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Mantegna a Verona

Nel Palazzo della Gran Guardia,fino al 14 gennaio, la storia artistica veronese influenzata dal Mantegna.

Padova, Verona, Mantova: in questo ordine andrebbe svolta la rivisitazione offerta da tre grandi mostre sull’opera di Andrea Mantegna nel V centenario della morte, ma inizieremo dalla città scaligera perché qui per la Basilica di San Zeno fu realizzata la prima grande opera gestita direttamente dall’artista, commissionata dall’abate Gregorio Correr, la Pala di San Zeno. I moduli tardogotici imperanti nella città veneta verranno spazzati via dalla rivoluzione mantegnesca: in un cubo prospettico fatto di aria, spazio consacrato-simbolico-originario, festoni di frutta e verzure, motivi decorativi desunti dalle antiquitates romanae, la solidità dei santi posti in diagonale, quel rosone-ruota della fortuna ridotto ad aureola dietro la Madonna, lo spazio dipinto in continuità con la cornice lignea, tutte queste novità in un sol colpo sembrano realizzare l’incontro tra le arti e trovano mirabile sintesi.

Pala di San Zeno.

Trent’anni più tardi Bartolomeo Vivarini "de’ Muriani" dipingerà sul modello mantegnesco una Sacra Conversazione (la pala proviene dalla basilica di San Nicola di Bari) in uno spazio unitario, enfatizzato da pareti merlate; che non isola i personaggi, spazio unitario a cui Leon Battista Alberti conferiva un elemento di sacralità e di perfezione. La solidità di impianto sarà confermata dal Bimbo benedicente, stupefacente per la messinscena della figura in primo piano, quasi piantata per terra, e per il bianco e le pieghe della veste, bianco che troveremo sovrano nella Madonna con bambino di Castelvecchio, realizzata da suo cognato Giovanni Bellini, nei minuscoli tocchi tratteggiati di qualità sublime nella testa del bimbo e nelle sfumature dolcissime, di sobrietà cromatica estrema dell’intera composizione.

Le figure del Mantegna, per monumentalità e disegno, nobiltà e sguardo senza tempo, per la vena di malinconia che aleggia sui volti, diventeranno un modello imprescindibile per gli artisti veronesi della seconda metà del Quattrocento e oltre. Di Francesco Benaglio sono il San Girolamo della National Gallery di Washington, fantastica figura che sembra intagliata e incassata sotto un arco in una solitudine assoluta; la Madonna del ventaglio bellissima per la cornice dai finti marmi e l’altra Madonna con bambino collocata in un’ampia veduta urbana.

Francesco dai Libri: iniziale "B".

I Beati francescani di Domenico Morone seguono l’impostazione del ciclo di affreschi della Libreria Sagramoso (o Morone) presso la chiesa veronese di San Bernardino (di per sé vale un viaggio, oltre al fatto che gli affreschi sono stati restaurati da maestranze trentine), così come le stupende storie di San Biagio guardano agli scenari naturalistici del sommo artista.

Nello straordinario gruppo scultoreo della Deposizione proveniente da Santa Toscana Giovanni Zabellana nel suo esasperato realismo sintetizzerà gli echi donatelliani e mantegneschi padovani; Giovanni Maria Falconetto nei disegni e nella fronte di cassone con scene all’antica recupererà i momenti della formazione del Nostro, intento nello studio dello Squarcione a studiare i reperti classici da lui raccolti.

L’Alphabetum romanum di Felice Feliciano, la diffusione dei Trionfi di Petrarca testimoniata da manoscritti miniati ben oltre la metà del Quattrocento, i rilievi grafici coevi delle antichità veronesi - Arco dei Gavi in testa - e i particolari dei capitelli sono lì a testimoniare questa nuova passione e gli sviluppi nell’arte del Mantegna ormai a Mantova.

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