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Mandacarù e gli altri: i successi e i problemi

Il premio Nobel al “banchiere dei poveri” Yunus ha acceso i riflettori sulla finanza e sul commercio “equo-solidali”.

L’assegnazione del premio Nobel per la pace a Muhammad Yunus ha attirato anche se solo per un momento l’attenzione sul microcredito e sul mondo del commercio equo e solidale. Com’è noto, il premio Nobel per la pace 2006 è stato assegnato a Muhammad Yunus e alla Grameen Bank, la ‘banca del villaggio’ che l’economista del Bangladesh ha fondato nel 1976 e che fornisce microcredito, cioè piccoli prestiti (dai 100 ai 200 dollari, prestiti sulla parola, una stretta di mano e via) ai poveri per aiutarli a creare piccole attività.

Il Premio Nobel per la Pace Muhammad Yunus.

Nella motivazione, il comitato dei Nobel cita i “loro sforzi per creare uno sviluppo economico e sociale dal basso... Ogni persona sulla Terra ha il potenziale e il diritto di vivere una vita rispettabile. Attraverso le culture e le civiltà, Yunus e la Banca Grameen hanno mostrato che persino il più povero dei poveri può lavorare per il proprio sviluppo”.

Grazie alla Provincia di Trento e alla Federazione delle cooperative, alcuni anni fa fu possibile per Mandacarù, assieme al portale Unimondo della Fondazione Fontana, invitare Yunus nell’ambito della World Social Agenda del 2000 (Padova e Trento) e la sua direttrice generale Nurjahan Begum a Civitas.

Davanti a una platea gremita Muhammad Yunus aveva enunciato il suo “credo” finanziario, articolato in pochi punti: “Il prestito è un diritto, se non lo si capisce sarà difficile difendere anche gli altri diritti umani; in qualunque individuo vi è la capacità di affrancarsi dalla povertà se le istituzioni non negano questo diritto; possiamo sradicare la povertà se spingiamo queste istituzioni a prestare le risorse necessarie non a chi ha già, ma a chi non ha nulla”.

Nei giorni scorsi, alcune decine di “piccoli Yunus” del Trentino, appartenenti alla cooperativa Mandacarù, si sono riuniti per rilanciare il microcredito a livello locale. Abbiamo incontrato il presidente di Mandacarù Fabio Pipinato ed uno dei consiglieri amministrazione della stessa cooperativa, Andrea Dal Prà, per parlare con loro del fenomeno del commercio solidale.

La nostra trentina cooperativa Mandacarù - esordisce Pipinato - dal 1989 è la prima raccoglitrice di finanza solidale a sostegno di 150 microproduttori del Sud del mondo del consorzio ‘Ctm altromercato’. Per i trentini, formatisi alla scuola di don Guetti, il microcredito non è una novità ed è di questi giorni l’ennesima campagna della Cooperativa volta a raccogliere microprestiti dalla propria base sociale non solo a favore del nuovo negozio di Trento, che permetterà la vendita dei prodotti del sud del mondo, ma anche a favore del pre-finanziamento dei microproduttori. Pochi denari a chi ha voglia di lavorare. Al bando la pigrizia e l’assistenzialismo. Sono molte le famiglie trentine e i singoli che hanno la buona abitudine di venire in cooperativa a fare un microprestito a favore di un sogno: la libertà dalla miseria. Nonostante il Nobel, infatti, resta il grave fatto che, secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, l’80% della popolazione mondiale ottiene solo il 5,4% del credito erogato dal sistema bancario internazionale”.

L’appuntamento di Trento era riservato allo staff ed alle segreterie delle tredici botteghe di Mandacarù. Per il pubblico invece si sta già organizzando per il 24-25 novembre, presso la “Libera Università di Bolzano”, un evento che centrerà la propria attenzione sul microcredito in Asia. Insomma, per chi vuole approfondire, investire ed impegnarsi non mancherà l’occasione.

Con Dal Prà, parliamo di un altro aspetto del commercio equo e solidale e cioè della confusione che attorno al settore è stata a volte creata con attacchi esterni e con errori interni.

La prima ‘notizia’ è apparsa sul Financial Times, ripresa subito dal Sole 24 Ore e quindi dalla Stampa, che titolava: ‘Caffè solidale, invece è una truffa’. E’ cominciata così la condanna senza appello del commercio equo e solidale. Il ‘caffè etico’ prodotto in Perù, il più grande esportatore al mondo di caffè Fairtrade, proverrebbe da ‘piantagioni illegali in una foresta pluviale protetta’ e sarebbe prodotto da ‘lavoratori pagati meno del salario minimo legale’. ‘Tutto ciò pone dubbi sul processo di certificazione utilizzato da Fairtrade’ – sentenziava il Financial Times.

I microproduttori del Perù hanno replicato richiamando l’impegno per la riforestazione ed i controlli interni degli standard lavorativi. Ma non basta. Poco ci deve consolare se gli stagionali erano pagati comunque un terzo di più rispetto al contesto del Paese. E le stesse risposte del direttore di FLO (l’organismo di Bonn che detta gli standard per la certificazione equa dei prodotti), sono largamente insufficienti. Come non può consolare che nessuno di quei prodotti abbia raggiunto l’Italia”.

Dal Prà, che si può fare per evitare il ripetersi di situazioni del genere?

“E’ necessario, prima che sia troppo tardi, regolamentare il commercio equo e solidale con una legge che ne riconosca le particolarità, i vantaggi, il carattere di cooperazione internazionale efficace. E bisogna fare chiarezza tra ‘equo’, ‘solidale’ ed ‘etico’, tutti aggettivi che sono diventati appetibili etichette di marketing per gli ‘esperti’ che tentano di affascinare i consumatori che sempre più chiedono di conoscere la provenienza degli alimenti e le modalità di produzione e di rispetto dei lavoratori e dell’ambiente”.

In assenza di criteri fissati da leggi e regole, i prodotti di largo consumo che riportano la scritta equo/solidale/etico sono sempre credibili? E i nuovi attori che si affacciano in questo mercato, sono sinceri o equofurbi?

“Il rischio c’è: le buone pratiche collaudate da anni di sforzi dalle organizzazioni di commercio equo possono venire facilmente strumentalizzati a fini di puro incremento di quote di mercato per l’acquisizione di target. Da qui la necessità di una legge che prescriva con chiarezza i requisiti per poter definire ‘equi e solidali’ i diversi prodotti. Oggi, a fronte di vari importatori, la cernita è lasciata alla grande distribuzione ed al consumatore: a loro è chiesto di saper distinguere, cercando di conoscere la storia che sta dietro ad un’etichetta”.

Ma come scovare, in assenza di regole certe, la differenza tra chi costruisce una relazione diretta e di lunga durata con i produttori, anche piccoli e di norma i più poveri, e chi si accontenta di una semplice certificazione?

“La stessa cosa vale per la finanza solidale ed il microcredito. Siamo stati fra i primi in Italia ad aver creduto realmente al microcredito. Assieme a noi tanti trentini hanno investito molto sulla cooperativa che ha altrettanto investito sui microproduttori. Anni fa abbiamo invitato (assieme ad altri) – quando era ancora poco conosciuto – l’attuale premio Nobel per la pace. Con Yunus la parola ‘microcredito’ ha fatto il giro del mondo e oggi anche alcune banche, che appoggiano disinvoltamente il commercio d’armi ai Paesi poveri, hanno compreso l’affare ed emettono ‘prodotti etici’ autocertificati, mentre altre hanno cercato di autoregolamentarsi secondo una deontologia coerente. Il mercato è in espansione e proprio per questo la scelta fra prodotti finanziari etici e prodotti specchietto per le allodole ed anche tra prodotti del commercio equo e quelli etichettati solo come tali, dovrebbe esser fatta a monte, dalla legislazione.

Da qui le proposte di legge che qualche settimana fa sono state discusse a Roma in un convegno e che dovrebbero porre fine all’attuale far-west dove tutti potrebbero appiccicarsi la patacca di equità”.