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Un teatro naturale per i vent’anni di Arte Sella

L'affascinante percorso artistico-naturale di quest'edizione di Arte Sella, culminante nel nuovo "Teatro vegetale". Con un problema: il troppo successo, il pericolo dei grandi numeri, in una manifestazione che vive di un raro equilibrio con la natura.

Cresce l’organismo leggero, in continua mutazione di Artenatura, in Valle di Sella e, dopo vent’anni, mostra di non aver deviato dalla sua idea originaria; semmai, di aprirsi alla grandiosità, alla dimensione dello spazio da godere in forma collettiva, corale, soprattutto da quando venne realizzata (2001), su idea e progetto di Giuliano Mauri, la "Cattedrale vegetale", divenuta icona ormai fin troppo nota di Arte Sella. La cui sfida, a questo punto – lo sanno bene i fondatori dell’associazione – è quella di non soccombere alla legge dei grandi numeri, di saper "lavorare attorno a una cultura del limite" (come ha detto Emanuele Montibeller) che mantenga alla valle il suo raro equilibrio tra natura e intervento dell’uomo.

L’opera completata pochi giorni fa dagli operai del servizio ripristino della Provincia, su idea dell’architetto Roberto Conte, ha tutta l’aria di poter assumere una forza attrattiva e simbolica analoga a quella della Cattedrale: interpretazione, anch’essa, di uno spazio tutto particolare, una radura digradante in mezzo al bosco, con suggestioni che affondano in tempi e immagini ancora più arcaiche, poiché si tratta, di nome e di fatto, di una straordinaria forma di "teatro".

Ma, prima di parlarne, è bene spendere qualche parola sul percorso che la precede e in certo senso la introduce, partendo da Malga Costa. C’è infatti, in questa porzione di itinerario, tra opere vecchie e recenti, una progressione molto coerente, un susseguirsi di visioni capaci di condurci per gradi molto fuori dall’ordinario: penetrare in quel bosco e in quelle radure non suscita gli stessi stati d’animo che sperimentiamo solitamente andando in montagna, ci spinge in territori che appartengono alla memoria, al fantastico, all’immaginario di un tempo mitico.

Con semplicità di mezzi quasi sconcertante, l’installazione di Cornelia Konrads si presenta, all’esterno della malga, come una grande catasta di rami sfrondati, ma diventa visionaria e ironica per quel suo appoggiarsi scura, morbida e digradante al muro della vecchia stalla. E la ripresa del motivo, all’interno, non fa che potenziare questi effetti, aggiungendovi l’elemento percettivo di un’atmosfera impregnata del profumo di macerazione e di resina.

Camminando verso il bosco, le sagome quasi realistiche di due cinghiali ci sorprendono: forse stavano lì anche la volta scorsa, ma la sorpresa ha funzionato ancora e persiste quando passiamo accanto a un prato sul quale è rimasta la traccia di un rito arcano, sciamanico, formata da grandi cerchi concatenati in rami d’abete.

E’ un alternarsi di luce e di ombra, sul sentiero che si snoda sotto l’alta protezione dei faggi. Con i sensi tutti all’erta percepiamo nuove "presenze", eppure ci prende alla sprovvista e ci meraviglia la sagoma imponente di un arco attraverso il quale dobbiamo passare, porta misteriosa e fiabesca come il guscio di una gigantesco gasteropode (Bob Verschueren, "Après le Chaos"). E finalmente lo incontriamo, il "teatro naturale": è ancora la luce che cambia ad annunciarlo, la luce di una radura, filtrata dalle molteplici tessiture di recinti in rami di nocciolo. Ecco il varco per entrare, ecco il pendio ampio, dolce e ricurvo come un anfiteatro, ma grandiosamente tribale, barbarico. Tornano in mente i riti druidici di cui parlò, proprio a proposito di Arte Sella, Luigi Serravalli. Al centro del pendio soleggiato, si erge isolato un singolare trio di alberi dall’alta chioma, cresciuti intrecciati: spontaneo e strano monumento vegetale.

Siamo in pochi, e ciò forse accresce il mistero del luogo; ma c’è un genius loci che non si può descrivere e che è stato capito da chi lo ha scelto per questa costruzione, ancora una volta destinata a non durare molti anni, più transitoria della stessa cattedrale, che invece si trasformerà in un bosco ordinato dall’uomo.

E’ bene non dire più di così, e nemmeno parlare di altre "presenze" capaci di affascinare e stupire proseguendo sul sentiero all’ombra dei faggi, lungo il quale non potrà che crescere il senso di mistero, del legame arcaico con la vita del bosco, con la luce e l’ombra, col trascorrere del tempo, col nostro essere parte della natura.