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Aernouk Mik alla Galleria Civica

In mostra le video-performance dell'artista olandese: provocatorie, perturbanti, spiazzanti; con qualche artificiosità di troppo.

Quando entro nella sala buia, il video mostra una fila di prigionieri, in abiti civili dimessi e scampoli di divise militari. Tra loro anche una ragazza. Gli uomini armati che li tengono sotto controllo appaiono nervosi, camminano avanti e indietro, uno si avvicina a quello che sembra il più anziano del gruppo e lo schiaffeggia; anche la ragazza viene ad un certo punto fatta avanzare di un passo. La tensione cresce.

Mi chiedo se ciò che sto guardando è un documento reale o una fiction. Tutto avviene nel silenzio più totale, manca il sonoro, fuorché nel momento in cui una lunga raffica di mitra viene sparata: in aria. E’ proprio quest’ uso del sonoro (questa eccezione alla regola del silenzio) il primo indizio ad aprirci un varco alla comprensione del lavoro di Aernouk Mik, l’artista olandese, nato a Groningen nel 1962, autore dei video che sono in mostra alla Galleria Civica di Trento fino al 25 febbraio, nell’ambito del progetto “Il teatro della vita” proposto da Fabio Cavallucci come stagione dedicata alla performance negli spazi urbani.

Che non si tratti, nel video di Mik, di un reportage da una delle guerre civili dell’ ex Jugoslavia (cui pure molti dati alludono) si nota via via dai gesti e dal modo stesso in cui gli eventi vengono narrati. L’azione si sposta lentamente dentro un palazzetto dello sport abbandonato, trasformato in luogo provvisorio di prigionia, in cui si va, per passaggi appena percettibili, verso una confusione delle parti e, nel rimescolamento di divise di recupero e poveri abiti civili, è sempre meno chiaro chi sia in balìa del potere dell’altro.

Che cosa distingue una performance di questo tipo dal teatro, e che cosa distingue il video che ne deriva dal cinema? Esistono, con l’uno e l’altro mezzo, evidenti punti di contatto. Ma, dal teatro la distingue il fatto di scegliere e ricostruire scenari nei luoghi della vita reale, di cercare apposta la commistione con la realtà. Più ancora dell’assenza di un rigido copione (ma nulla è abbandonato al caso) e di attori professionisti, è la scelta del contesto a fare la differenza, cioè il fatto di portare al calor bianco il cortocircuito tra finzione e realtà, arte e vita. Siamo, anche nostro malgrado, irretiti da questa ambiguità.

Rispettando il carattere che fu tipico dell’happening e della performance fin dalle sue origini negli anni Sessanta, anche l’uso che ne fa Aernouk Mik si colloca entro l’idea dell’intervento artistico come atto perturbante, critico, provocatorio: non consolatorio, non seduttivo, non divertente, non fantastico-evasivo.

Noi siamo però spettatori di un video, non di una performance dal vivo, e il coinvolgimento avviene – come quasi sempre nella video arte – in modo diverso dal cinema, a partire dal semplice fatto che ci è reso impossibile sederci in poltrona e prendere congedo dalla realtà circostante: l’artista obbliga lo spettatore a sentire il proprio stesso corpo alla ricerca di un punto di vista e di una posizione, una scomodità programmata che ci induce a esplorare lo spazio e sentire il tempo, e in un certo senso misura anche le nostre capacità di sopportazione. (Si noti, tra parentesi, che ove si tratta invece di un video di semplice documentazione – come nel caso delle performance de “Il teatro della vita” visionabili più avanti nel percorso – ci è concesso di sederci comodamente in poltrona). I posti a sedere di un’altra videoinstallazione di Mik, ad esempio, sono pensati come punti di vista sempre di volta in volta parziali.

Altro aspetto che distingue questa operazione dal cinema è il fatto di non possedere un inizio e una fine, di essere una sorta di ciclo perpetuo, di cui non sappiamo individuare l’attacco e non conosciamo la conclusione (che in effetti non c’è), e questo dà un sostanziale contributo al senso dell’assurdo che Mik intende suscitare.

Come vediamo anche negli altri due video in mostra, egli propone un paradossale contrasto tra eventi sconvolgenti e il comportamento dei personaggi coinvolti e solleva, tra gli altri, il tema della perdita d’autonomia dell’individuo dentro certe dinamiche di gruppo. In un appartamento che sta crollando, con travi e calcinacci che continuano a cadere, alcune persone continuano ad aggirarsi come sperdute e inconsapevoli (la metafora è fin troppo trasparente). In un altro caso, ci viene mostrata quella che sembra l’occupazione di un’aula istituzionale (un tribunale? un parlamento?) da parte di un gruppo di giovani rivoltosi: anche qui i personaggi si affrontano, c’è un clima di sfacelo, l’attesa di un punto di precipitazione drammatica cresce, ma cresce di pari passo anche l’ambiguità della relazione di potere e il senso di qualcosa che procede fuori del controllo degli individui coinvolti.

Il lavoro sullo spazio è qui molto ambizioso, ma gravato in questo caso, mi pare, da un eccesso di artificio, nel tentativo di portare all’estremo le possibilità dello spettatore di collocarsi secondo vari ed opposti punti di osservazione.

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