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Il mercato delle infermiere rumene

Intoppi burocratici, abusi, sfruttamento e ingiustizie che intralciano la copertura di un lavoro che gli italiani non vogliono più fare. Da “Piazza Grande”, giornale di strada di Bologna.

Mauro Picciaiola

Le chiameremo Maria e Lucia: i nomi sono di fantasia, ma le storie sono vere. Raccontano di un paradosso per cui molte persone non riescono a lavorare nonostante facciano un lavoro molto richiesto in Italia, l’infermiere professionale. Tanto richiesto che non rientra neanche nelle quote previste annualmente dal governo per l’ingresso in Italia di immigrati.

Maria e Lucia lavorano come infermiere in un ospedale in Romania. Guadagnano circa 300 euro al mese più la “spaga”, una mancia che gli assistiti danno alle infermiere, un modo per ringraziarle delle loro cure. A loro volta Maria e Lucia danno alla caposala la “spaga”, che in questo caso è una specie di tangente che le infermiere danno al loro superiore per non aver problemi sul posto di lavoro. Insomma, Maria e Lucia guadagnano più o meno 300 euro, con cui in Romania puoi comprare molto pane, latte e yogurt; ma se fai un viaggio in macchina, devi far bene i conti, perché la benzina costa più di un euro e se fai un giro troppo lungo c’è il rischio che ti parta metà dello stipendio.

Maria e Lucia trovano in ospedale un annuncio col quale un’agenzia di lavoro cerca infermiere professionali da mandare in Italia. In Romania gli italiani vanno per aprire aziende e comprare terreni e se vai in Romania ti chiedono se è vero che in Italia si guadagnano 4/5.000 euro al mese. In Italia c’è una carenza cronica di infermiere e molte infermiere rumene aspirano a lavorare in Italia, spinte dal miraggio di guadagni così alti.

Anche Lucia e Maria vogliono partire e vanno all’agenzia, che fa firmare loro un contratto di collaborazione per la ricerca di lavoro e le informa su tutte le carte che devono tradurre e i permessi da richiedere in ambasciata. Una volta raccolti tutti i documenti, questi vanno spediti al Ministero della Salute italiano per ottenere l’abilitazione a lavorare.

L’agenzia ha un contatto con una cooperativa italiana che prende in appalto servizi sanitari in diversi ospedali. La cooperative spedisce in Romania la copia di un precontratto e una delega che le infermiere devono sottoscrivere. La delega serve affinché un responsabile della cooperativa possa ritirare l’equipollenza (il riconoscimento di validità del diploma di infermiere conseguito in Romania) rilasciata dal Ministero della Salute.

Arrivano le equipollenze, che però non tornano in Romania alle legittime proprietarie, rimangono in Italia presso la cooperativa, che manda le carte in questura e chiede il permesso di lavoro per le infermiere. Una volta in Italia, le infermiere lavorerebbero per la cooperativa, con stipendi più bassi rispetto al contratto nazionale. Ma le ragazze sono ugualmente contente di partire per un Paese con stipendi tanto alti.

Ma qualcosa non funziona: ci sono dei ritardi per i permessi di lavoro, la cooperativa perde alcuni appalti per delle irregolarità e l’agenzia rumena perde la pazienza e cerca altri contatti in Italia. Li trova, e propone alle infermiere di firmare un altro pre-contratto con un’altra cooperativa. Con questa – assicura – entro tre mesi andranno in Italia.

Per essere più convincente, la nuova cooperativa, aiutata dall’agenzia rumena, organizza in Romania un esame d’italiano per l’iscrizione all’albo degli infermieri, e nel frattempo richiede indietro le equipollenze alla prima cooperativa e le riceve. All’esame, intanto, hanno partecipato molte infermiere, alle quali viene detto che l’esame è stato superato.

A questo punto la cooperativa propone il nuovo pre-contratto, per accettare il quale, però, le infermiere dovrebbero lasciare subito il lavoro in Romania, perché – assicurano – si parte subito. Maria firma, mentre Lucia rimane con la vecchia cooperativa perché, prima di venire in Italia, vuole continuare a lavorare.

Passano tre mesi e poi ne passano altri tre. Maria chiede come mai ancora non si parta e ogni volta la spiegazione è diversa: problemi burocratici, si aspettano le elezioni, sono cambiate le leggi…

Ma Maria non può aspettare ancora: da sei mesi non lavora, il figlio fa l’università, i soldi stanno finendo. A quel punto Maria contatta delle persone che la fanno entrare in Italia per lavorare, in nero, come badante. Vicino a dove attualmente lavora, in Italia, c’è un ospedale che cerca personale, ma lei non può andarci, perché la cooperativa con la quale ha firmato si rifiuta di restituirle la sua abilitazione e lei non può farci niente, men che meno denunciare la cooperativa, visto che è in Italia irregolarmente.

Torniamo in Romania, dove troviamo Lucia che finalmente riceve il permesso di lavoro. Dall’Italia le dicono di venire: una volta qua, potrà richiedere il permesso di soggiorno e cominciare a lavorare in un ospedale. Lucia parte, prende il permesso di soggiorno, ma non comincia il lavoro: la cooperativa le dice di aspettare. Intanto può vivere in un casolare sperduto nella campagna insieme ad altre decine di infermieri che, pure loro, aspettano. Due volte la settimana vanno a prenderla in macchina per fare la spesa, per il resto è praticamente bloccata in casa, una cucina dove tutti devono mangiare, con due bagni in comune.

Lucia aspetta due mesi e mezzo, litiga con i rappresentanti della cooperativa e va in depressione. Dopo tre mesi le trovano un lavoro, ma ormai non se la sente di restare, è stanca, e torna in Romania a riprendere il suo vecchio lavoro. Attualmente è anche in cura da uno psichiatra, ma dice che, appena si riprende, ci riprova.

L’attuale legge sull’immigrazione che prevede la possibilità di arrivare in Italia solo su chiamata di un datore di lavoro ha fatto nascere nei Paesi dell’est europeo numerose società di intermediazione che si occupano di reclutare forza lavoro. Queste società stipulano degli accordi con le cooperative italiane che prendono in appalto dei servizi nelle strutture sanitarie, e che assicurano alle agenzie 50/60 euro al mese per tutta la durata del contratto per ogni persona che viene mandata in Italia. Naturalmente questi soldi non li paga la cooperativa ma gli ingaggiati, che percepiscono stipendi più bassi di 3/400 euro rispetto al contratto nazionale. Non solo: spesso ricevono lo stipendio con molto ritardo, vengono maltrattati, abitano in case fatiscenti che devono condividere con molte altre persone e l’affitto viene sottratto dallo stipendio.

Alcune cooperative sono state multate perché, per rispettare le richieste che venivano dagli ospedali, facevano lavorare persone con il solo permesso turistico. E sono molte le denunce sporte da infermieri immigrati per maltrattamenti e ingiustizie subiti da parte dei datori di lavoro.

Le strutture sanitarie preferiscono appaltare i servizi perché così non devono sostenere gli alti costi del lavoro, ma in alcune zone d’Italia si assiste già a un’inversione di tendenza.

A Torino, già dallo scorso anno, i sindacati e i rappresentanti delle strutture sanitarie si sono accordati per l’assunzione diretta del personale in possesso di permesso di soggiorno.