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E adesso, via dall’Irak

L'invasione dell'Irak, un'avventura criminale, per di più fallita. E non serve a nulla piangere i morti: il nuovo governo faccia l'unica cosa saggia e doverosa, andare via.

La pulizia domestica è cominciata ed è a buon punto. Le Camere hanno rinnovato le loro presidenze, lasciando nella pattumiera scorie tutto sommato di modica quantità. L’apparato risanatore ha mostrato di saper funzionare. Restano compiti impegnativi in un altro importante ambiente, palazzo Chigi, e la scelta del nuovo inquilino del Quirinale. Tempi e procedure per questi due passaggi dipendono anche da calcoli esterni alla nuova risicata maggioranza, i quali però, se trattati con prudente saggezza, non dovrebbero costituire ostacoli insuperabili.

E’ urgente soprattutto formare il nuovo governo della Repubblica, perché da esso ci attendiamo un atto di pulizia esterna non più rinviabile. Preme la necessità di misure per risanare la finanza pubblica e per stimolare la ripresa economica. Ma soprattutto incalza l’imperativo categorico di uscire dall’avventura irakena. Le ultime vittime del contingente italiano di Nassirya hanno riproposto il problema nella sua straziante attualità. Tre giovani vite stroncate. Famiglie che piangono la perdita di persone care. Erano sani, forti, pieni di speranza, colmi di doni da offrire al prossimo. Sono morti bruciati in un inferno caotico ed incontrollabile. Non serve a nulla chiamarli eroi. Il doveroso commosso cordoglio di autorità e popolo non cancella la semplice verità che se non fossero stati a Nassirya sarebbero ancora vivi. I loro nomi si aggiungono a quelli già ricordati nei necrologi del passato.

Lutti circondati da un cerimonioso rimpianto che vela ma non nasconde il mostruoso scenario in cui si è consumato il loro crudele destino. Basta, questa dolorosa lista deve essere chiusa, veniamocene via!

E’ stata un’avventura criminale. Ora anche il popolo degli Stati Uniti comincia a capirlo. Non si può rispondere al sanguinoso oltraggio dei terroristi che causarono i tremila morti dell’11 settembre con la rappresaglia terroristica della guerra preventiva che ha provocato più di trentamila vittime civili irakene, assolutamente innocenti. La presenza in Irak di un esercito di occupazione anglo-americano, con la pretesa di insegnare ad un popolo arretrato i lumi della democrazia, non fa che attizzare i fuochi della interna rivalità fra le diverse sette religiose, fra chi collabora e chi non accetta la protezione straniera. Il tutto sullo sfondo opaco dei rapinosi interessi che collidono attorno al petrolio giacente in quel sottosuolo.

I nostri morti sono ben poca cosa nel macabro bilancio delle vite distrutte in Irak. Sono più di 2.400 i militari americani che sono ritornati in patria in bare tenute accuratamente celate alla pubblica opinione. Ogni giorno nelle varie città dell’Irak esplodono bombe o kamikaze che lasciano al suolo decine di corpi inanimati. La democrazia protetta stenta ad affermarsi, frenata dai dissensi interni e dalla sua palese artificiosità. Dinanzi a questo manifesto fallimento della criminosa avventura anche gli Stati Uniti stanno programmando il ritiro delle truppe entro il 2006. La stessa scadenza ad esecuzione graduata aveva annunciato il governo Berlusconi per i nostri soldati. Che senso hanno termini così differiti? Nei pochi mesi che mancano è ragionevole prevedere che la situazione si normalizzi? Venir via significa far cadere l’Irak nella guerra civile? Ed ora non vi si combatte già una guerra civile? Ma noi, si dice, siamo lì in una missione di pace. Per una missione di pace servono infermieri, medici, ingegneri, non militari armati. Non c’è una sola ragione che giustifichi la rischiosa presenza dei nostri soldati in Irak. Il nuovo governo ci deve una risposta immediata, di immediata esecuzione. La prima mossa per rimediare ad un crimine contro l’umanità è quella di farlo cessare.