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“Le flame del paradis”

Film che, narrando un episodio di stregoneria, vorrebbe presentare uno spezzone di storia del Trentino. Ma il carattere troppo amatoriale, oppure smaccatamente pubblicitario, fanno naufragare l'opera nel ridicolo.

Luciano Emmer è un regista che ha un posto nelle storie del cinema italiano. L’Enciclopedia del cinema Garzanti lo definisce “probabilmente uno dei più attenti narratori dell’Italia del primo boom economico che cerca di sprovincializzarsi”. Gian Piero Brunetta riconosce nelle sue storie “un ruolo di registrazione dei modi di vivere, degli orizzonti di attese, dei comportamenti, della percezione del futuro, delle disponibilità economiche e delle attitudini consumistiche delle persone comuni”. Per questo è spiacevole assistere al catafascio artistico e culturale della sua operazione trentina, il film “Le flame del paradis”.

Luciano Emmer – ottantotto anni, da tempo residente in Trentino – ha voluto realizzare un film ambientato in Val di Non su un episodio di stregoneria. Una strega, di nome Zappina, abita una casetta nel bosco stile fratelli Grimm. E’ generosa con tutti – regala latte, minestre… – al punto che all’inizio pare di percepire una precisa intenzionalità autoriale a trasmettere un messaggio di superamento degli stereotipi sui nonesi. Ma attorno a lei si creano presto brutte dicerie. Finirà processata e poi bruciata sul rogo.

La semplicità della trama si traduce in una rispettabile semplicità produttiva, assecondata da una voluta modestia/ingenuità nelle scelte della rappresentazione. Ma i problemi sono tanti. Molte, troppe scene, contengono imprecisioni, errori e assurdità che le rendono immediatamente ridicole.

Luciano Emmer

Un esempio di dialogo: Zappina e il Silvanel – specie di amante-filantropo, cacciatore-ecologista, brigante-RobinHood – sono in riva al lago di Molveno. Si scambiano queste battute:

Zappina: “Erano anni che non passavo una giornata così”.

Pausa. Ancora Zappina: “Ma tu non parli mai?”.

Silvanel: “Preferisco guardare i tuoi occhi”.

Zappina: “Andiamo a casa”.

Silvanel: “Prima ti prendo un pesce”.

La parola preferita dallo sceneggiatore è bastard-o/a/i/e. La Zappina per il suo carceriere e per i compaesani è una bastarda, son bastardi i giudici che la processano, le guardie che la arrestano, gli uomini in generale… Questa insistenza non trova davvero nessuna giustificazione logica.

La nostra personale scena cult preferita ha che fare con una trota. La Zappina e il Silvanel attraversano un ruscelletto – profondità approssimativa dell’acqua: 2-3 cm. Il Silvanel si ferma, si china e, concentrandosi, tuffa entrambe le mani nell’acqua per tirarne fuori una trotona da mezzo chilo.

In altri casi, sono state salvate riprese che in un film curato avrebbero avuto bisogno di un secondo ciak. Quando le guardie vanno ad arrestare la strega, una di esse, in un momento che si presume drammatico, scivola sul fango e cade a terra proprio mentre prende Zappina per il braccio. Perché tenere e montare comunque quella sequenza? E’ una continua sfida al ridicolo involontario. Anche il pur bendisposto pubblico in sala è costretto a infierire.

Assistere in sala alla proiezione del film è un’esperienza. Come alle lezioni dell’università della terza età, i commenti ad alta voce si sprecano. Si addormenta il prete? Uno commenta: “El s’è endormenzà”. Si dice che gli uomini son tutti bastardi? Uno commenta: “’N po’ masa feminista”. Il cacciatore accarezza il cervo? “Vàra lì San Francesco”. Compare il gufo? “Ah che bel”.

“Sembra di essere in piazza”, postilla giustamente qualcuno.

Come alle recite di fine anno scolastico, il pubblico è lì per vedere il cugino, lo zio, l’amico, il conoscente. Con veri e propri casi di tifo all’entrata in scena dell’uno o dell’altro e un condiviso entusiasmo per la performance attoriale di Caterina Dominici. Va detto, sinceramente, che la preside, politica e studiosa trentina incarna in modo sontuoso la parte della donna inzitellita che diventa la più fervida delatrice della strega. I partecipati barcollamenti del suo corpo ne fanno una presenza scenica assolutamente all’altezza, un’ottima incarnazione del personaggio che deve rappresentare.

In generale, la recitazione, in antico vernacolo noneso, è probabilmente la parte migliore del film. Molti degli attori offrono prestazioni dignitose, anche se sono mal serviti da un suono in presa diretta difettoso, che perde volume quando gli attori non indirizzano la voce verso il microfono.

Questa imperfezione fa coppia con quella, assai più grave, nella qualità delle immagini, veramente indecorose, con i colori saturi che friggono e una manifesta difficoltà ad utilizzare il digitale. Tali difetti funestano anche le inquadrature che omaggiano la natura trentina: è impossibile, avendo di fronte questo livello di definizione, ammirare – se lo si vuol fare – le montagne, i ruscelli, i gufi, i cervi, i cieli, gli orsi che intervallano le sequenze.

Nel suo complesso, l’operazione si rivela quindi inutile: per Emmer, per il pubblico, per l’immagine del Trentino e la sua consapevolezza nei confronti della propria storia.

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