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Girolamo Romanino

Al Castello del Buonconsiglio la mostra-evento dell'estate: il pittore bresciano Romanino, autore del ciclo di affreschi del Castello, riproposto in una monografica che ne spiega ed esalta l'anticonvenzionalità manierista. In esposizione anche altri autori rinascimentali: il Moretto, Dosso Dossi, Marcello Fogolino, Lorenzo Lotto, Tiziano.

Presentata come mostra-evento dell’estate, l’esposizione ospitata al Castello del Buonconsiglio dedicata al pittore bresciano Girolamo Romanino (fino al 29 ottobre) non ha deluso le aspettative. Anzi, a nostro giudizio è stata una delle migliori conferme di come l’arte in Trentino non significhi solo la contemporaneità del Mart, ma anche uno sguardo attento e approfondito all’arte dei secoli passati, capace di convogliare un pubblico e un’attenzione tutt’altro che marginale e locale, frutto anche della collaborazione con musei internazionali, dal Louvre di Parigi al Metropolitan di New York. Una mostra, per concludere il meritato elogio, che riporta dopo ben quarant’anni in primo piano questo anticlassico e per molti versi sorprendente pittore rinascimentale, anche tramite il restauro di numerose opere prima leggibili solo parzialmente nella loro originaria freschezza.

La mostra racconta la vicenda movimentata di un artista che, nato a Brescia intorno al 1485 e formatosi sul colorismo veneziano, in particolare quello di Giorgione e Tiziano, presto se ne distaccò, in cerca di soluzioni squisitamente anticlassiche frutto dell’incontro con le asprezze dell’arte nordica, conosciuta soprattutto tramite le numerose incisioni al tempo circolanti. Grazie a tali influenze, le opere di Romanino si caricano di una vena grottesca e di un pathos che avvolgono completamente lo spettatore in opere come gli affreschi del Duomo di Cremona (1519), tra le prime prove monumentali dell’artista, ma che sono ben apprezzabili anche nelle opere di piccolo e medio formato presenti in mostra, come il Cristo crocifisso della Pinacoteca Tosio Martinengo, in cui una giovanissima Maddalena abbraccia disperata la croce, mostrando addirittura i denti nel suo grido di dolore, o l’Ecce Homo di Hannover dove, solo attraverso l’espressione affranta di Cristo, il pittore riesce a trasmettere l’intensa drammaticità dell’evento.

Negli anni Venti, con il rientro a Brescia, Romanino si vide costretto - anche per ragioni di mercato - ad attenuare gli aspetti troppo bizzarri del suo stile e a confrontarsi con le opere dei suoi illustri contemporanei. Il complesso contesto artistico in cui il pittore si mosse è documentato in mostra da opere d’eccezione: dipinti di Tiziano, Lotto, Savoldo, Moretto ed altri ancora, come i fedelissimi seguaci Altobello Melone e Lattanzio Gambara, entrambi di origine cremonese. È comune a tutto l’ambiente lombardo, una profonda esigenza di realismo, che si esprime tramite l’accentuazione degli elementi naturalistici e l’inserimento di personaggi dalle fisionomie popolari nelle opere, anche se di carattere religioso od ufficiale. Colpisce ad esempio, nella bellissima Messa di Sant’Apollonio, la compresenza di personaggi leggendari e committenti contemporanei, accostati nella volontà di rendere più quotidiana la scena sacra e trasmetterne così in maniera più diretta il messaggio, in singolare coincidenza con le istanze di coinvolgimento dei fedeli promosse nel nord Europa dalla Riforma di Lutero. L’interesse naturalistico si esprime invece al meglio nella dettagliata natura morta visibile sul tavolo dell’Ultima Cena di Montichiari, o nelle splendenti Madonne avvolte nei cosiddetti manti argentati, dove lo studio raffinatissimo sull’uso della luce e del colore, è stato letto come un’anticipazione dell’arte di Caravaggio.

Il soggiorno trentino, avvenuto agli inizi degli anni Trenta, segna un punto di svolta nella carriera di Romanino, segnato dal riemergere con rinnovato vigore degli accenti espressionististici. Le figure si ingigantiscono e diventano più "sanguigne", specialmente nelle opere ad affresco, tecnica in cui l’artista eccelle grazie alla sua velocità e alla sua libertà inventiva. La stessa abilità esecutiva è testimoniata in mostra anche dalle enormi ante d’organo raccolte nella Sala Grande del Castello, manufatti particolari che servivano nelle chiese per proteggere e allo stesso tempo decorare gli organi delle cantorie.

Affiancano la sezione delle opere monumentali due piccole sale in cui sono state raccolte tutte le opere grafiche conosciute del pittore, valido freschista ma anche "bonissimo disegnatore", come lo definì Vasari nelle sue Vite. Questa importante attestazione critica testimonia il favore di cui l’artista godette già tra i contemporanei, che non mancarono comunque di sottolinearne la difformità rispetto ai grandi maestri del Rinascimento italiano, e purtroppo proprio questo suo essere un pittore stilisticamente irrequieto e anticonvenzionale, determinò in seguito l’oblio che per molto tempo ha oscurato il genio del Romanino. La mostra si trasforma quindi in un’occasione di riscoperta di un artista orgoglioso della sua eccentricità, che proprio nel ciclo trentino tocca uno dei punti più alti del suo espressionismo grottesco, valga per tutte la scena con la castrazione del gatto nel sottoscala del Magno Palazzo.

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