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Cari colleghi…

Come arredare il tunnel chiamato Provincia. E poi come ringraziare di esserne uscita senza perdere gli amici incontrati.

Quel primo anno passato in Provincia nel palazzo vecchio che allora ci conteneva tutti, mi diede modo di osservare attentamente gli altri colleghi. Alcuni avevano assunto la tipica espressione del dipendente statale, altri avevano uno stile fantozziano e dei tic che li distinguevano; erano perfetti per farne il ritratto, ovviamente per quello che si vedeva: la loro vita privata non la conoscevo.

Disegno di Cristian Stenico.

Il personaggio più incredibile si chiamava Nicola, lavorava in biblioteca, sapeva tutto sui libri presenti. Peccato fosse quasi cieco; per leggere usava una lente d’ingrandimento e avvicinava il libro alla bocca quasi a mangiarlo. Strano, vero? Ma allora succedeva spesso che le persone finissero proprio dove non dovevano essere; il servizio preposto veniva a quei tempi chiamato Ufficio contro il personale. Il dirigente di quel servizio era un omone grande e grosso, portava un cappellone stile cow-boy, aveva un nome musicale, e un po’ di timore me lo incuteva, cercavo di evitarlo.

Ma lì c’era anche Danilo, così improbabile in quel palazzo, bellissimo uomo dal sorriso ammaliante che riconciliava con il mondo esterno e che spesso incrociavo nei corridoi. Corridoi che dovevo spesso percorrere avanti e indietro per sbrigare compiti d’ufficio, perché allora non si usava la posta interna, si andava di persona a portare le pratiche che erano soggette ad una lunga procedura burocratica.

Si cominciava dal protocollo, dove ogni pratica era numerata in entrata e in uscita e dove ci si fermava il tempo necessario per completare l’operazione. Il responsabile era anche lui grande e grosso, con due folte sopracciglia che gli conferivano un’aria truce, ma era buono come il pane. In quel periodo era arrivata Renata, handicap a braccio e gamba destra, e che era costretta ad alzare registri enormi. Mi veniva sempre da aiutarla, ma nel giro di poco si era creata la fama di simulatrice. Allora l’osservavo di nascosto, ma non l’ho mai colta in fallo.

Si proseguiva con l’economato, dove si andava a rifornirsi di cancelleria, muniti di un buono interno che autorizzava la fornitura. Il vecchio economo era un gran personaggio che si era fatto apprezzare da tutti ma che per malattia era spesso assente. Lo sostituiva allora una cara signora rimasta vedova da giovane e che parlava sempre dei suoi figli, di quanti sacrifici doveva fare per crescerli.

In ragioneria andavo poco, ma tutti i giorni sull’autobus, alla fermata dopo la mia, saliva Lia, dolcissima e stravagante signora, che ogni tanto portava una parrucca perché non aveva avuto tempo per sistemarsi i capelli. La guardavo incantata, mi sembrava il ritratto di come doveva essere una vera donna. Non l’ho mai sentita parlare male dei colleghi, anche se molti chiacchieravano di lei.

Ma era l’urbanistica il mio ufficio preferito, perché era un ambiente alternativo, completamente diverso dal resto della Provincia, anche se per lavoro non ci andavo molto. Gli architetti che ci lavoravano erano affascinanti, avevano tutti la barba e l’aria impegnata. Il più seducente era Mario: mi è sempre restato nel cuore. In quel periodo era stato occupato il parco Santa Chiara per impedire che ci costruissero dei palazzoni e un pomeriggio con Mario ci eravamo rivisti proprio lì e lui mi aveva messa in crisi facendomi capire che la vita era un’altra, che a vent’anni non si poteva avere già la strada segnata e niente più da decidere riguardo all’amore. Ma io cocciuta non ascoltavo e col senno di poi è stato evidente che aveva ragione.

I lavori pubblici erano un ufficio davvero particolare. L’ingegner capo, grande e grosso anche lui, mi faceva davvero ridere. Bussavo alla porta del suo ufficio, lui mi faceva entrare e mi diceva, con fare circospetto, di chiudere e buttare via la chiave. Era oberato di lavoro e per svolgere le sue funzioni doveva rendersi irreperibile.

L’ufficio delibere era il peggiore, secondo me. Una dozzina di ragazze che ripetevano sempre meccanicamente le identiche operazioni: mettere sempre lo stesso timbro, la stessa scritta, controllare il testo, predisporre le firme. Erano disposte come a scuola, con le scrivanie allineate. In cattedra Claudia, che portava un camice azzurro carta da zucchero e, con aria severa, zittiva il minimo mormorio. Era un incubo per me che venivo spesso minacciata dal Dottor Artiglio di finire lì se non mi addomesticavo.

Al centralino c’erano cinque persone, cieche, fra cui Antonio che prendeva il mio stesso autobus ed era dolcissimo, ed Anna, indimenticabile persona.

Il centro duplicazione si occupava della stampa di tutto il materiale intestato che serviva per il nostro lavoro. Il responsabile, Bruno, era molto simpatico e pieno di battute spiritose. Era una pausa allegra quella nel loro ufficio.

L’ufficio espropri aveva un compito molto ingrato ed i geometri che lavoravano lì erano un po’ frustrati, ma Nino spiccava per la simpatia e la bontà. Ecco, questo mi preme dire: ho conosciuto tante persone in gamba che lavoravano in Provincia. E poi, in questo momento, alla Provincia sono molto grata, perché mi ha permesso di fare una gran festa per la mia pensione alla quale sono potuti intervenire oltre 250 carissimi amici ... insomma il regalo più inaspettato, più giusto, più grande e dolce ricevuto.

Il segretario generale era un maturo signore che sembrava uscito da un romanzo classico: un tipo super partes e con molta classe, che mediava i rapporti fra l’apparato burocratico e la politica.

Il vice segretario generale assomigliava un po’ all’armatore greco Onassis ed era un uomo deciso e giusto con il quale avrei dovuto iniziare il mio lavoro in Provincia, ma poi all’ultimo momento mi avevano cambiato pollaio.

All’ufficio informazioni c’era Ester, simpatica ed efficiente ragazza con i capelli nerissimi, somigliante alla Lucy di Linus, che si faceva in quattro per dare ogni tipo di chiarimento agli utenti. Troppo brava: l’hanno poi trasferita perché creava un pericoloso precedente: lavorava troppo bene e dopo di lei poteva esserci solo il diluvio. Creare precedenti era un’espressione spesso ripetuta in Provincia: se si avvalorava una procedura nuova, si creava immediatamente un precedente. Il che era gravissimo, perché allora qualcuno poteva sempre dire: ma come, a me dite di no, quando ad altri è stato detto di sì? Ne andava della credibilità dell’ente e del funzionario coinvolto.

Il Presidente era allora Bruno Kessler, che sentivo nominare ovunque, ma non conoscevo di persona e che era amato e temuto nello stesso tempo.

Il suo segretario, Bepi Prosser, era davvero simpatico. Qualche anno dopo, quando aveva perso potere ed era stato trasferito in un altro servizio, avevamo gli uffici a fianco e un balcone in comune, dove ci s’incontrava a fumare una sigaretta e a far due chiacchiere. Impossibile dimenticare i suoi acidissimi attacchi ai politici: non si poteva che dargli ragione. Era stato nella stanza dei bottoni per molto tempo e aveva tante cose da raccontare.

Ma mi piace ricordarlo qualche anno dopo in Consiglio Provinciale, dove si occupava con gran competenza della cultura ed organizzava mostre di pittori trentini. Aveva lasciato alle spalle quel periodo buio, ma era tardi, ormai il suo fisico robusto era minato e infatti se ne andò qualche anno dopo, senza riconoscimenti ufficiali, senza loden e cappello tirolese. Allora grazie, Bepi, grazie di aver creato un precedente finalmente degno di essere ricordato.