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Vasco Bendini

All'enoteca Grado 12 di Trento un'esposizione di recenti opere su carta dell'artista emiliano.

Vasco Bendini ebbe, nella ricerca informale italiana, una precocità e un rilievo di primo livello, riconosciuti da critici come Francesco Arcangeli (che lo ammirò e lo seguì da vicino, definendo la sua pittura per certi aspetti come una "singolare, solitaria, quasi candida primogenitura"), Maurizio Calvesi, Renato Barilli e, più recentemente, Fabrizio D’Amico. Invitato alla Biennale nel 1956, vi è tornato con una sala personale nel ‘64 e nel ‘72. Nonostante ciò, e malgrado una ripresa di interesse sul più che cinquantennale arco della sua attività (Bendini, nato a Bologna nel 1922, ha avuto per maestri Guidi e Morandi, ed oggi vive e lavora a Parma), non si può dire che la sua pittura abbia tutta la notorietà che merita. Anche per questo è da cogliere l’occasione offerta dall’enoteca Grado 12 di Trento, dove è esposto un gruppo di opere recenti su carta, limitato nel numero ma sufficiente a restituire la diversità dei registri espressivi di Bendini, che in questi anni avanzati e fecondi sembra rievocare, ma anche reinterpretare le linee di ricerca dei suoi anni giovanili.

Vasco Bendini, Dalla serie “I segni segreti”, 1951.

Così è per le carte di "segni" (che, se non esposte, si possono ammirare in cartella) accostabili al vasto ciclo di quei "Segni segreti" degli anni Cinquanta percepiti da Roberto Pasini come qualcosa di "profondamente occidentale, con energia d’azione in sè smorzata; idealmente orientale, per sintesi di vuoto cosmico, per ineffabile cosmogonia zen". Anche l’essenziale, lieve e misteriosa scansione di segni bianchi, nell’opera prestata per l’occasione dal Mart, si muove in questa direzione.

Rispetto a Kline, talvolta citato come termine di paragone, nei segni di Bendini non c’è quella perentorietà del gesto né la sua valenza strutturale, piuttosto il senso di uno spazio saggiato e interrogato senza certezze, alla ricerca di risonanze tutte interiori: "si vestono della fragilità della vita in crescenza, della mobilità dell’ipotesi, della vagante indeterminatezza del sogno" (D’Amico).

Altrove troviamo interventi di puro colore, carte imbevute di sensazioni generative, liquida diffusione e compenetrazione attorno a un nucleo originario: abilità che conquista sì, senza mediazioni, lo sguardo, ma non fine a se stessa; indagine, svolta con altri mezzi, sulla pulsazione vitale. E ancora, piccole opere incentrate sul nero, che chiedono una più paziente e mediata lettura, più legate a quello che fu il ciclo "Gesto e materia", sviluppato per un lungo periodo, fino e oltre la stagione che vide Bendini compiere il salto verso tutt’altre modalità espressive, anticipatrici per certi aspetti dell’Arte Povera. Pittura che attraverso il magma della materia sembra talvolta offrirsi come uno sguardo in bilico e mai statico tra la conoscenza di sé e il sentimento del caos/cosmo.

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