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Palazzina Liberty: i giovani, la città, gli emarginati

L’ambasciata dei popoli: l’alternativa al vecchio modo di fare politiche sociali

Emanuele Maria Rizza

"Tutti hanno dei diritti minimi che devono essere tutelati; noi partiamo dal presupposto di aver firmato un patto in base al quale ci batteremo sempre contro quella legge ingiusta che è la Bossi-Fini, una legge che i diritti e la dignità li massacra; una legge che ti valuta sulla base di una serie di criteri che devi avere per rimanere in Italia, sennò vieni arrestato e portato in un CPT (Centri di permanenza temporanea, n.d.r.) che non si sbaglia a definire un carcere. E’ una legge che crea persone che devono rimanere nell’ombra per stare in Italia rischiando ogni giorno di essere arrestati".

La Palazzina Liberty occupata.

Questa, di Federico Zappini, è la frase-chiave, illuminante, del percorso politico del Laboratorio del Moderno e di Officina Sociale: illustra le motivazioni, i desideri, gli obiettivi, attorno ai quali si è sviluppato prima un lavoro iniziato nel 2002 e ultimamente l’occupazione della Palazzina Liberty, cominciata il 3 febbraio e durata una settimana.

La vicenda ha suscitato molta curiosità, e talora anche interesse, anche per la centralità del luogo scelto, nel mezzo della parte "bene" della città, tra il Grand Hotel e il palazzo della Regione. Alcuni, come il consigliere comunale Giuliana (estremista anche per AN), hanno definito gli occupanti "i soliti bambini viziati che andrebbero sculacciati", altrettanti hanno condiviso le tematiche proposte ma non l’occupazione, altri ancora hanno appoggiato i giovani su tutta la linea, approvando anche il gesto in sé.

Insomma, l’opinione pubblica è rimasta sconcertata. Si è trovata da una parte dei giovani, che hanno usato i discussi metodi extra-legali (l’occupazione di un immobile abbandonato, peraltro con l’esplicito impegno a liberarlo quando se ne inizieranno i lavori di ristrutturazione) ma per chiedere spazi non per sé (ad esempio, un punto di ritrovo, dove far musica, cosa peraltro legittima), bensì per gli ultimi, gli emarginati, i senza casa. E dall’altra parte si è vista un’amministrazione comunale, capeggiata dal sindaco Pacher, tradizionalmente iper-buonista, questa volta nelle vesti dell’inflessibile tutore della lettera della legge. Naturalmente appoggiato dal centro-destra, che in coro chiedeva la repressione.

Al fondo gli interrogativi nel merito dei problemi: quale sia il reale impegno di questi giovani su un problema così delicato e quali le intenzioni a livello operativo; quale sia la loro visione del problema dell’emarginazione, in contrasto con quella del governo in carica ed anche dell’opposizione; quale, ai loro occhi, sia la risposta delle istituzioni trentine. Ne abbiamo parlato con Federico Zappini e Tommaso Iori (di Officina Sociale) ed Enrico Spagna (esponente del Laboratorio del Moderno).

Interessante è stato constatare l’ampiezza della fascia generazionale coinvolta nell’iniziativa e l’assenza di "politicizzazione" di molti partecipanti: "Non c’era un background uniforme per tutti: qualcuno era alla prima esperienza ed alla prima occupazione, un altro non aveva mai ragionato in termini politici sul tema dei senza-tetto e dell’immigrazione, ma lo vedeva più in termini volontaristici… Sono stati gruppi ben precisi ad organizzare l’occupazione, appunto Officina Sociale e Laboratorio del Moderno, ma si sono aggiunti subito i volontari di strada che si sono occupati soprattutto dei rapporti con gli emarginati e di come, quindi, progettare gli spazi".

Federico Zappini

Quante persone hanno partecipato alle attività?

"Sabato e domenica era piena zeppa la stanza, ci saranno state 60 persone a tutte e due le assemblee. Gente che passava di lì a dare una mano ce n’era veramente molta, soprattutto i più giovani; la fascia di età comunque andava dai 16 ai 35 anni circa.Ci davano una mano nelle incombenze più pratiche: pulire le stanze, portare i panini ai senza-tetto... Poi, nel momento in cui apri, arriva anche chi magari non ha partecipato con te all’occupazione, ma è stimolato dai temi trattati, da quella che noi abbiamo chiamato l’ambasciata dei popoli…"

Che significa "ambasciata dei popoli"? Non è un’espressione troppo pretenziosa?

"Inizialmente è nata come valore simbolico: un luogo dove le persone trovano garantiti alcuni diritti minimi; poi si è notato che il nome, seppur altisonante, rispondeva al vero, nel senso che le persone venivano anche senza che fosse ufficialmente aperto uno sportello. Fungeva cioè da ambasciata. Per esempio, una mattina 27 rumeni sono venuti a chiedere un posto dove dormire e l’ambasciata ha trovato loro una sistemazione; alcuni ragazzi che avevano la necessità di essere trasportati al pronto soccorso o all’ospedale passavano di là. Nei sette giorni quindi si è capito già che quella palazzina diveniva punto di approdo per persone che avevano la necessità di avere delle risposte sui propri diritti e le garanzie di alcuni servizi base."

L’ambasciata dei popoli nasce quindi più come un percorso politico che come un centro di accoglienza?

Alcuni ospiti (Rom rumeni, sloggiati dalla Sloi) che hanno trovato rifugio nella Palazzina Liberty.

"Esatto, è un percorso politico di vertenza. A noi non basta mettere un’altra toppa rispetto all’accoglienza, dare altri venti posti letto; vogliamo guardare più avanti, altrimenti finiamo per essere fagocitati dal lavoro che c’è dietro. In Italia, attualmente, esistono due tipi di politiche sociali: quelle basate sui servizi, e quelle intese come problema di ordine pubblico. Le prime danno delle risposte ad una sacca di marginalità ristretta, aiutando quelli che nei servizi possono entrarci e dando una serie di regole che ne limitano l’utilizzo. I servizi vengono erogati e sulla base di come vengono utilizzati si giudica la richiesta. Ad esempio, se un paio di posti letto in un dormitorio rimangono vuoti la notte, se ne deduce che non c’è ulteriore richiesta; ma è una visione ristretta, possono esserci persone che non vanno al dormitorio per vari motivi, anzitutto per le tante limitazioni che sono poste. Per esempio, possono essere scaduti i 30 giorni per i quali si può usufruire del dormitorio Bonomelli (a Trento l’unico aperto tutto l’anno) e quindi conviene mantenersi un posto in una casa abbandonata anziché arrivare alla fine dei 30 giorni e non sapere dove andare.

Il secondo modo di fare politiche sociali consiste nel considerare la questione come puro problema di ordine pubblico: è caratteristico del centro-destra, e la legge Bossi-Fini, che poi riprende la Turco-Napolitano, ne è la massima espressione.

Vi è però una terza via , da cui appunto nasce l’ambasciata: consiste nel considerare i diritti, nell’intervenire su una massa di persone che hanno differenti necessità. La vita non è fatta solo di un letto in un dormitorio e di una mensa".

Quali sono i vostri progetti? Avete detto che i servizi offerti ai senza-tetto non sono sufficienti: intendete creare un servizio alternativo?

"Non contestiamo l’esistente: le iniziative a livello operativo per perseguire la nostra linea politica vogliono essere complementari a quanto già c’è. Puntiamo alla creazione della figura dell’avvocato di strada come fornitore di una risposta legale e primo contatto con persone che non conoscono i propri diritti; alla nascita di un osservatorio sui diritti negati (il giornale di Piazza Dante, ispirato al giornale bolognese "Piazza Grande") che sta nascendo in molte altre città, per far conoscere all’opinione pubblica le condizioni, le storie, i sogni e i desideri dei senza-tetto; e poi vogliamo implementare attività integrative come il mercato dei popoli, feste etniche ed un cineforum. L’ambasciata vuole quindi creare sia un punto d’ascolto dove la gente racconta le proprie storie, sia uno sportello in grado di rispondere ai problemi più grossi come lavoro, casa, salute".

Enrico Spagna

Alcuni dicono che voi prendete come un gioco questo impegno e che con il tempo ve ne stancherete...

"Nel 2002 vi sono stati i primi interventi, più contestativi; da allora l’impegno è partito in modo molto serio, cioè andando in strada a capire come funzionano le cose, come interagire coi servizi sociali e con le strutture del volontariato."

Come hanno reagito le istituzioni trentine?

"Per quanto riguarda il Comune, possiamo dire che fino all’occupazione risposte non venivano o erano negative: l’assessore De Torre (della passata legislatura, n.d.r.) negava persino che esistessero dei senza-tetto non coperti dai servizi, e quindi archiviava il problema come già risolto. Finalmente, anche grazie all’occupazione, si è capito che era il caso di prendere sul serio chi portava avanti ormai da tempo queste problematiche, tant’è che si è arrivati ad una cosa molto importante: un tavolo di trattative che andrà avanti grazie all’assessore Plotegher, alla quale va il merito, che nessuno negli ultimi anni nell’amministrazione aveva mai avuto, di essersi accorta che il problema esiste (vedi intervista in Le cose da fare, al di là di un letto)".

E’ notizia dei giorni scorsi che il Comune ha deciso di andare avanti con le procedure d’appalto per trasformare la Palazzina Liberty in un ristorante/gelateria, più "vetrina (l’ennesima) dei prodotti trentini". A parte la pochezza d’idee dell’ultima parte del progetto, verrebbe a cadere il progetto degli occupanti della Palazzina/Ambasciata dei popoli come momento di integrazione degli emarginati, e quindi, per questa via, di bonifica di Piazza Dante, oggi in effetti non ben frequentata. Il progetto del Comune ci sembra andare in un’altra direzione: bonificare i giardini facendoli frequentare dalle famigliole, dalla popolazione; e spostando quindi gli emarginati da un’altra parte.

La cosa potrebbe anche non scandalizzare; purché, in un posto o in un altro, si prevedano gli spazi opportuni e le occasioni per integrare le persone, non per rimuoverle. Come in definitiva chiedono questi giovani.