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“Flavio Faganello: opere 1955-2005”

A cura di Roberto Festi. Venezia, Marsilio, 2006, pp. 192, € 45. Un libro sul lavoro del massimo fotografo trentino, cantore del mondo contadino di montagna: fotografie che documentano il passato e ci parlano del presente.

Il volume “Flavio Faganello: opere 1955-2005” è il catalogo dell’omonima mostra ospitata a Verona prima e poi a Trento nella primavera 2006. Una grande mostra antologica pensata in un primo tempo per celebrare 50 anni di lavoro del maggior fotografo trentino vivente, la cui preparazione era iniziata con la collaborazione dell’interessato. Che però è scomparso in corso d’opera, e l’esposizione, completata così dal solo Roberto Festi, ne è venuta a rappresentare la prima celebrazione postuma, a metà strada fra autobiografia e primo bilancio critico.

S. Martino di Laces (Val Venosta), 1972

L’iniziativa ha potuto valersi del “formidabile corpus di immagini che nel 2001 l’artista ha ceduto all’Archivio fotografico della provincia, una quantità ricchissima di materiali, 277.000 fotografie realizzate tra il 1960 e il 1995”, che, ci spiega il curatore, “ha come risultato una documentazione straordinaria che un territorio o ha la fortuna di avere o non potrà mai più ricostruire. Una tranche di storia che rimane agli atti... come è stato sottolineato ‘la più importante memoria visiva di un territorio e di un popolo della seconda metà del ventesimo secolo’”.

Proprio in questo intreccio fra arte fotografica, scelte tecniche d’un formidabile rigore “etico” (affidate all’ormai scomparso bianco/nero), e “documentazione” storico-antropologica, sta la grande forza di questo libro, che usando la creatività d’un artista dell’obiettivo riesce ad indurre nel lettore una riflessione a tutto campo sugli esiti storici dell’ultimo mezzo secolo della nostra storia.

Faganello era un intellettuale “organico” al mondo contadino di montagna, che ha poggiato la gran parte del suo lavoro sull’attività foto-giornalistica, vissuta non come routine professionale, ma come – possiamo dirlo – missione, tesa a dare a quel mondo visibilità e bellezza (una sua bellezza acre e forte, vera). Gemello, in questo, del giornalista della penna Aldo Gorfer, avevano prodotto insieme, alla fine degli anni ‘60, due inchieste giornalistiche per il quotidiano L’Adige (d’un giornalismo che non si fa più) condensatesi poi in due volumi (fortunatamente rieditati recentemente dalle veronesi Cierre edizioni: “Solo il vento bussa alla porta”, 1970 e 2003 e “Gli eredi della solitudine”, 1973 e 2003) fra i più importanti del Novecento sulle condizioni marginali delle vallate trentine/sud tirolesi, colte nel momento subito prima della grande trasformazione moderna, che qui è arrivata negli anni 70-80.

Questo è rimasto poi il taglio anche di tutto il lavoro fotografico successivo di Faganello, basato su una capacità straordinaria - da “campione di tiro al volo” come lo chiama Kezich - di cogliere storie vere nel loro divenire, e su una imponente “attività motoria” su e giù per le valli trentine più tradizionali. Perché questo è il limite (geografico ovviamente, non qualitativo) di Faganello: è un grande interprete e cantore del mondo contadino di montagna, e comunque marginale rispetto alla società moderna, quella consumistica, delle merci e delle immagini virtuali (contrapposte alle sue immagini “vere”). Al mondo delle città insomma, anche di quelle trentine.

Giustamente il volume riporta un’unica immagine fortemente “urbana”, quella (la n.92, “Trento 1975”) di una vecchia abbandonata a se stessa su un poggiolo condominiale, con la sola compagnia di un gatto. Non che manchino ottimi scatti di Faganello con scene di vita trentina-cittadina, capaci di cogliere fino all’ultimo tutti i sommovimenti, compreso il dramma dell’immigrazione extra-comunitaria, per esempio. Ma quell’unica immagine del catalogo racconta bene l’ideologia di Faganello, la sua idea di vita urbana. E la sintonia quindi con altri rapporti sociali, cercati all’indietro, nelle comunità marginali sopravvissute nelle pieghe della modernità, basati sulla comune lotta per la sopravvivenza dentro una natura difficile (una scelta comune, oserei dire, a tutti gli intellettuali trentini della sua generazione, vedere al riguardo la lezione del Gino Gerola de “Le stagioni dei Bortolini”).

Nel saggio fondamentale del volume, Giovanni Kezich, richiamandosi ai capitoli iniziali che documentano l’avvio dell’attività fotografica di Faganello negli anni ’50 in zone meridionali come Napoli e la Puglia, prende atto “con sorpresa... che il meridionalismo alla rovescia di Faganello e Gorfer, quel sentimento del ‘profondo nord’ cui Faganello ha poi saputo dar corpo nelle sue fotografie forse meglio di chiunque altro, ha avuto la sua radice e la sua fonte di ispirazione nel meridionalismo vero, cioè in anni di peregrinazioni fotografiche nell’Italia meridionale...in sintonia evidente, si direbbe, con la grande scuola della fotografia di documentazione sociale di ispirazione neorealista che maturò nell’Italia del dopoguerra”. Queste foto di 40 anni fa, secondo Kezich “ci raccontano di un mondo completamente diverso dal nostro, che è ormai stretto intorno ai propri lari, alla ricerca di valori fissi, di ancoraggi definitivi. Quello di quarant’anni fa era piuttosto un mondo percorso dall’ansia febbrile di un futuro imminente e ormai dato per certo, e dal sacro irreprimibile furore di divenire altro da sé, e quindi dell’alienarsi, del trasformarsi, del cambiar pelle”. Così Kezich finisce per definire “improfetici, giornalisticamente potremmo definirli sbagliati” i due famosi libri di cui s’è parlato “per quello che è successo poi: la montagna trentina non si è spopolata, non più di tanto almeno”.

Il fatto è che il “socialista” Faganello e il “cattolico” Gorfer erano intellettuali organici al mondo contadino, ma tutt’altro che in rotta col potere democristiano allora in sella, radicato nella riscossa rural-cattolica del Trentino asburgico, che aveva il volto delle cooperative contadine di don Guetti e del giovane Degasperi. Lavoravano nella stessa direzione: i democristiani di quegli anni “intervenivano” socialmente laddove i due intellettuali “denunciavano” situazioni di marginalità. Esemplare di questo corto-circuito virtuoso (fino a che lo è stato!) fra denuncia culturale ed intervento politico, è il volume del 1970 “Solo il vento bussa alla porta”, basato sul problema della viabilità, che secondo Gorfer emarginava le piccole comunità periferiche. Nella virtuosa denuncia di Gorfer stanno le radici - ancor oggi - dell’attivismo stradaiolo di un assessore come Grisenti, ormai tutto sbilanciato sul versante clientelare, ma con robuste radici politico-culturali nelle condizioni appena trascorse della geografia trentina. Insomma quello degli intellettuali alla Faganello e Gorfer è un meridionalismo “realizzato”, che – a differenza di quanto è accaduto al sud – ha prodotto il risultato di rovesciare la situazione di partenza. 

Kasperhof (Campo di Trens), 1971 e 2003

Interessante è dunque la conclusione dell’unico saggio del catalogo scritto da un religioso, l’amico Vittorio Cristelli, in cui la nostalgia per quel mondo scomparso è esplicita: “storie di altri tempi e di altri valori e di culture materiali e spirituali ormai tramontate. Ma il fotografo-narratore, sempre presente anche se fuori campo, non si limita a fissarle come documenti d’archivio ma le fa rivivere in dialettica con il presente. Che non sempre necessariamente è migliore”. In questa nostalgia - espressa dal religioso che era, come teorico e garante etico, a fianco dell’assessore Grisenti nel recente tentativo (poco serio, me lo si consenta!) di fondare una associazione interna alla Margherita – risuona una difficoltà presente degli eredi di quel mondo democristiano, proprio nel far quadrare quanto allora invece quadrava benissimo: una rappresentanza totalizzante del territorio trentino, che metteva assieme intellettuali e contadini, operai e padroni, città e vallate. E proprio nelle vallate di montagna, oggi più turistiche che contadine (nelle quali il televisore ha berlusconianamente sostituito il crocefisso, come Faganello documenta, e l’unica comunità rimasta è quella dei percettori di contributi provinciali), sono suonati già più volte campanelli d’allarme per il consenso e l’egemonia di questi eredi.

La verità è che “per conoscere il gusto di una mela, bisogna trasformarla mangiandola”, come diceva il compagno Mao. Ed i cattolico-democratici di quegli anni conoscevano bene il Trentino, perché lo stavano rivoltando come un calzino.

Comprensibile la nostalgia. Ma entusiasmante invece la capacità di lettura che ci viene offerta dal lavoro fotografico di Faganello, raccolto in questo straordinario libro, sfogliando le pagine del quale si finisce a discutere, più che di otturatori e di “campo”, dei problemi del presente. Cosa volete di più da un libro, e di fotografia per giunta? The best Trentinbook of the year 2006!