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Luoghi comuni

Dalla centralità dell'aumento del PIL alla censura degli interessi culturali dei magistrati: i dannosi luoghi comuni della destra che hanno fatto breccia nella società.

Sovente ragioniamo per luoghi comuni. Cioè secondo opinioni che sembrano universalmente accettate, rese banali e persino fastidiose dal generale abuso che se ne fa. Sciolte da ogni controllo critico, diventano frasi fatte che pronunciamo perché ci esonerano dall’impegnativo compito di pensare. Ciò è sempre avvenuto. Oggi più che mai per effetto del martellante e subliminale trattamento che ci viene riservato dai mezzi di comunicazione di massa. Non vi è mai capitato di dire che non esistono più le mezze stagioni o che il tempo vola? Ma questi sono luoghi comuni innocui. Ve ne sono taluni che del pari subiamo passivamente, che ci precludono una visione della realtà diversa da quella dominante, che sono espressione di una vera e propria cultura, di una cultura di destra. Che però sono così pervasivi da contagiare in parte anche la cultura della sinistra.

Pensate al PIL, il prodotto interno lordo. E’ un criterio di valutazione del benessere economico di un popolo che ha la forza di persuasione appunto di un luogo comune. Se il PIL cresce va tutto bene, in caso contrario c’è crisi. Posso ammettere che ciò sia anche vero nelle società arretrate, come l’Italia prima del miracolo economico degli anni ’60, o come la Cina e l’India dei nostri giorni. Ma in una società già sviluppata, economicamente opulenta, è ancora vero che l’incremento del PIL è una precondizione del progresso?

Aumentare il PIL significa ogni anno più automobili, più televisioni, più frigoriferi, più telefonini, anche se ormai tali prodotti esistono in misura esuberante nelle nostre famiglie. Al punto che - per le automobili la cosa è di una evidenza solare - la loro abbondanza non risolve problemi ma anzi ne crea di nuovi: consumo energetico, inquinamento e distruzione dell’ambiente naturale, smaltimento dei rifiuti. Non sarebbe, come indice di progresso, più razionale adottare un criterio che misuri non l’aumento della già esistente ricchezza totale, ma la sua equa e diffusa distribuzione?

Al contrario, pur di garantire la crescita del PIL, si è inventato un altro luogo comune per giustificare, anziché l’equa distribuzione della ricchezza, la sua ancor più diseguale ripartizione. Mi riferisco alla flessibilità del mercato del lavoro. E’ comunemente accettato l’assioma, appunto un luogo comune, che un mercato del lavoro flessibile promuove la piena occupazione. Ingenuamente io ho sempre pensato che il rapporto causale fra i due fenomeni fosse invertito: cioè che in un regime di piena occupazione il rapporto di lavoro divenisse flessibile. Insomma, se c’è lavoro per tutti il dipendente licenziato non fa drammi perché trova subito un’altra occupazione. Ciò che invece oggi passivamente accettiamo è il concetto opposto: se il padrone può licenziare senza giusta causa, è più facile che assuma un lavoratore.

Ma il risultato non è la piena occupazione, è il precariato con tutto ciò che comporta: perdita del futuro, insicurezza, dequalificazione professionale, ricattabilità... in una parola impoverimento per migliaia, per milioni di giovani. In Francia cominciano a capirlo. Da noi non ancora. La stessa sinistra deve purgarsi dalla suggestione di questo luogo comune, che pure l’aveva influenzata ai tempi del "pacchetto Treu".

In un altro campo aleggiano altri luoghi comuni, rivestiti da una ingannevole patina di paludata saggezza. Si dice che i magistrati non devono soltanto essere imparziali nei loro giudizi, ma anche apparire imparziali in tutto il loro complessivo stile di vita. Vero è che i magistrati non devono, quando sono nell’esercizio delle loro funzioni, fare politica. E ciò per l’ovvia ragione che, investiti da una delle sovrane funzioni di uno Stato democratico, non possono interferire nelle altre che costituiscono appunto il fare politica. Ma pretendere che i magistrati nascondano i propri personali interessi culturali, le proprie simpatie, in una parola se stessi, a me sembra assurdo. Da tali personali inclinazioni devono saper prescindere nel momento del loro motivato giudizio, ed in ciò consiste la loro imparzialità. Ma per tutto il resto sono liberi cittadini e come tutti hanno diritto di manifestarsi per quello che sono.

Si dice anche che in campagna elettorale eventuali indagini contro i candidati devono restare sospese e non essere rese note per non influenzare le scelte degli elettori. Ma non vi pare che invece gli elettori abbiano il diritto di sapere, nel bene e nel male, il più possibile su coloro che chiedono di essere votati?

C’è il rischio, si dice, che qualche indagine sia montata ad arte per danneggiare il candidato. Ma il silenzio sulle indagini implica il rischio che sia eletto un criminale. Il dilemma fra i due rischi si risolve con la presunzione di innocenza, che vale per l’indagato fino alla condanna, ma deve valere anche per il magistrato fino a che non sia dimostrata la sua mala fede.

Anche questi a me paiono luoghi comuni privi di verità. Consideriamo dunque con sospetto i luoghi comuni, perché spesso occultano la verità.