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Gian Marco Montesano

Le icone del divismo ormai passato in una straniante mostra allo Studio Raffaelli.

Una carrellata di dive (e divi) che furono all’apice della loro gloria fino e intorno alla metà del Novecento – quella che Gian Marco Montesano (Torino,1959) espone allo Studio Raffaelli (fino al 7 dicembre) - si presenta al primo impatto come un intervento sul divismo cinematografico (l’icona della mostra è quella di Grace Kelly che, per essere stata sposata dal Principe di Monaco, stimolò in modo speciale l’immaginario di un certo tipo di pubblico).

Tuttavia, il senso più compiuto dell’operazione si può cogliere se si tiene presente il lavoro che Montesano porta avanti ormai da decenni e che anche una personale svoltasi a Trento nel 1999, sempre da Raffaelli, mise chiaramente in luce. Anche allora il suo interesse era rivolto (soprattutto) ad un certo mondo del passato: potremmo dire a certe pagine di micro-storia sociale dove non contava solo il soggetto (bambini, coppie di danzatori, soldati, donne piacenti e così via), ma il fatto che nel bene e nel male entrasse a far parte dell’esperienza quotidiana, come realtà o come mito; soprattutto contava uno stile che marcava da vicino l’iconografia popolare e le fotografie dell’epoca, più o meno nei dintorni, anche in quel caso, della prima metà del secolo scorso.

E’ chiaro che l’autore sta giocando, oggi come allora, tra citazione e ironia, tra richiamo nostalgico e distanziamento emotivo, attorno a un repertorio che si potrebbe definire in qualche modo nazional-popolare (anche se i suoi soggetti, come nel caso della mostra di oggi, appartengono al mondo occidentale) e, in fondo, ciò che sembra interessargli di più sono proprio le forme di questo linguaggio.

Nelle immagini di questa mostra (tutti ritratti in primo piano di grande formato, più una tela di due metri per due dedicata a un corpo di ballo con tre star in prima fila) lo stile volutamente imitato dei pittori della cartellonistica cinematografica, in auge fino all’indomani della seconda guerra, con le sue pose stereotipate in cui ogni tentazione di scavo psicologico disturberebbe la promozione del film, produce un effetto di rapida saturazione, come si trattasse di molte varianti di un’unica espressione facciale. Con un’aggiunta: la scelta di bandire l’uso del colore, in questa pittura, mentre allude alla fotografia e al cinema in bianco e nero, opera un raffreddamento emotivo che sembra consegnare queste icone ad un passato irrimediabilmente sepolto.

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