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Aria nuova a Washington

Dal trionfo dei Democratici alle prime mosse in vista delle elezioni presdienziali.

Francesca Agostini, Marco Cova

Ce l’aveva detto Darren, amico e democratico convinto, “Questa volta i Democrats dovrebbero farcela. I Repubblicani han troppi punti deboli, non solo l’Iraq, ma anche gli scandali degli ultimi tempi”. “E in California?” abbiamo chiesto noi. “No, lì Terminator Schwarzy vincerà sicuramente. Da un anno in qua governa come un Democratico, si è smarcato dalla Casa Bianca e inoltre lo sfidante è un semi-sconosciuto”. Le previsioni di Darren si sono avverate: i Democratici han ripreso il controllo della Camera, come ampiamente pronosticato, e anche, a sorpresa, del Senato. A livello locale, Schwarzenegger ha stravinto nella sfida a Governatore della California.

Nancy Pelosi.

Abbiamo assistito a una campagna elettorale molto aspra, carente dal punto di contenuti politici e ricca invece di attacchi personali e colpi bassi. In particolar modo i Repubblicani, a corto di argomenti e con la responsabilità di un biennio di governo non esaltante, hanno provato a fare leva sui tabù dell’America puritana, dipingendo gli avversari come liberal estremisti, favorevoli ai matrimoni gay e alla liberalizzazione delle droghe, e magari frequentatori di locali ambigui. Questa volta la strategia non ha funzionato, anche perché lo scandalo maggiore, gli affari amorosi tra Mark Foley e i paggetti della Camera, è scoppiato proprio in casa repubblicana e ha trattenuto dal voto la componente radicale religiosa del suo elettorato.

Ben più efficace la campagna democratica, diretta da Howard Dean. Sua la scelta che il partito doveva ricominciare a giocare un ruolo nazionale, tornando a correre anche in Stati tradizionalmente repubblicani; e sempre sua la decisione di presentare in questi Stati candidati moderati, in grado di intercettare una parte dei voti dei repubblicani delusi.

La settimana scorsa, la festa del Thanksgiving ci ha dato l’occasione di fare un viaggio a Washington. E davanti a Capitol Hill inevitabilmente il discorso è tornato alle elezioni. Secondo Andy, nostro ospite nella capitale, le motivazioni del risultato elettorale vanno cercate principalmente in una crescente sfiducia nei confronti dell’amministrazione Bush, definita senza mezzi termini a joke, una pagliacciata. Il riferimento non è solo alla guerra in Iraq, che anche qui da qualche tempo viene considerata un fallimento, ma, con nostra sorpresa, a Katrina e alla disastrosa gestione dei soccorsi a New Orleans. “Erano fellow Americans, English speakers, in our country che chiedevano aiuto e sono stati abbandonati: è una vicenda che ha fatto aprire gli occhi a molti”.

E‘ difficile prevedere ora in che misura i Democratici riusciranno a imprimere un nuovo corso in questa seconda parte della legislatura. Certo è che a Washington si respirava un’aria nuova: nuovi simboli, rinnovata retorica e ritrovati equilibri istituzionali. Per la prima volta una donna, Nancy Pelosi, è speaker of the House, formalmente terza carica dello Stato e col potere molto concreto di dettare ritmi e agenda della Camera.

La discussione sulla guerra in Iraq si arricchisce di nuove parole e analogie, segno che l’atteggiamento, dopo l’impasse di Bush, sta cambiando. Con l’uscita di scena di Rumsfeld, anche i Repubblicani si interrogano sui parallelismi tra l’Iraq e il Vietnam, sfatando un tabù che reggeva a dispetto di una realtà sempre più fuori controllo; mentre l’ex Segretario di Stato Colin Powell definisce “guerra civile” le crescenti violenze in Iraq, sdoganando così un’altra parola a lungo bandita dal dibattito pubblico. E, di conseguenza, la situazione torna in evoluzione, con nuove proposte, contatti e la diplomazia che riconquista seppur timidamente parte del suo ruolo.

Dal punto di vista istituzionale, la novità più interessante è la convivenza tra la Casa Bianca repubblicana e Capitol Hill democratico. E‘ prevedibile che si cercherà la via del dialogo, col risultato auspicabile di arrivare a scelte più condivise: la maggioranza democratica dispone infatti di un certo potere di controllo sull’operato del Presidente (potere a cui la maggioranza repubblicana aveva completamente abdicato in nome della fedeltà al suo “comandate in capo”); d’altronde Bush dispone del potere di veto e mantiene l’ultima parola in parecchie decisioni.

In un’ottica di più lungo periodo, con la fine di queste elezioni di mid-term, si è anche aperta ufficialmente la corsa per le presidenziali del 2008. Sia in casa repubblicana che democratica cominciano a farsi avanti le prime candidature. Nel partito dell’Asinello al momento i più quotati sono Hillary Clinton, pratica di campagne elettorali ed eccezionale nel raccogliere fondi, ma non sempre incisiva e convincente, l’astro nascente afro-americano Barack Obama, e la vecchia conoscenza Al Gore, che al momento si tiene prudentemente in disparte. Sembra invece fuori dai giochi John Kerry a causa di una infelice battuta rivolta durante un comizio ai ragazzi che lo ascoltavano: “Mi raccomando, studiate, altrimenti finite impantanati in Iraq”.

Più difficile invece la scelta per i Repubblicani, che, alle prese con un partito spaccato e carente di figure carismatiche, rivolgono le loro speranze alla vecchia gloria Rudolph Giuliani. Ma la corsa è appena iniziata.