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Schiele, Klimt e Kokoschka al Mart

Mostra sui grandi protagonisti della Secessione Viennese: non porta novità, non farà avanzare gli studi; presenta però grandi e piccoli capolavori, e sarà un successo di pubblico.

La mostra da poco inaugurata al Mart di Rovereto (fino all’8 gennaio 2007), per nomi e opere, è destinata ad eguagliare, se non a superare, quella dello scorso anno, dedicata agli impressionisti (e dintorni) della Phillips Collection. Certo, anche questa non è una mostra che farà avanzare gli studi, le opere provengono per la maggior parte da un’unica collezione -la Öesterreichische Galerie Belvedere di Vienna, che non a caso ha coprodotto la mostra -, c’è poco dello Schiele morbosamente erotico (il più noto), e le opere di Klimt aggiungono poco all’indimenticabile ricordo della mostra organizzata nel 1999 dalla Fondazione Mazzotta, dedicata per l’appunto a Klimt e alla Secessione Viennese. Ciononostante il percorso è intenso e disseminato qua e là di piccoli e grandi capolavori, alcuni dei quali noti a tutti perché presenti perfino nei più mediocri manuali scolastici; è questo il caso della Giuditta di Klimt, feroce ed elegante, sensuale e sanguinaria, incastonata in una cornice ornata in lamina d’ottone sbalzato che nella sua immaterialità contrasta col volto crudo e ritrattistico del personaggio.

Egon Schiele, L'irosa (1910).

La mostra si apre con alcuni manifesti litografici della Secessione, interessanti non solo come curiosa documentazione, ma autentici capolavori della grafica liberty, realizzati dallo stesso Klimt ma anche da Alfred Roller e Joseph Maria Olbrich, architetto e tra i fondatori stessi della Secessione (nel 1897), per la quale realizzò il celebre padiglione espositivo. Una grafica che, diffusa anche tramite riviste come Ver Sacrum, creò un vero e proprio stile in stretta fusione con le arti applicate, al punto che c’è chi scrisse: "Noi non conosciamo alcuna differenza tra ‘arte maggiore’ e ‘arte minore’, tra arte per ricchi e arte per i poveri. L’arte è bene comune" (Ver Sacrum n. 1). A tal proposito, in mostra è esposto un interessante nucleo di cartoline prodotte dalla Wiener Werkstätte, una comunità di artisti fondata nel 1903, realizzate da Schiele, Hoppe, Kalvach e Kokoschka, del quale è esposto anche un incantevole libro litografico per bambini, Die träumenden Knaben (1908).

Tra le opere di Klimt, va senz’altro segnalata anche la copia de Il fregio di Beethoven, esemplare degli innumerevoli rimandi stilistici dell’artista, dalla dissoluzione della materia dei fondi oro di derivazione bizantina alla piattezza e sinuosità lineare delle stampe giapponesi. Un’astrazione decorativa che non perde d’intensità nel trattare il dettaglio naturalistico, che sa farsi tappeto di luce e colori in opere come Giardino di girasoli, del 1907. In questo stesso anno Schiele, ammiratore dell’avanguardia secessionista, conobbe Klimt e subì inizialmente la sua influenza, per presto distaccarsene. I toni talvolta languidi delle sue prime prove pittoriche lasciarono infatti il posto a uno stile nervoso, irrequieto, fremente, fortemente espressionista, in una declinazione tutta personale, godibile al meglio nei nudi e nei ritratti. Numerosi, questi ultimi, tra le opere dell’artista inserite nel percorso, sublimemente isolati nella loro complessità psicologia da fondi neutri, color avorio.

I ritrattati di Schiele subiscono mutazioni e malformazioni che colpiscono raramente l’interezza della figura, preferendo concentrarsi su specificità corporee. Così nel tenue pastello che ritrae una Ragazzina col fiocco rosso, le cui braccia assumono una lunghezza inusitata; nel ritratto di Herbert Rainer, è il ventre a gonfiarsi a dismisura; ne L’irosa, invece, è il volto a muoversi verso la smorfia contratta, precorrendo di decenni artisti come Arnulf Reiner. Il ritratto di Eduard Kosmack presenta infine un’inquieta malformazione tutta psicologica, una sorta di fibrillante attesa prossima all’esplosione, tanto da rendere l’opera una tra quelle più drammaticamente intense dell’artista. Molto carichi anche i paesaggi, soprattutto una Periferia urbana color cenere, quasi un territorio di macerie segnato da piccoli agglomerati abitativi drammaticamente ravvivati da schegge di un rosso intenso che definiscono di tanto in tanto muri, tetti, comignoli.

Terzo protagonista della mostra è Oskar Kokoschka, anch’egli influenzato da Klimt e dallo Jugendstil (dal nome della rivista Jugend; specifichiamo per sottolineare l’importanza delle riviste nelle vicende artistiche di inizio secolo). Di Kokoschka sono esposti alcuni ritratti che ben attestano il suo aderire, in maniera del tutto personale e fortemente visionaria, al nascente clima espressionista che avrà come punti di riferimento la rivista Der Sturm e il gruppo del Blaue Reiter. Il percorso offre infine un approfondimento sul Neukunstgruppe, il sodalizio di giovani artisti dell’Accademia promosso nel 1909 da Schiele. Tra le opere esposte del gruppo, oltre a quelle dello stresso Schiele e di Kokoschka (che aderì al gruppo nel 1911), ricordiamo per lo meno quelle di Jungnickel, Peschka, Harta e Oppenheimer. Di quest’ultimo segnaliamo in particolar modo un ritratto di Ferruccio Busoni al pianoforte di vertigini quasi cubiste.