rotta possa essere invertita.

Molti sono i sintomi della regressione: dalla guerra fredda si è passati alla guerra guerreggiata, l’autoritarismo si impone in molti stati, ritorna la volontà di potenza nazionale con la nuova corsa agli armamenti, il fondamentalismo islamico dilaga, infiammato in questi giorni da una satira di dubbio gusto, il fanatismo ideologico ci riporta a tempi tenebrosi e in generale l’intransigenza di carattere religioso accende gli animi. L’uomo globalizzato convive con la paura: del terrorismo, delle catastrofi naturali, delle scoperte scientifiche, della guerra, del futuro. C’è un ritorno alla spiritualità: per certi versi positivo, ma quando il sentimento religioso oscura la ragione, in un attimo si può tornare indietro di decenni.

Probabilmente anche la Chiesa cattolica sconta questo clima: pur mantenendo alcune costanti che una istituzione millenaria non abbandona mai, tuttavia appare evidente quanto molta parte della gerarchia abbia il forte desiderio di tornare ai vecchi schemi degli anni ’50. Giovanni Paolo II, il cui magistero in ambito morale era intransigente tanto quanto il suo successore, riusciva con la sua figura carismatica e con certe intuizioni e azioni "rivoluzionarie" a dare l’idea di una Chiesa che "non ha paura" del mondo, della cultura, della libertà. Ora Papa Ratzinger, almeno dal punto di vista simbolico, sembra percorrere una strada opposta. Liturgie altamente simboliche, con paramenti riccamente ornati d’oro e d’argento, canti gregoriani rigorosamente in latino, lunghe e sfarzose processioni e soprattutto la stessa figura ieratica del pontefice testimoniano plasticamente la preferenza per una chiesa d’altri tempi. E ancora: la riproposizione massiccia della pratica delle indulgenze (capìta davvero poco dai fedeli), l’insistere sul tema della verità e dell’errore, che rischia di accentuare la distanza tra clero e fedeli e soprattutto tra credenti e increduli, la decisa e intransigente difesa della cattolicità anche di fronte agli altri cristiani, avvicinano Benedetto XVI più a Pio XII che a Giovanni Paolo II, figuriamoci a Giovanni XXIII.

Detto questo, il Papa tedesco prosegue coerentemente la via tracciata dal predecessore su argomenti come la necessità della pace, il dialogo fra le culture, l’attenzione per le tematiche ambientali (poco valorizzata dai media), il riferimento costante ai temi della giustizia sociale. Si comprende così, venendo ai rapporti tra Chiesa e politica, quanto l’insegnamento papale non possa essere incasellato nelle categorie della destra e sinistra italiane.

Ma qui le cose si fanno più complesse, perché subentra il ruolo della CEI governata da più di dieci anni dal cardinal Ruini, chiaramente schierato per una Chiesa interventista in politica (dalle intercettazioni telefoniche a Fazio, ai Pacs, dalla difesa della famiglia al problema del gas russo, dalla procreazione assistita, alla par condicio) e con sempre maggiore evidenza simpatizzante del centro destra (Casini in primis, ma addirittura si strizza l’occhio a Berlusconi).

In questo quadro la lettera enciclica di Benedetto XVI "Deus caritas est" fa delle affermazioni a prima vista incontrovertibili sui rapporti Chiesa-Stato e sembrerebbero andare nella direzione opposta rispetto a quella di Ruini.

Scrive il pontefice: "La Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile. Non può e non deve mettersi al posto dello Stato… Neppure vuole imporre a coloro che non condividono la fede prospettive e modi di comportamento che appartengono a questa. Vuole semplicemente contribuire alla purificazione della ragione e recare il proprio aiuto per far sì che ciò che è giusto possa, qui ed ora, essere riconosciuto e poi anche realizzato".

Parole così chiare che addirittura Eugenio Scalfari sente la necessità di lodare alcuni passi dell’enciclica. Nell’editoriale di Repubblica di domenica 5 febbraio, pure elogiando (non capita spesso) il testo papale, alla fine si chiede: "Qual è dunque l’autentica posizione della Chiesa? Quella del Papa o quella del cardinal Ruini? Oppure permane il velo di ipocrisia tra il dire e il fare, che pure viene denunciato in molti passi della ‘Deus caritas est’?".

In verità occorre cogliere gli elementi di fondo della visione papale della Chiesa in relazione allo Stato. Essa non si vuole sostituire alla politica, ma la deve aiutare nel perseguire la giustizia. Per certi versi lo Stato non sarà mai autosufficiente, pur essendo autonomo, perché soltanto la Chiesa cattolica, custode della verità, può indirizzare, "purificare" (questo è il termine più usato nell’enciclica) la ragione, la scelte politiche, i valori da difendere. Si capisce così che, almeno a livello teorico, la Chiesa può e deve intervenire su tutto, senza però fare direttamente politica. Il discrimine è tanto sottile che il cardinal Ruini si sente pienamente legittimato a portare avanti le sue strategie. E quindi a fare politica.

Occorre tuttavia fare un passo ulteriore che ci fa entrare pienamente nello scenario elettorale italiano.

Sui temi cosiddetti etici (non si capisce bene perché sono chiamati così) che vanno dai Pacs all’aborto, fino alla procreazione assistita, la Chiesa è decisissima e inflessibile. Benedetto XVI ha affermato all’Angelus del 5 febbraio, giornata mondiale della vita: "Due mentalità si oppongono in maniera inconciliabile. Per esprimerci in termini semplificati, potremmo dire: l’una ritiene che la vita umana sia nelle mani dell’uomo, l’altra riconosce che essa è nelle mani di Dio… Questa verità che costituisce un punto qualificante della legge naturale, pienamente illuminato dalla rivelazione biblica, si presenta oggi come ‘segno di contraddizione’ rispetto alla mentalità dominante".

Applicando queste parole ai temi della politica italiana, si deduce che chi sostiene per esempio il diritto all’aborto o i Pacs per gli omosessuali ha una visione del mondo opposta, "inconciliabile" rispetto a quella cattolica. Ma queste due mentalità sono presenti nel centrosinistra e anzi nello stesso futuribile partito democratico, mentre uno sfacciato e farisaico centrodestra sembra compatto sui valori "cattolici". Possiamo scommettere che, con Ruini plaudente, (speriamo senza esternazioni pubbliche) i vari Storace, Buttiglione, Casini e Giovanardi o addirittura i più improbabili cattolici Bossi, Calderoli e Berlusconi nelle ultime settimane di campagna elettorale martelleranno su questi temi.

Certo qualcuno potrà dire che i cattolici non si lasciano influenzare, che i cittadini sono favorevoli per la maggior parte, che anche nel centrodestra non tutti sono ossequienti (a parole) alla Chiesa, che saranno i temi economici a decidere. Non si può essere così sicuri, poiché la gerarchia influenza ancora una parte di elettorato che si può rivelare determinante per la vittoria alle elezioni. Questi problemi però si riverbereranno sul centrosinistra sicuramente dopo le elezioni nelle scelte di governo e alla lunga intorno al partito democratico.

Abbiamo espresso la nostra tesi in vari articoli e qui la riassumiamo. Il progetto prodiano sarebbe un’evoluzione positiva del quadro politico, perché potrebbe portare allo svecchiamento della classe dirigente, all’incontro tra valori diversi che possano fare sintesi innovativa, al superamento dei vecchi partiti sempre più simili a scatoloni vuoti che non si possono riciclare. Ma questa ipotesi ci sembra un sogno irrealizzabile sia per le riserve della sinistra, sia per un contrasto valoriale tra mondo cattolico e mondo laico che va crescendo. Di qui sono sempre dietro l’angolo tentazioni centriste, con la creazione di un grande partito neo-democristiano, da Rutelli a Casini che, una volta eventualmente scomparsi dalla scena politica Prodi e Berlusconi, possa governare con la benedizione del cardinal Ruini.