Menù
Home
QT
Questotrentino
Mensile di informazione e approfondimento
Utente
Cerca

Sezione principale

Giornalisti precari, informazione scadente

Viaggio tra i giornalisti in agitazione: i timori per un’informazione ridotta a merce, un lavoro precarizzato, e un rapporto con editori attenti solo ai bilanci (che peraltro sono floridi). Abbiamo provato a parlare anche con questi, che però hanno declinato. Qualche idea per una via d’uscita.

“Senza contratto da: 679 giorni”. Sull’home page del sito della Federazione Nazionale della Stampa (Fnsi, il sindacato dei giornalisti), il conto è aggiornato quotidianamente, in bella vista. 679 giorni sono quasi due anni. Quelli passati dal 28 febbraio 2005, giorno in cui è scaduto il precedente contratto tra i giornalisti e la Federazione Italiana degli Editori di Giornali (Fieg), siglato nel lontano 2001.

Ne è passata di acqua sotto i ponti, da allora. In tutti i settori produttivi è cambiata l’aria: chi la chiama flessibilità, chi precariato. Ma il concetto è lo stesso: produzione a costi del lavoro ridotti. Sennò si va in Romania o in Cina, da una parte; sennò si rimane senza lavoro, dall’altra. C’è da dire che i giornalisti hanno almeno questo dalla loro: non si può delocalizzare l’informazione, non si può fare scrivere a un cinese le notizie italiane.

Però il costo del lavoro giornalistico si può ridurlo anche senza delocalizzarlo. Questo è diventato il chiodo fisso degli editori in questi ultimi tempi. Come riuscirci? Lo indicano chiaramente in una loro lettera aperta ai lettori diffusa prima degli ultimi scioperi pre-natalizi. Non si tratta, dicono, di un problema retributivo, perché un aumento sono anche pronti a concederlo, ma soprattutto di poter contare, appunto, su una maggiore flessibilità del lavoro giornalistico.

Qualche richiesta specifica? Liberalizzare l’uso del contratto a termine, riservandosi in via esclusiva il compito di valutare la sussistenza delle ragioni tecnico-produttivo-organizzative (che oggi invece vanno comprovate e accertate col sindacato) per giustificare l’impiego di tale forma contrattuale. Oppure applicare la legge Biagi al lavoro giornalistico, il che permetterebbe ad esempio agli editori di stipulare contratti in base ai quali il giornalista viene chiamato a lavorare solo il sabato e la domenica, oppure di subappaltare una parte del lavoro redazionale a una società esterna, o di trasferire il giornalista da una testata all’altra sotto forma di “prestito”. O, ancora, gli editori chiedono di elevare a sei mesi il periodo di prova dei neoassunti e di estendere l’orario lavorativo domenicale a 7 ore e un quarto.

Oltre a queste e ad altre richieste improntate ad ottenere maggiore flessibilità del lavoro, gli editori, in ogni caso, puntano anche a ridurne il costo. La richiesta principale in questo senso è il “raffreddamento”, come lo definiscono, degli automatismi retributivi. Oggi, il giornalista può contare su un massimo di 15 scatti biennali, che si rivalutano al crescere delle retribuzioni. Gli editori propongono di ridurre a 7 tali scatti, e di calcolarli senza rivalutazione.

I giornalisti si sono ovviamente opposti frontalmente a richieste di tale tenore. Da due anni scioperano a intermittenza. Hanno persino inventato lo sciopero delle firme. Hanno incassato la solidarietà del Capo dello Stato, del Presidente del Consiglio e del Ministro del Lavoro. Ma per ora, niente da fare: la Fieg si rifiuta di sedere al tavolo delle trattative.

Ad interessare il cittadino e chi legge non è tanto il dettaglio della vertenza contrattuale, quanto la correlazione tra la vertenza medesima e il modo di concepire la professione giornalistica, che appare molto diverso tra le parti in causa. Abbiamo provato a capire in cosa consiste questa differenza interpellando gli attori che si muovono sul nostro territorio, nell’ambito dei due principali quotidiani provinciali.

Uno, l’Adige, è in mano a un editore cosiddetto puro, ovvero privo di interessi extraeditoriali; l’altro, il Trentino è, invece uno dei 15 quotidiani locali in mano alla Finegil del Gruppo Espresso, posseduto dall’industriale Carlo De Benedetti. Purtroppo, gli amministratori delegati di entrambe le società si sono detti “non disponibili” a chiarirci il loro punto di vista sulla faccenda, il che sembrerebbe giustificare le accuse di chiusura che la Fnsi muove agli editori.

“In effetti, qui in Trentino le dinamiche non sono molto diverse da quelle che si manifestano a livello nazionale, anche se bisogna ammettere che da noi il tasso di abbrutimento è inferiore”. Zenone Sovilla è consigliere della Fnsi, fa parte del gruppo sindacale “Senza Bavaglio” ed è giornalista de l’Adige. “Devo riconoscere al mio editore una disponibilità al dialogo sconosciuta ai ‘falchi’ della linea dura che, dentro la Fieg, portano avanti il progetto di trasformazione definitiva delle redazioni in catene di montaggio votate al profitto, dove al giornalista non solo non è richiesto di pensare criticamente, ma addirittura non è richiesto di pensare del tutto: quello che vogliono è trasformare noi giornalisti in Charlot della notizia”.

L’obiettivo ultimo sarebbe quello di indebolire la posizione del giornalista: ne sono convinti sia Giorgia Cardini, del Comitato di Redazione de l’Adige, sia Rinaldo Cao, del Comitato di Redazione del Trentino, che pongono l’accento su altre poste in gioco che stanno sullo sfondo della vertenza. “Gli editori – osserva Cardini – puntano a smantellare lo stesso istituto del contratto nazionale di lavoro giornalistico, da sostituire con l’individualizzazione delle garanzie contrattuali: un danno soprattutto per le realtà minori e più deboli”. Altrettanto dannosa sarebbe, secondo Cao, la riforma dell’Istituto di previdenza dei giornalisti (Inpgi), cui pure gli editori punterebbero: “Oggi, tale Istituto è controllato a maggioranza da noi giornalisti, e svolge il fondamentale compito di effettuare ispezioni all’interno delle redazioni per individuare e sanzionare le infrazioni alle regole contrattuali. Gli editori vorrebbero controllare l’Istituto alla pari coi giornalisti, producendo così l’assurda situazione del controllato che controlla il controllore”.

Ma cosa spinge gli editori a desiderare un giornalista debole?

“E’ un fatto culturale. - osserva Cao. - Dietro c’è l’idea che il giornalista sia un dipendente come un altro, come in qualunque altro settore industriale. D’accordo, anche le imprese editoriali hanno bilanci da far quadrare, e anche noi abbiamo ben presente il discorso sulla sostenibilità economica. Ad esempio, comprendiamo l’esigenza di trattare con flessibilità il giornalista che è agli inizi. Ma non comprendiamo perché di tale flessibilità si debba abusare, estendendola anche a chi ha già acquisito il mestiere. E non è solo una questione legata all’attuale vertenza contrattuale, perché il precariato è già penetrato, nella nostra redazione come nelle altre, infilandosi tra le maglie larghe del contratto vecchio”.

“Agli editori interessa l’incasso, l’informazione è vista come merce. Non importa di che qualità, basta che si possa vendere”. Il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Trentino-Alto Adige, Fabrizio Franchi, mette in evidenza le contraddizioni cui gli editori sono portati dalla spinta ostinata verso il profitto. “Parlano di costi del lavoro eccessivi. Ma è eccessivo il costo di un praticante che percepisce 800 euro al mese? O il costo degli scatti di anzianità, che ammontano al massimo a 150 euro? E perché ci parlano di costi del lavoro eccessivi se poi, come avviene al Corriere della Sera, assumono a prezzi folli pletore di vicedirettori che, anziché lavorare in redazione, scrivono libri? Ci dicono che subiscono la concorrenza della stampa gratuita e che le risorse pubblicitarie finiscono tutte in televisione, ma perché non ci dicono pure che da anni i bilanci delle loro aziende, nonostante tutto questo, sono floridi?”.

“Tagliare sul costo del lavoro e introdurre la flessibilità in redazione determina un immediato abbassamento della qualità dell’informazione”. Sovilla mette in evidenza un processo degenerativo che si sta già affermando nelle redazioni italiane: “Il compito di andare a cercare le notizie fuori dalle redazioni è affidato proprio ai giornalisti precari, i più deboli e ricattabili, che evidentemente non possono svolgere tale compito come si dovrebbe. I giornalisti assunti, invece, sono inchiodati al desk, dove devono destreggiarsi tra il mare dilagante di pseudo-informazioni da ufficio-stampa: il risultato è l’informazione scadente che leggiamo tutti i giorni”.

Dunque, è tutta colpa di editori cui interessa solo vendere una merce ancorché scadente se si è arrivati a questo punto? Non proprio. I giornalisti non sono esenti da colpe.

“La nostra è una categoria – osserva Sovilla – che per 20 anni ha tessuto le lodi della flessibilità del lavoro. Ora il rischio di pagarne le conseguenze sulla nostra pelle ha fatto svegliare molti colleghi spensierati”.

Sia a l’Adige che al Trentino gli scioperi di questi mesi sono stati partecipati. “Ci abbiamo messo un anno e mezzo – confida Cao – per capire la gravità della situazione. In particolare, qui al Trentino. E’ stata la promessa non mantenuta di pagamento di un integrativo scaduto nel dicembre 2005 che ci ha fatto prendere coscienza della nostra fragilità”.

Anche a l’Adige, spiega Cardini, dove l’editore è incline al dialogo (di recente ha anche chiesto alla Fieg di tornare al tavolo delle trattative) e il precariato non è dilagato, i meno coscienti alla fine si sono convinti della necessità di battagliare: “Ma la mancanza di risultati nel prossimo futuro potrebbe portare presto a uno scoramento”. Già, il futuro. Cosa c’è da aspettarsi? Come si esce da questa impasse?

Ci sono due strade, fra loro compatibili. Una si chiama “professionalità”, l’altra “giornale dei giornalisti”. A ben vedere, la differenza principale tra l’idea di giornalismo che hanno gli editori e quella che hanno i giornalisti passa proprio dalla centralità del ruolo del giornalista e della sua professionalità.

Sembra che gli editori si stiano chiedendo fino a che punto se ne possa fare a meno. Non succede solo in Italia: l’editore di Libération, storico quotidiano francese, ha proposto un piano di ristrutturazione del giornale che prevede il dimezzamento dei giornalisti assunti in redazione. Google da qualche tempo edita, per ogni Paese, un quotidiano le cui notizie sono pescate dai suoi algoritmi di ricerca anziché dalle menti umane.

E non è solo questione di quantità, ma anche di qualità: la dilagante stampa gratuita (la cosiddetta free press, pagata interamente dagli inserzionisti pubblicitari) si regge su redazioni agili ad elevata produttività e a scarsa professionalità. Lo stesso sogno di flessibilità degli editori si basa sull’esistenza di un serbatoio di precari le cui capacità professionali importano molto meno della possibilità di sfruttarne economicamente l’operato.

“Omologazione e de-qualificazione sono ormai dati diffusi. - nota Cao - Al disegno degli editori noi giornalisti possiamo rispondere solo con la difesa della qualità del nostro lavoro: opporci all’inflazione di prodotti para-giornalistici e puntare sulla serietà e sulla responsabilità, che oggi purtroppo la titano. E noi giornalisti non siamo affatto esenti da colpe”.

Franchi si sente ovviamente chiamato in causa, visto che l’Ordine dei Giornalisti dovrebbe preoccuparsi soprattutto di preservare la professionalità giornalistica ed evitare gli scadimenti. Cosa che nei fatti non avviene. Il recente caso Farina si può considerare solo la punta dell’iceberg del problema. Lo ricordiamo: quest’estate la procura di Milano ha scoperto che il vicedirettore di Libero Renato Farina era dal 2004 sul libro paga del Sismi come agente “Betulla”. Farina aveva il compito di pubblicare sul suo giornale articoli sulla faccenda del rapimento di Abu Omar che scagionassero il Sismi e accusassero Prodi. Lo stesso Farina ha ammesso tutto. L’Ordine dei Giornalisti si è limitato a sospendere Farina per un anno.

Cosa deve fare un giornalista, quindi, per essere radiato?

“In effetti, noi giornalisti e l’Ordine in particolare dobbiamo fare molta autocritica. Quello che occorre è una riforma che garantisca il rispetto di ottime regole che sulla carta già esistono”.

Ma non sarebbe meglio educare i cittadini a chiederne il rispetto piuttosto che chiedere a un Ordine di sanzionare le infrazioni? Se ci fosse una diffusa educazione alla qualità giornalistica presso il pubblico, Libero, dopo l’ammissione di Farina, non avrebbe venduto più una copia…

“Il ruolo del cittadino è senz’altro fondamentale, ma non credo si possa prescindere dalla presenza di regole scritte che un Ordine debba far rispettare. Un Ordine riformato può permettere lo sviluppo della qualità professionale, e contribuire a estirpare la vecchia cultura del giornalismo fiancheggiatore della politica e la nuova cultura dell’informazione vista come merce usa e getta”.

Si tratta di ottimi propositi, che però è capitato di ascoltare più e più volte da parte dei giornalisti, senza però che la qualità del prodotto informativo da loro diffuso abbia accennato a migliorare. Semmai, è accaduto il contrario. A ben vedere, la ragione è che puntare sulla qualità in un contesto schizofrenico come quello nel quale i giornalisti si trovano ad operare sembra un obiettivo destinato a rimanere irraggiungibile. Come si fa infatti a puntare sulla qualità all’interno di redazioni possedute da chi alla qualità non è interessato e fa scelte buone solo ad ostacolarla?

Ottenendo adeguate garanzie contrattuali, è la risposta dei giornalisti. Già, ma non si è detto che bisogna puntare proprio sulla qualità dell’operato giornalistico per ottenerle, le garanzie contrattuali? Sembra il classico gatto che si morde la coda…

Una via d’uscita al circolo vizioso ci sarebbe, ma i nostri interlocutori non sembrano crederci: è il “giornale dei giornalisti”, quello nel quale i giornalisti sono editori di se stessi. Quale migliore modo per evitare la trasformazione in Charlot della notizia dentro redazioni progettate per fare soldi che quello di uscirne e di crearsene di proprie, tagliate su misura per il giornalismo di qualità, serio e responsabile, che si dice di voler praticare?

Giornale dei giornalisti fu la Repubblica ai suoi inizi, prima della degenerativa svolta commerciale, ed è ancor oggi il Manifesto (e nel suo piccolo, anche Questotrentino), alle prese (anche nel caso nostro!) con guai finanziari che ne minacciano l’esistenza. E il punto è proprio questo. “Penso che in una società capitalistica il giornale dei giornalisti sarà sempre destinato al fallimento”, confessa Franchi, e d’accordo con lui si dicono anche gli altri tre nostri interlocutori.

Sovilla e Cardini ritengono al limite più sensato puntare sul singolo giornalista editore di se stesso, il cosiddetto free lance, che non dipende da nessuno e vende il suo prodotto di qualità al miglior offerente. “Senza Bavaglio, il nostro gruppo sindacale – ci dicono i due – si batte proprio per una legittimazione del free lance, come nel mondo anglosassone, dove il loro lavoro è stimato e gli editori se li contendono a fior di quattrini. Qui in Italia, invece, finiscono col rientrare nel vasto serbatoio della manodopera sfruttata”.

Ci risiamo: se a doverne apprezzare l’operato sono gli stessi editori che chiedono la flessibilizzazione spinta del lavoro giornalistico e la riduzione del suo costo, come potranno mai affermarsi i free lance?

Non sarebbe più sensato puntare su una razionalizzazione delle provvidenze all’editoria, in maniera tale da impedire che ne benefici chi non ne ha bisogno o chi non li merita e da convogliarli così su reali “giornali dei giornalisti”, fatti da chi voglia esercitare la professione fuggendo dagli imperativi commerciali ed eludendo i fiancheggiamenti politici?

Proprio in questi mesi è in preparazione da parte del Governo la nuova legge di riforma del settore, che modificherà i criteri coi quali vengono distribuite le provvidenze all’editoria. Non sarebbe il caso, da parte dei giornalisti, di guardare con attenzione anche a questo tavolo? “Certo che è il caso – osserva Franchi – ma non credo si arriverà a soluzioni che permetteranno ai giornalisti di affrancarsi dagli editori. Ritengo piuttosto che dalla nuova legge ci si possa attendere un riequilibrio delle risorse pubblicitarie a danno della televisione e a beneficio della carta stampata, che sarebbe già un passo avanti”.

Anche chi è sensibile al giornalismo di qualità e aspira a un futuro dignitoso della professione sembra dunque rassegnato all’idea che degli editori non si potrà mai fare a meno. Anche costoro considerano quasi un’utopia, un sogno irrealistico, il “giornale dei giornalisti”. Trovo allora utile chiudere con una frase scritta proprio da un giornalista italiano, Enzo Marzo, in chiusura di un testo sul giornalismo pubblicato lo scorso anno da Dedalo, che andrebbe letto da tutti i suoi colleghi, soprattutto in questo momento: “Le voci del padrone” (v. recensione apparsa su QT del 30 settembre 2006). Le parole di Marzo sono un invito a non lasciar chiusa nessuna porta, nemmeno quelle che sembra più utopico varcare: “L’utopista è l’unico che, osservando certa realtà del suo tempo, se ne distacca in modo radicale, è l’unico che si muove talmente tanto che riesce a concepire una realtà diversa. Al contrario, è il realista che rimane impantanato nella convinzione radicata che ciò che è abbia una sua ragion d’essere così forte da renderlo immodificabile. La realtà sempre mutevole gli dà torto, ma egli, in adorante contemplazione della realtà, non ci fa caso”.