Menù
Home
QT
Questotrentino
Mensile di informazione e approfondimento
Utente
Cerca

Sezione principale

“Vado a morir per la mia patria bella”

Il convegno di Rovereto “La scelta della patria. Giovani volontari nella Grande Guerra (1914-18)”

Alessio Quercioli

A cinque mesi dall’inaugurazione della mostra “La scelta della patria” dedicata ai volontari “irredenti” nell’esercito italiano, il Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto ha organizzato un convegno di studi sul tema del volontariato militare durante il primo conflitto mondiale. L’attenzione non era focalizzata in questo caso esclusivamente sugli “italiani d’Austria”, ma ampliata all’intero Paese: una straordinaria occasione per analizzare una vicenda spesso trascurata dalla storiografia.

I lavori della prima giornata sono stati aperti da Piero Del Negro, una dei più autorevoli studiosi italiani di storia militare, con una relazione che ha messo a nudo il rapporto di estraneità, anzi di ostilità, tra esercito italiano e spinta al volontariato di guerra. Dal punto di vista dei militari, i volontari tendono a star fuori dalle regole e dalle gerarchie, sono una sopravvivenza risorgimentale fuori posto nella guerra moderna, in definitiva sono sgraditi. E poi la leva di massa investe tutti, non c’è spazio dunque per un arruolamento volontario di proporzioni significative. Sono in tutto 8.171 i volontari ufficialmente riconosciuti dall’esercito durante la guerra: solo quelli che non facevano parte delle classi (1874-1899) soggette a mobilitazione obbligatoria. Constatare che, nel dopoguerra, l’Associazione Nazionale Volontari conterà quasi 20.000 soci evidenzia non solo la difficoltà di inquadrare la reale dimensione del fenomeno, ma soprattutto l’esistenza di quell’ambigua categoria, definita da Del Negro del “volontariato soggettivo”, formata da tutti coloro che, per convinzione o per opportunità e al di là della leva obbligatoria, si sentirono comunque volontari. E così il tema centrale del convegno, che poteva sembrare ridimensionato fin dalle prime battute, rientrava per così dire “dalla finestra” e poteva venir analizzato da molteplici punti di vista.

Marino Biondi, soffermandosi inizialmente su un testo chiave come l’Esame di coscienza di un letterato di Renato Serra, ha ricostruito attraverso energiche esemplificazioni e con nettezza di giudizi “il vasto e inquietante quadro di una generazione cresciuta in un clima di schietta violenza ed esasperato idealismo”.

Non solo il panorama culturale ma anche quello politico vide, agli inizi del XX secolo, una massiccia presenza di giovani. L’intervento di Giulia Albanese ha permesso tra l’altro di osservare come questa presenza abbia interessato tanto il mondo interventista quanto quello neutralista e come entrambi gli schieramenti abbiano contribuito a rinnovare il linguaggio politico e le sue pratiche. Un rinnovamento che è anche anticipazione, nelle pratiche più violente dell’interventismo e nel suo linguaggio più radicale, del fascismo delle origini.

La guerra combattuta è stata introdotta da Hubert Heyriès tratteggiando i contorni di una vicenda la cui storia è ancora tutta da scrivere: l’esperienza di quei quasi diecimila italiani che, nel 1914, andarono a combattere in Francia nella Legione Straniera. Combatterono nelle Argonne e vennero ampiamente utilizzati dalla propaganda francese causando, in un periodo in cui Parigi e Roma non erano ancora alleate, non pochi imbarazzi al governo italiano. Lo studioso francese ha ricostruito le diverse motivazioni, ideali, politiche, esistenziali di questi combattenti “all’estero”, mentre una storia “interna” della tradizione garibaldina (particolarmente presente tra questi combattenti) ha fornito Eva Cecchinato. Tra il 1912 e il 1915 settori repubblicani (ma anche gruppi di matrice anarchica e socialista) tentarono di rivitalizzare la tradizione del “volontariato in camicia rossa” combattendo in Grecia nel ’12 e nel ’14 in Francia. Dopo l’intervento dell’Italia, questi epigoni del volontariato garibaldino furono inghiottiti nella guerra di massa e nell’esercito regio, esponendo a dura prova la coerenza del proprio percorso politico.

Un nucleo significativo di relazioni ha esplorato i temi della formazione. La relazione di Quinto Antonelli sulla scuola degli “Italiani d’Austria” ha introdotto il tema del volontariato irredentista che è stato poi analizzato nella seconda giornata del convegno. Già negli anni ‘80 dell’Ottocento iniziò a svilupparsi una vita studentesca insofferente alla durezza delle pratiche disciplinari delle scuole austriache; con i primi del ‘900 poi, stimolati anche dalle iniziative degli universitari (si pensi alla lotta per l’Università italiana in Austria), gli alunni delle medie trentine si fecero sempre più audaci sulla strada delle proteste che culmineranno con un clamoroso “sciopero scolastico” nel 1912. Molti dei protagonisti di queste iniziative, che ebbero spesso anche un deciso segno anticlericale, si ritroveranno pochi anni dopo a combattere volontari con la divisa del regio esercito.

Ancora della scuola, ma questa volta a Bergamo, si è occupata Valentina Colombi, evidenziando l’importanza del sentimento irredentista nell’ambiente studentesco. Le proteste di piazza e poi la mobilitazione interventista rappresentarono un autentico “apprendistato volontaristico” per questi studenti che, tornando all’idea del “volontariato soggettivo”, anche se chiamati alle armi nelle normali classi di leva, considerarono comunque come una scelta consapevole la loro partecipazione al conflitto.

Non solo l’ambiente scolastico fu luogo di socializzazione nazionale. L’associazionismo sportivo rappresentò uno straordinario centro di formazione politica in tutto l’ambito europeo fin dalla seconda metà del XIX secolo. Il caso trentino, oggetto della relazione di Elena Tonezzer, evidenzia l’importanza che le associazioni sportive ebbero nella diffusione e nel consolidamento di una coscienza nazionale filo-italiana. Emblematico il caso dell’incontro “polisportivo” di Trento del 1908 che vide la partecipazione di molte società sportive del Regno contribuendo a mantenere viva l’attenzione dell’opinione pubblica italiana sulle vicende degli “italiani d’Austria”.

Giovani, ambiente studentesco, interventismo: temi che ancora una volta si sono intrecciati nella relazione di Stefano Galli dedicata a L’Ora Presente, quindicinale interventista pubblicato dagli studenti veronesi e trentini del Politecnico di Torino tra l’ottobre del 1914 e il maggio del ‘15. Un giornale autogestito e finanziato attraverso le proprie attività editoriali, diffuse attraverso una informale catena militante: un esempio eloquente di protagonismo giovanile “dal basso”.

La seconda giornata di lavoro è stata aperta da due interventi dedicati più specificamente al volontariato di matrice irredentista. La relazione di Fabio Todero (autore di un bel volume dedicato ai volontari “adriatici”, Morire per la patria, Gaspari 2005) si è sviluppata in particolare intorno alla questione dei numeri e alla difficoltà, anche nel caso di quello che veniva chiamato il “Litorale austriaco”, di stabilire esattamente l’entità del fenomeno. Per quanto riguarda il Trentino (oggetto della relazione di chi scrive) i dati numerici, tra riformati, regnicoli (così erano definiti coloro che avevano cittadinanza italiana) e nominativi di incerta attribuzione, sono, analogamente, tutt’altro che univoci. Quella che invece, in ambedue i contesti, è apparsa chiara è l’influenza che gli ideali risorgimentali, uniti a quella ribellione giovanile evidenziata da Antonelli, ebbero nel motivare la scelta di molti di questi giovani cittadini del vecchio Impero.

Di altri cittadini “austriaci” impegnati a combattere contro la Duplice Monarchia ha parlato Paolo Pozzato, raccontando la vicenda dei volontari cecoslovacchi che combatterono a fianco dell’Intesa proprio sul fronte italiano. Paola Antolini, già nella prima giornata, aveva anticipato il tema della memoria dei volontari. Il suo intervento si è concentrato su un libro esemplare, Pagine di guerra e della vigilia di legionari trentini, curato nel 1932 da Bice Rizzi. Antolini (che della Rizzi ha scritto una biografia attualmente in stampa) ha analizzato il contesto politico-culturale nel quale Pagine di guerra nacque e ha mostrato come l’intervento della ammirevole curatrice ci abbia restituito tuttavia una memoria selezionata e in qualche misura edificante. Nel dibattito seguito alla sua relazione è emersa la proposta (formulata in particolare da Vincenzo Calì) di una nuova, vasta edizione di scritti autobiografici dei volontari trentini e si è ribadita l’esigenza di un’ ulteriore fase di ricerca sulle politiche monumentali del dopoguerra.

Anche gli italiani della vasta Italia emigrata all’estero furono chiamati a combattere. Chi rispose alla chiamata fu anch’esso, in fondo, un volontario, vista l’impossibilità dello stato italiano di sanzionare i renitenti. Furono moltissimi a tornare nella patria in armi, ma 4 o 5 volte più numerosi quelli che non lo fecero: degli uni e degli altri, in particolare degli italoamericani, ha ragionato Emilio Franzina, tracciando i lineamenti di una panoramica ricchissima di spunti di storia politica e sociale.

L’argomento del contributo di Fabrizio Rasera è stato quello, ancora poco noto, della presenza del pensiero e dell’azione “battistiani” nella Fiume di D’Annunzio. Tra i circa 60 trentini che parteciparono all’impresa ci fu il figlio di Battisti, Gigino, e un’appassionata adesione diede anche sua madre Ernesta, che in quell’esperienza credette di riconoscere i lineamenti di una politica nuova e coerente all’eredità migliore della guerra “redentrice”. Una parte di questi fiumani battistiani saranno successivamente protagonisti di un’aperta opposizione al fascismo, senza rinnegare peraltro le scelte patriottiche della gioventù: è il caso, fra tutti, di Giannantonio Manci, ispiratore e martire della resistenza trentina.

Lisa Bregantin si è occupata di un tema ineludibile quanto arduo, quello del rapporto tra i giovani soldati e la morte. Enrica Bricchetto, infine, ha offerto un ritratto di Franco Ciarlantini, volontario nel 1915 e poi intellettuale fascista, che mise al servizio della propaganda di regime la propria esperienza di guerra.

“Il popolo bambino”

A conclusione del convegno Sergio Luzzatto ha discusso con Antonio Gibelli il volume di quest’ultimo Il popolo bambino (Einaudi 2005) dedicato alla nazionalizzazione dei bambini e alla loro mobilitazione bellica avvenuta nella prima metà del ‘900. Un altro punto di vista sull’apparente ineluttabilità del rapporto guerra-giovani, ma anche un’occasione per sottolineare l’importanza del contributo dell’autore de L’officina della guerra ad una nuova storiografia. Che della Grande Guerra ha studiato le “nefaste meraviglie”, la profondità e la novità delle esperienze soggettive che essa ha sollecitato e insieme la dimensione sconfinata dell’orrore che ha immesso nella storia. Contraddizione in termini, umano mistero che non si lascia compiutamente spiegare, oscura e possente radice del nostro mondo intorno alla quale ci sono potenti ragioni per continuare a interrogarci: nel dialogo che concludeva il convegno si è riaffermata l’attualità di una ricerca sulla guerra che non può essere né pacificata né esaurita.

Fabrizio Rasera