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Riformista, cioè...

Il “riformismo” in auge oggi: più mercato, meno tasse, meno welfare. Siamo sicuri sia la ricetta giusta?

Non conoscevo Nicola Rossi. Addirittura ne ignoravo l’esistenza. Colpa mia, naturalmente. Una imperdonabile lacuna dovuta alla mia sconfinata ignoranza. Sarà che con quel cognome, così diffuso, lo ho inconsapevolmente rimosso per non ingarbugliare la memoria di altri Rossi, intesi come cognome e non come colore politico, che custodisco con premurosa simpatia (per esempio i tre Paoli, il comico, il calciatore ed il presidente della Corte Costituzionale nonché della Commissione dei 19). Sta di fatto che solo oggi apprendo che Nicola Rossi era stato un consigliere economico di D’Alema quando stava a palazzo Chigi ed è considerato uno dei più colti ed autorevoli esponenti del “riformismo” presente nel partito dei Democratici di Sinistra. E per l’appunto Nicola Rossi se ne esce dai DS perché trova che siano troppo poco “riformisti”. La questione non è secondaria, anche perché riguarda pure i contenuti del futuro partito democratico di cui da tempo si sta ragionando. E’ dunque importante capire cosa significhi “riformismo” ed essere “riformisti”, al giorno d’oggi.

Nicola Rossi

In epoca che sembra assai lontana “riformista” o socialdemocratica era quella corrente del pensiero socialista europeo che si distingueva da quella massimalista o “rivoluzionaria”, poi definitasi “comunista”. Oggi questa opposizione non aiuta più a identificare i “riformisti”per la semplice ragione che non esistono più i “rivoluzionari”. Talché i “riformisti” di oggi si distinguono con minore tensione da quella sinistra comunemente chiamata “radicale”, la quale si guarda bene dal proporsi come forza rivoluzionaria, ma, pur rassegnata a subire il sistema qual è, tende a correggerne i meccanismi più iniqui. Quindi se c’è una differenza fra i “riformisti” ed i “radicali” sta in questo, che i “radicali” ritengono che il sistema debba essere corretto, mentre i “riformisti” pensano al contrario che debba essere potenziata la sua intrinseca natura. I riformisti si atteggiano ad essere eredi del liberal-socialismo, sfumando molto i connotati socialisti, ed accentuando quelli liberali. Ho letto infatti che Nicola Rossi è stato definito come un “liberal” mutuando il termine dal lessico politico degli Stati Uniti, ove appunto “liberal” esprime una posizione di sinistra democratica.

In coerenza con questa cultura, i “riformisti” propugnano più mercato e meno stato, lavoro flessibile per rendere le imprese competitive, privatizzazioni e liberalizzazioni, riduzione della spesa pubblica e meno tasse. Le riforme preconizzate del loro “riformismo” sono un alleggerimento delle strutture burocratiche, l’aumento dell’età della pensione a 60 anni ed una riduzione della quota del welfare destinata alla previdenza sociale, privatizzazione di ciò che è rimasto di pubblico nell’economia, attenuazione della pressione fiscale. Naturalmente ferma restando la vigente normativa che sancisce la flessibilità del rapporto di lavoro. Almeno questo è ciò che riesco ad arguire dal generico ed evasivo gran parlare che si fa di riforme. Per una Repubblica basata sul lavoro, non mi pare un granché.

Ci guardi Iddio da una economia pianificata di tipo bolscevico. Ma davvero questo culto del libero mercato merita una così sperticata devozione? Cirio e Parmalat non ci insegnano nulla? E il mostruoso ipertrofico sviluppo della motorizzazione privata che abbrutisce la nostra esistenza ed inquina l’ambiente non è anch’esso un dono del libero mercato? Come mai quando il prezzo del petrolio cala non ce ne accorgiamo affatto quando andiamo a fare il pieno della benzina? Ed il mercato immobiliare non ci regala quella meraviglia di invasione del cemento che distrugge il nostro territorio? Non vi pare che il mercato sia privo di concorrenza e dominato da cartelli e monopoli privati, come nella pubblicità e nella televisione?

E quanto alla riforma delle pensioni, tenere il padre a lavorare fino a 60 anni non impedisce al figlio di prendere il suo posto? E svalutare le pensioni non comporta una riduzione della capacità di spesa di una sterminata quantità di consumatori, con ripercussioni negative sulla produzione?

Insomma, la politica non può ignorare l’economia. Pianificazione politica e libero mercato sono i due estremi pericolosi e deleteri. Come sempre è difficile mediare fra i due modelli: si parlò un tempo di economia sociale di mercato.

E’ esattamente ciò che è prefigurato nella nostra Costituzione. Corrisponde il “riformismo” moderno a questo progetto, o è in sintonia con il pensiero dominante del libero mercato selvaggio?