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Carlo Cainelli alle Albere

Retrospettiva del disegnatore/incisore roveretano di inizio '900.

La lettura dell’epistolario di Carlo Cainelli, cui largamente attinge il volume pubblicato dal Mart nei giorni scorsi e presentato in concomitanza con la retrospettiva in corso a Palazzo delle Albere (fino al 30 aprile), ci consegna il profilo di un uomo non solo profondamente imbevuto della sua vocazione d’artista, ma anche tutto proteso a lavorare per migliorarsi, per raggiungere una sua personale lettura del mondo. E’ proprio nel pieno di questo fervore che lo coglie la morte, nel 1925, appena ventinovenne, a Firenze dove si era recato nel ‘15 per frequentare l’accademia al termine degli studi svolti a Rovereto (dov’è nato) in quella Scuola Reale Elisabettina che nello stesso torno di anni era frequentata da molti di coloro che diventeranno i protagonisti dell’arte trentina: Depero, Garbari, Bonazza, Melotti.

La mostra di oggi e il volume sono due eventi complementari: la prima vuole offrirci una visione su ciascuno dei settori in cui Cainelli fu attivo, il disegno, l’incisione, la pittura, mentre il libro è specificamente dedicato a documentare il disegno; scelta che da un lato vuole portare in luce tutta una produzione poco nota di cui si occupa da anni con passione il nipote di Cainelli, dall’altro si giustifica per la centralità assoluta del disegno nel suo modo di lavorare. Conosciuto, a ragione, soprattutto per la sua opera incisoria, Cainelli la faceva sempre precedere da un’attenta elaborazione a matita, e la mostra offre tra l’altro un eloquente confronto tra queste diverse fasi creative, dove constatiamo che l’esito di un’acquaforte (si veda ad esempio "La Cappella del Sacramento") non è la trascrizione pedissequa del disegno preparatorio, soprattutto al livello dei valori chiaroscurali.

Il disegno svolge tuttavia un ruolo più ampio, lo avverte cioè come uno strumento duttile col quale annotare un’immagine dalla realtà oppure (e ne riempie interi taccuini) per irrobustire la propia cultura pittorica riproducendo in formato minimo capolavori di Klimt, di Turner, di Velasquez durante le visite ai musei.

La sua natura non lo spinge verso sperimentazioni linguistiche rivoluzionarie (la temperie futurista lo sfiora ma non lo coinvolge) ma verso una elaborazione personale della grande tradizione incisoria e pittorica, nella veduta urbana e negli interni architettonici come nello studio della figura. Ciò che si può apprezzare, soprattutto nelle incisioni successive al 1920 (ricordiamo che fu presente alla Biennale di Venezia degli anni 1920, 1922, 1924) è una pacatezza e una precisione della scena che pur nella sua impronta oggettiva non è mai afflitta da un eccesso di descrittivismo, seleziona i suoi elementi, si giova di un’attitudine a mettere e togliere accenti, a impaginare e far leva su "pieni" e"vuoti".

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