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Dipingere lo spazio

Venti lavori di Mauro Cappelletti alla Galleria d’arte Gianni Frezzato di Mestre.

Se per un pittore il mondo si risolve in immagine, il nostro stare qui per una parte ripeterà i gesti di sempre, per l’altra gli elementi di lettura di questo agire poetico saranno ora distanti, ora più vicini se avranno un terreno comune e, oserei dire, la condivisione "morale" di una sensibilità.

Il quadro di Mauro Cappelletti è una sorta di diario dello spazio interiore: la via conduce fuori e in alto fino alla luce senza tempo. Dentro questa apertura non ci sono le cose, ma la ricerca dell’essere che non può mai dirsi appagata. Per un pittore sono rimaste soltanto figure di variazione: da Monet in poi i gruppi di covoni o di ninfee sono divenuti ricerca intorno al colore e verità continuamente cercate. Il linguaggio di Cappelletti è teso, da diversi anni, nell’indagine sul cielo ora con un sentire razionale, ora con una intrusiva gestualità. Come il volo con un deltaplano richiede lo studio, l’attesa del momento migliore, la preparazione degli strumenti, lo studio del vento, l’attimo, così la pittura punta al volo alto, al vivere fino in fondo il brivido.

Nella sua Estetica Longino chiama "poliptoto" l’artificio retorico che consiste nella ripetizione di una stessa parola declinata in casi differenti. Meglio fa Albers che suggerisce il termine "progettuale di variante" come rifacimento più completo di un tutto. Può essere imitazione e invece è ricerca. "Per consentire un confronto più esauriente e ripetuto si rende utile una nuova presentazione (un nuovo volo, aggiungiamo noi). Ciò dimostra la salutare convinzione che non esiste una soluzione finale nella forma".

Ebbene, provate a declinare le parole silenzio, volo, sospensione, colore (in questo caso un ricercato blu di Genova) a commento di questi ultimi lavori dell’artista trentino: come il rifrangersi in mille sfaccettature della realtà in un’opera di Magritte o una sequenza di fotogrammi in Marey avrete davanti a voi i differenti intensi sussulti di "verità" più che l’artificio retorico.

Il colore dilaga in forma vigile, diventa ferita, piega, si dilata e si protunde verso l’esterno, sa rendersi aereo, lascia spazio al vuoto e marca un ritmo. Gli accordi e i rapporti tra piani e linee prevedono un pensare e un agire verticali che portano in sorte un ambiguo interrogarsi: l’alto e/o il basso, la terra e/o il cielo. Questo legame con la vita tutta è fame di nuovo cielo, pozza di bianco segnata in diagonale da improvvisi fasci di luce, come vetro che si rompe e fa a strisce lo spazio, crea isole di mistero contro il letargo dell’abitudine. Con le parole di Paul Celan ci chiediamo: "Di qual cielo il blu? Dell’infero? Del Superno? / Saetta tarda che dardeggi dall’anima. / Rafforzato sibilo. Ravvicinata brace. I due mondi".

Nel blu si raccoglie tutta l’immaterialità della visione ad acuire i tormenti dell’interrogazione. E di colpo il bianco, il silenzio dopo le parole, un mondo altro che richiede riflessione, pausa, cesura: anche questa volta in ritmo sinuoso, intimamente organico al pieno della pittura, meglio ancora, al pieno di vuoto.

"Il cuore tutto vuole abbracciare, / solo aspirare, non mai conquistare" (Brentano).

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