Menù
Home
QT
Questotrentino
Mensile di informazione e approfondimento
Utente
Cerca

Sezione principale

Rete Natura 2000 La conservazione della biodiversità: l’applicazione

Vittorio Cavallaro

Conclusa la prima fase con la designazione dei siti che devono concorrere alla definizione di Rete Natura 2000, pur con le carenze, anche a livello provinciale, evidenziate nell’articolo comparso sul numero scorso, la fase successiva e determinante è quella dell’applicazione. A questo proposito la situazione è, se possibile, ancora più deficitaria.

Le basi legali: il vuoto provinciale. La gestione dei siti Natura 2000 è disciplinata a livello europeo dall’articolo 6 della direttiva Habitat (92/43/CEE) recepita, come abbiamo visto in precedenza, in Italia con apposito decreto, al quale ha fatto seguito l’emanazione da parte del Ministero dell’Ambiente delle "Linee guida per la gestione dei siti Natura 2000" che, seppur non vincolanti, rappresentano un primo importante strumento per la gestione.

Se a livello nazionale il quadro legale può considerarsi ormai definito, purtroppo a livello locale, che è quello più direttamente coinvolto nella gestione dei siti, la situazione è quella di un vuoto assoluto.

La mancanza di atti legislativi impedisce di chiarire le competenze tra Provincia, Comuni, Comunità montane ed Aree protette per la gestione della rete, non sono individuati gli strumenti per perseguire chi viola la Direttiva arrecando degrado agli habitat tutelati, ed in assenza di un regime sanzionatorio è impossibile impedire il degrado dei siti, creando una situazione di disagi per i corpi di vigilanza, che si trovano spesso impossibilitati ad agire per impedire le violazioni. Non vi sono finanziamenti stanziati per la gestione, non sono state reperite le necessarie competenze in seno alle amministrazioni pubbliche e non vi sono chiare procedure per la valutazione di incidenza.

II vuoto normativo si traduce così in deficit di legalità sul territorio, andando spesso a vanificare le ragioni per le quali i siti sono stati designati.

Eppure gli esempi a livello nazionale non sono mancati, la Regione Toscana, ad esempio, si è dotata di uno strumento specifico con una legge regionale del 2000 e l’Emilia Romagna ha disciplinato la gestione dei siti Natura 2000 nel 2004.

L’assenza normativa si traduce infine nella non corretta applicazione della Valutazione d’Incidenza, alla quale devono essere sottoposti tutti i piani e i progetti suscettibili di significativo impatto negativo sui siti della Rete Natura 2000. La Valutazione d’Incidenza dovrebbe valutare gli effetti su una limitata serie di specie ed habitat (quelli tutelati dal sito Natura 2000); non si tratta quindi di una generica valutazione degli impatti sull’ambiente e nemmeno sulla natura, ma di una valutazione mirata a ben precisi obiettivi gestionali.

La Valutazione di Incidenza: Due esempi negativi. Recentemente la nostra Giunta Provinciale ha autorizzato con due diverse delibere la realizzazione del tratto Trento nord-Lavis e Zambiana Vecchia-Svincolo per Fai della Paganella del collegamento viario fra Trento nord e la Rocchetta. Entrambi i progetti erano stati sottoposti a Valutazione d’Incidenza, in quanto prevedevano l’attraversamento di Siti di Importanza Comunitaria.

L’esito della valutazione dei progetti esecutivi ha dato luogo in entrambi i casi a conclusioni negative in quanto avrebbero prodotto un impatto significativo sugli habitat e specie classificate "di interesse comunitario" e per le quali i siti erano stati inseriti in Rete Natura 2000. Le opere sono state comunque autorizzate per la sussistenza di motivi imperativi di rilevante interesse pubblico connessi con la salute umana, pur prevedendo una serie di misure di mitigazione e di compensazione.

Possiamo però affermare che nelle Valutazioni d’Incidenza eseguite mancano le quantificazioni degli impatti su habitat e specie tutelati e la valutazione della loro significatività a livello di sito e di rete; sembra inoltre esserci spesso confusione tra le misure di mitigazione e quelle di compensazione.

Inoltre i tempi definiti per la realizzazione non sono in linea con quanto previsto dalla Direttiva; ad esempio, tra le misure di compensazione si fa riferimento alla necessità di ampliamento dell’habitat delle foreste alluvionali residue, da realizzarsi entro tre anni dalla costruzione dell’opera, o ad altri interventi di recupero della naturalità da realizzarsi contestualmente alla realizzazione dell’opera.

Questo è nettamente in contrasto con un principio fondamentale, più volte riaffermato dalla Corte di Giustizia Europea, secondo il quale le opere di compensazione devono essere completate prima della realizzazione del progetto impattante.

Perché, come scrive la Commissione nella Guida all’interpretazione dell’articolo 6 della direttiva Habitat, "le misure compensative stricto sensu devono garantire il mantenimento del contributo di un sito alla conservazione in uno stato soddisfacente di uno o più habitat naturali «nella regione biogeografica interessata". Ne consegue che:

- un sito non deve essere influenzato in modo irreversibile da un progetto prima che sia stata messa in atto la compensazione. Per esempio, una zona umida non dovrebbe di norma essere prosciugata prima che una nuova zona umida con caratteristiche biologiche equivalenti sia disponibile per l’inclusione nella rete Natura 2000;

- la compensazione deve essere un elemento in più rispetto alla rete Natura 2000 alla quale lo Stato membro deve aver contribuito conformemente alle direttive.

I Piani di Gestione. Un altro strumento fondamentale, anche se non obbligatorio, per la gestione dei siti di Rete Natura 2000 sono i Piani di Gestione, che rappresentano in molti casi un passaggio indispensabile per garantire una buona gestione del sito. In particolare è importante perché il Piano può stabilire quali attività dovranno essere sottoposte a valutazione d’incidenza e quali potranno essere svolte liberamente.

Gli obiettivi del piano di gestione per il sito devono corrispondere alle necessità ecologiche degli habitat naturali e delle specie presenti in modo significativo su di esso, per garantirne uno stato di conservazione soddisfacente. Essi devono essere i più chiari possibile, realistici, quantificati e gestibili. Il Piano deve inoltre prevedere una fase di monitoraggio e valutazione soprattutto per determinare se gli obiettivi del piano sono stati raggiunti. Il Piano deve essere, infine, corredato da un’analisi finanziaria.

Un approccio organico per affrontare la predisposizione dei piani di gestione è stato condotto dal Ministero dell’ambiente e della Tutela del territorio che, dopo l’emanazione del decreto contenente le linee guida per la gestione dei siti Natura 2000, nel quadro del progetto LIFE "Verifica della rete natura 2000 in Italia e modelli di gestione", ha predisposto la redazione di 8 piani di gestione sperimentali.

Uno degli otto piani elaborati dal Ministero riguardava i SIC del Monte Baldo Cima Val Dritta, Monte Baldo di Brentonico e Corna Piana. Questo poteva rappresentare una opportunità per avviare nella nostra provincia la stesura dei vari piani, anche quale esempio del coinvolgimento delle comunità locali che il piano era riuscito ad aggregare attorno alla elaborazione, discussione ed approvazione. Purtroppo questo voluminoso documento giace inutilizzato dalla fine del 2003 negli uffici della nostra Provincia, mentre poteva essere il giusto inizio anche per la individuazione anche di nuove fonti di finanziamento per l’attuazione dei piani a livello provinciale.

Un futuro per Rete Natura 2000. Le Direttive Habitat ed Uccelli e Rete Natura 2000 sono ancora scarsamente conosciute, anche tra gli addetti ai lavori. Molti funzionari pubblici ignorano perfino l’esistenza di Rete Natura 2000 e perfino tra quelli che lavorano negli uffici addetti alla sua applicazione spesso le conoscenze sono per lo meno lacunose e sporadiche, soprattutto se si passa dal livello provinciale a quello comunale. Altrettanto basso è il livello di conoscenza di queste tematiche nei numerosi enti ed organismi che in vario modo interagiscono con i siti. Quanto poi al mondo agricolo ed imprenditoriale, i termini SIC e ZPS sono quasi totalmente sconosciuti. Infine gravi carenze di preparazione si riscontrano perfino tra i consulenti ambientali. Ne consegue che spesso mancano i presupposti stessi, non solo per una corretta gestione, ma anche per un dibattito informato su questi temi.

Certamente la situazione non può essere risolta con questi due brevi articoli, che vogliono essere solamente un contributo all’apertura di un dibattito ed un confronto che appaiono sempre più necessari, anche in considerazione del fatto che la provincia di Trento può e deve dare un forte contributo al raggiungimento dell’ambizioso obiettivo che la Comunità Europea si è data, e l’Italia ha sottoscritto, per il 2010 quando, con il progetto Countdown 2010, dovrà essere arrestata la perdita della biodiversità nel nostro continente.

Vittorio Cavallaro, vicepresidente nazionale della LIPU