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Studi in memoria di Adriano Rigotti

“Studi in memoria di Adriano Rigotti”, a cura di Mario Allegri. Edizioni Osiride, Rovereto, 2006, pp. 310.

Gian Paolo Romagnani

Alla prematura scomparsa di Adriano Rigotti (1946-2003) hanno fatto seguito iniziative di studio e ricerca, fortunatamente prive del formalismo proprio di molte occasioni commemorative, l’ultima delle quali si è ora concretizzata nella pubblicazione del bel volume “Studi in memoria di Adriano Rigotti”, curato da Mario Allegri per le edizioni Osiride.

Carlantonio Pilati

Chiunque abbia conosciuto Adriano Rigotti, ingegnere di professione e archeologo per passione ed autentica vocazione, ne ricorderà il carattere schivo e riservato, il forte senso della concretezza, la tenacia ed il rigore. Docente per molti anni all’Istituto tecnico Buonarroti di Trento, professionista e consulente di molte amministrazioni locali e per breve tempo assessore al Comune di Isera, Rigotti amava qualificarsi innanzitutto come “un tecnico”, uno specialista di impianti elettrici, ma in realtà egli era un appassionato studioso di storia romana, di epigrafia e di archeologia, autore di pubblicazioni importanti, al punto da divenire punto di riferimento per giovani e meno giovani studiosi, non solo a livello locale. Socio autorevole della Società di Studi Trentini e della Deputazione di Storia Patria per le Venezie, il suo nome è legato soprattutto all’Accademia Roveretana degli Agiati, della quale fu consigliere, segretario e per tre volte vicepresidente, assumendo anche la direzione degli “Atti” accademici dal 1991 fino alla morte. Dai primi anni ‘70 Rigotti è stato inoltre collaboratore attivissimo del Museo Civico di Rovereto di cui fu il primo Conservatore per l’archeologia e la storia romana. Negli stessi anni è stato protagonista delle prime campagne di scavo presso la villa romana di Isera, da lui condotte con metodo impeccabile, facendo di quello che sembrava essere un semplice ritrovamento locale un modello esemplare di scavo stratigrafico e di ricerca ancor oggi ammirata dagli studiosi. Adriano Rigotti è stato inoltre fondatore ed animatore del Centro Studi Lagarini di Rovereto (1965-1980), quindi dell’Associazione Lagarina di Storia antica di Isera da lui presieduta fino alla fine.

Alla molteplicità dei suoi interessi si richiama ora il volume curato da Allegri – nato nell’ambiente dell’Accademia degli Agiati, ma non direttamente patrocinato dall’accademia roveretana - che raccoglie 15 contributi opera di studiosi di generazioni, formazione ed interessi diversi, ma tutti animati dal medesimo spirito di “amichevole sodalizio” nel quale amava operare lo studioso scomparso. Se si vuole trovare un tratto comune ai contributi che specialisti di storia romana ed epigrafia, di architettura, di storia moderna e di storia letteraria hanno dedicato alla memoria di Rigotti, potremmo sintetizzarlo nell’espressione: nelle piccole le grandi cose. Ciascun saggio, infatti, prende le mosse da una “piccola cosa” (un’epigrafe, un manufatto, un documento, una lettera) di interesse apparentemente locale, per poi affrontare questioni e problemi di carattere più generale attraverso i quali la “grande storia” si inserisce e si intreccia con le vicende lagarine e trentine di tutti i giorni.

Tommaso Gar

Valeria La Monaca, ad esempio, una giovane e promettente epigrafista con forti interessi di storia della cultura, presenta un’inedita cartolina postale del 1885 inviata dal grande epigrafista tedesco Theodor Mommsen al bibliotecario veronese Pietro Sgulmero, nella quale si accenna non solo ad importanti temi epigrafici, ma anche ad una traduzione in tedesco di alcune poesie di Giosuè Carducci che lo stesso Mommsen aveva appena pubblicato insieme ad un altro mostro sacro degli studi classici come il grande filologo Ullrich Wilamowitz Moellendorf.

Fecondi intrecci fra studiosi e bibliotecari sono al centro dei contributi di Maria Grazia Pensa, Donatella Rasi e Carmen Flaim, che si soffermano, a partire dai carteggi inediti, su alcuni momenti della vita di Tommaso Gar, intellettuale trentino attivo prima a Vienna, poi a Napoli e a Firenze ed infine a Venezia (dove nel 1867 sarà nominato nel direttore dell’Archivio dei Frari), bibliotecario, archivista, letterato e germanista; una figura cara al curatore del volume, Mario Allegri, e per il quale Rigotti manifestava sempre interesse e curiosità. Dagli scambi epistolari, studiati da Maria Grazia Pensa e Donatella Rasi, con l’erudito e bibliofilo veneziano Emmanuele Cicogna e con il bibliotecario della Marciana Pietro Bettio, negli anni centrali dell’Ottocento, Tommaso Gar emerge non solo come uno studioso attento alle vicende storiche e all’identità culturale di un’Italia ancora in gestazione, ma come uno dei principali mediatori fra la cultura della penisola e il mondo tedesco: un mondo, in quei turbinosi decenni, troppo facilmente e schematicamente identificato con l’oppressione austriaca. Il contributo di Carmen Flaim consente infatti di valutare con quanta competenza egli affrontasse, nel “Quadro storico-critico della letteratura germanica nel secolo nostro”, pubblicato nel 1868, le vicende del romanticismo tedesco e dei suoi principali esponenti, molti dei quali (Heine, Grillparzer, Görres, Tieck) egli aveva conosciuto e frequentato personalmente.

Stefano Ferrari, ormai da alcuni anni, ci ha abituato a seguirlo in raffinate escursioni nella cultura europea dei Lumi, fra artisti, letterati e filosofi. In questo volume egli prende le mosse da un piccolo testo inserito nel volume VIII del “Voyage d’un françois en Italie” (1769) del celebre astronomo francese Lalande (l’articolo dedicato alla città di Rovereto e alla sua Accademia) per attribuirne con certezza la paternità al roveretano ed accademico agiato Andrea Saverio Bridi, autore di un manoscritto inedito dal quale sarebbe stato ricavato, successivamente, l’articolo francese. Ferrari ricostruisce con perizia l’itinerario del manoscritto: da Rovereto a Brescia e di qui (grazie ai buoni uffici dell’ing. Gerolamo Francesco Cristiani, fra gli Agiati Fidante, e del suo concittadino Giambattista Chiaromonti) a Parigi, dove sarebbe stato trascritto, tradotto (e di fatto tradito) da Lalande. Le vicende della Valle Lagarina si intrecciano così, quasi per caso, ma seguendo un intreccio di relazioni molto preciso, con quelle della grande cultura dell’enciclopedismo europeo settecentesco.

Agli stessi anni appartiene anche la vicenda ricostruita da Serena Luzzi – a partire da una breve lettera di Leopold Mozart alla moglie - nel gustoso saggio “A pranzo con Mozart”, che ci presenta un inedito ed ignaro Wolfgang - accompagnato dal padre nel primo viaggio in Italia che toccò Rovereto e Verona nell’inverno del 1769 - seduto a cena la sera di Natale in un palazzo di Rovereto di fronte ad un silenzioso ed imbarazzato Carlo Antonio Pilati: il grande illuminista trentino, appena cacciato da Venezia e braccato dalle autorità giudiziarie di almeno tre Stati. A cena in casa del conte Giannicolò Cristani di Rallo, funzionario imperiale e vicacapitano di Rovereto, sedevano quella sera, in amabile conversazione con i due Mozart e in presenza del fuggitivo Pilati, anche il canonico Gianandrea Cristani, fratello del primo e consigliere di quello stesso principe vescovo di Trento che aveva messo sotto processo Pilati; il conte Massimiliano Lodron e uno dei fratelli Festi, accademico agiato, tutti esponenti dell’alta società lagarina che non potevano ignorare la condizione in cui si trovava in quel momento Pilati, ma che – saggiamente – facevano finta di niente, consentendo così all’autore della “Riforma d’Italia” di mettersi in salvo. Da una “piccola” e finora sconosciuta vicenda, magistralmente tratteggiata dalla Luzzi, ormai una delle maggiori conoscitrici di Pilati, si viene così quasi sbalzati nelle “grandi” vicende della cultura europea del ‘700: il genio musicale del Salisburghese, l’illuminismo anticlericale e cosmopolita di Pilati, l’incombere della censura e la repressione delle idee nuove, il non sempre lineare rapporto fra “dire” e “fare”, ossia fra il dettato pubblico delle leggi e la loro privata, tacita trasgressione, complici – come a Parigi o a Berlino - le più alte autorità civili e religiose.

Dai viaggi e dai viaggiatori settecenteschi a quelli cinquecenteschi il passo può apparire più breve, se a condurci è uno studioso come Giuseppe Osti, profondo conoscitore della letteratura “di viaggio” e autore di un originale contributo su quattro descrizioni poetiche in latino del territorio trentino-tiolese, composte da altrettanti intellettuali umanisti tedeschi di religione riformata (Sabinus, Fabricius, Chyträus e Lindeberg) in viaggio per l’Italia negli anni centrali del Cinquecento.

Theodor Mommsen

A chiudere la raccolta dei saggi è Marcello Bonazza con un inedito profilo del viceprefetto napoleonico della Valle Lagarina, Pietro Perolari Malmignati, rifondatore dell’Accademia degli Agiati tra il 1811 e il 1813. Originario di Lendinara (Rovigo), ma ben ambientato a Rovereto, Perolari fu anche poeta di ispirazione classicista e pioniere della moderna statistica, ma soprattutto fu colui il quale riuscì, pur tra mille difficoltà, a ridar vita allo spirito cosmopolita del sodalizio roveretano, già fiaccato a fine ‘700 dal solipsismo elitario di Clementino Vannetti e poi apparentemente sepolto con l’occupazione francese e bavarese.

Bonazza risponde così ad una curiosità irrisolta di Adriano Rigotti per “l’altrimenti oscuro burocrate napoleonico” interessato alla statistica, del quale avrebbe voluto sapere di più, per eventualmente “assumerlo a pieno titolo fra i numi tutelari dell’Accademia”. Si può ben dire che il desiderio di Rigotti sia ora, almeno in parte, appagato, sebbene la figura di Perolari appaia abbastanza diversa – più modesta, ma al tempo stessa più vera e concreta - da quella che si era in un primo momento ipotizzata.

In definitiva questo volume - presentato e discusso nei giorni scorsi presso la Biblioteca Civica di Isera, presenti famigliari, amici ed estimatori di Adriano Rigotti – ben incarna, nei suoi intrecci ed anche nella diversità dei suoi contributi, quello spirito di “solidale amicizia” e di “cose concrete” che fu tanto caro allo studioso scomparso.

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