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Quattro giovani a Palazzo Wolkestein

Laurina Paperina, Carlo Vedova, Federico Lanaro e Marco Adami, giovani artisti nel mare della comunicazione globalizzata.

Che immagine generazionale ci trasmettono i quattro giovani artisti che espongono alla galleria Raffaelli di Trento, fino al 30 aprile? Li vediamo muoversi nel vasto mare della comunicazione globalizzata, prendendo atto dell’impatto del sistema dei media sull’esistenza e anzi in buona misura (non tutti) attingendo direttamente da quello temi e strumenti, in termini di sostanziale adesione. Come accade, ad esempio, a Laurina Paperina (Laura Scottini; Rovereto, 1980) e a Carlo Vedova (Maniago, 1971), che attestano alcuni effetti di questa centralità (tra gli altri, il distanziamento emotivo) senza assumere posizioni antagonistiche. In questo - ci pare - non troppo lontani dalla concezione della pop-art, quel suo essere sensore dei fenomeni della società di massa ma anche sentirsene interna e partecipe. Qualcosa di ben diverso, per dire, dall’anarchia dadaista.

Laurina Paperina sceglie i suoi personaggi nel mondo dei fumetti - i Superman, gli Uomo Ragno... - disegnandoli però nello stile, adatto a intenerire, di un ragazzino di dieci anni: quasi un doppio ritorno all’infanzia. Forte di questo cast, inventa micro-storie attraversate da una vena dispettosa, blandamente irriverente, un conflitto per gioco, in cui, come nel suo ironico video-clip, una sanzione alla fine arriva.

Carlo Vedova, Azione n. 4 - Debora G. (2006).

E cosa accade invece al corpo della donna, nel lavoro di Carlo Vedova? Accade che venga sezionato, aperto per vederne gli organi interni: ma niente paura, non scorre una goccia di sangue, il sadismo è asettico come neppure in una tavola di anatomia, le tinte vivaci ma algide di un corpo sintetico, i contorni chiusi perché ogni pezzo è un pezzo a sé, nulla comunica con nient’altro, sentori di erotismo in fuga dalla vita reale influenzato dalla dimensione seriale dei media.

Federico Lanaro (Trento, 1979) si avvale di fotografia e computer. Qui, il distacco emotivo che, pur nelle differenze appare una costante di questi giovani artisti, prende una strada forse più concettuale, se vale la lettura suggerita da Marco Tomasini, curatore della mostra, come "sovrapposizione di due livelli, che strutturano l’immagine: l’ambito del reale e quello dell’ideale o immaginario": ideale è forse quel solo lancio di boomerang, tra i tanti, che disegna nell’infinità del cielo il simbolo dell’infinito. Ma, dobbiamo ammettere, altri indizi ci occorrerebbero per l’innesco della nostra capacità immaginativa.

Marco Adami (Trento, 1972) è il più legato ai mezzi della pittura tradizionale (presenta un trittico grande come una pala d’altare) e a un’idea della forma che attinge (tracciati curvilinei, spirali) a fonti occidentali e orientali. Questo "filo rosso" ha un impatto inevitabilmente totemico, resta in bilico tra allegoria e decorazione, attinge a forme primordiali del mondo animale e fossile, orchestra in misura quasi minimalista lo sfondo e il segno protagonista.