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“Austriaci d’Italia” o “Italiani d’Austria”?

L’intricata questione dell’identità trentina.

Paola Antolini

Austriaci d’Italia" o "Italiani d’Austria"? Dilemma costitutivo di una regione di confine, che proprio dalla sua dualità sembra trarre l’impronta originaria e originale. Un dualismo che francamente non ritengo di sciogliere né in un senso né nell’altro: ciascuno in coscienza si sente più o meno italiano, più o meno europeo, anche austriaco o americano se proprio vuole; lasciamogli questa libertà. Del resto, è lo stesso Baldi (Massimo Baldi, Austriaci d’Italia. Tra storia dimenticata e identità, Edizioni UCT, Trento 2005) a ricordarcelo citando Renan: la nazione è un plebiscito quotidiano, una libera scelta che si fonda o si dovrebbe fondare sulla maggioranza dei consensi.

E allora perché non pensare che anche l’identità individuale o collettiva è una scelta, il prodotto di una costruzione culturale, politica e sociale? Perché porre al contrario una identità trentino-tirolese ipostatica, una Heimat alpina, magari da innalzare a presidio contro non più gli assalti del nazionalismo ultrà dei tempi andati ma l’insidiosa penetrazione del mercato globale o l’omologazione "padana"?

A me pare che questa difesa ad oltranza dell’identità originaria tirolese avvicini molto Baldi ai suoi invisi avversari, gli irredentisti ed i nazionalisti coi quali ho acquisito una certa dimestichezza; in fondo basta cambiare l’oggetto: metti al posto della Patria l’Euregio; al posto dell’identità italiana quella trentina. Il gioco è fatto.

Chi si occupa di storia sa che memoria e identità viaggiano strettamente correlate: è volgendosi al passato e rileggendolo secondo categorie proprie che l’individuo si dà un’identità, sceglie determinate appartenenze, negandone altre. Il soggetto, mentre compie questa operazione, non è tuttavia mai solo: sin dalla nascita ciascuno di noi è inserito in un "quadro sociale" – penso in proposito agli studi di Maurice Halbwachs – vale a dire in un gruppo più o meno allargato, reale o immaginario; un sodalizio che eccede le limitazioni spazio-temporali per comprendere individui di regioni ed epoche lontane fra loro.

In tale ottica la memoria collettiva costituisce un’entità viva e mutevole, dipendente dalle sollecitazioni esercitate nel presente dai membri "attivi" del gruppo sociale di riferimento. Ma i "quadri sociali" cambiano nel tempo, evolvono e pure talvolta si estinguono: non una memoria unica e monolitica si propone dunque alla nostra riflessione, ma una pluralità di memorie (e identità) tutte egualmente meritevoli di rispetto e considerazione.

Chi può infatti decidere quale tradizione sia veramente idonea, esclusiva e autenticamente "trentina"? Forse quella cattolica o quella socialista o ancora quella liberale e nazionale? E’ storicamente poco corretto screditarne una a vantaggio dell’altra in base a meschini calcoli numerici ed ai rapporti di forza: anche se il movimento nazionale fu in Trentino minoritario (ma estremamente attivo) o forse proprio perché lo fu, dovremmo chiederci come esso sorse, perché nacque –considerata la sua natura sovversiva, contro il sistema, non ebbe vita facile – cosa spinse questi uomini a pensarsi d’un tratto diversi, a darsi una nuova appartenenza, una nuova identità; dovremmo cercare di capire anziché rifiutarlo ed espellerlo dalla storia e dalla memoria collettiva.

La questione centrale rimane perciò sulla base di che criteri si riscriva la storia. Baldi col suo saggio si propone di correggere un grave vuoto di memoria prodotto dall’opera snazionalizzatrice di irredentisti e fascisti al fine di restituire ai Trentini d’oggi le loro vere radici: vuole insomma dirci "di che pasta siamo" perché le varie traversie occorse ce lo hanno fatto dimenticare.

Ma attenzione: la tesi che Baldi espone muove a mio avviso da esigenze presenti e pressantemente attuali; bisogna "salvare" l’istituto regionale-autonomistico dalle mire rapaci delle regioni confinanti (è noto che Veneto e Lombardia chiedono da anni di godere del medesimo nostro status, considerando l’autonomia mero privilegio). All’origine della ricostruzione storica e dell’analisi sociologica vi è insomma un assunto giustificazionista: è lo stesso autore ad esplicitarlo nella seconda parte del volumetto (pp. 85-98), lanciando allarmati moniti contro la perdita dell’identità trentina e la rinuncia alla propria alterità; come se l’autonomia e la "trentinità" fossero dei valori incontrovertibili, non soggetti all’azione del tempo. La storicizzazione del tema serve perciò a dare prova delle solide radici di tale tesi; in questo senso è necessario marginalizzare tutte le "voci contro", quelle espressioni più o meno significative della storia del Trentino che contraddicono il postulato autonomista. Fra esse in primis vi è l’irredentismo.

Massimo Baldi si fa in sintesi portavoce-portatore – con pieno diritto – di una memoria parziale (nel senso che rappresenta una parte, un gruppo) trentino-tirolese ed antinazionale, realmente radicata e molto ben coltivata. Peccato che memoria e storia seguano spesso percorsi divergenti e non lineari: cambia il punto di vista di chi le produce, cambia la percezione del tempo, della durata; cambiano anche gli scopi per cui ci si pone all’opera.

Talvolta storia e memoria sono palesemente in contraddizione: "La memoria non ne voleva sapere della storia" ha osservato il professor Mario Isnenghi durante le manifestazioni per il Progetto Memoria (Teatro sociale, Trento, 16 giugno 2005) riferendosi alla storia otto-novecentesca di Venezia ed alla vitale contromemoria riscontrata fra alcuni degli intervistati, secondo i quali la fine della storia della città coincideva con la caduta della Serenissima e non aveva senso andare oltre.

Forse anche noi dovremmo prestare attenzione e fare un uso maggiormente critico del prezioso bagaglio di memorie disponibili.

Infine è importante ricordare che lo scopo di chi scrive storia non è fare una ricostruzione a tesi ma accertare nei limiti del possibile la verità dei fatti. Mi permetto perciò di aggiungere solo un paio di notazioni sul testo in esame: segnalare alcune palesi imprecisioni che a mio avviso nascono proprio dall’approccio argomentativo-dimostrativo individuato sopra.

Falso è infatti affermare che i 700 volontari trentini per l’Italia del 1915-1918, riunitisi nella Legione omonima costituissero "una semplice associazione di interessi con il compito di presidiare le strutture economiche e militari occidentali in Estremo Oriente". (p.36) I settecento in questione militarono al contrario dispersi nei vari corpi, sul fronte italiano; divisi dal Comando Supremo che diffidava, in genere a torto, della loro fedeltà; su di essi, sulla loro scelta sono consultabili ottime tesi di laurea e non mancano documenti d’archivio.

Ancora più stonata suona di conseguenza l’affermazione seguente secondo cui molti fra i volontari furono arruolati "al termine di una pressante opera di convincimento da parte delle alte sfere militari e non potevano pertanto essere considerati degli irredentisti".(p.36) Un decreto emanato dal Comando Supremo Italiano nel gennaio del 1918, dopo numerosi preavvisi, vietò di fatto ai Trentini e Triestini arruolati di andare in prima linea, con loro grande delusione: sono queste le pressioni persuasive, gli incoraggiamenti cui si allude?

E ancora si può davvero tranquillamente etichettare l’irredentismo quale fenomeno esogeno, sorto per l’attiva propaganda culturale di associazioni che avevano sede prevalente nel sud Italia?(p.13). Mi pare un giudizio sbrigativo e poco rispondente ai dati reali.

Non è negando in blocco la faticosa nascita e lo sviluppo del movimento nazionale che si fa un buon servizio alla storia ed alla memoria collettiva trentina: gli abusi di identità sono sempre in agguato.