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Prodi: onesto ma poco furbo

A proposito della base americana di Vicenza.

Come sgarbo al nostro grande alleato, gli Stati Uniti d’America, l’aver richiamato i nostri soldati dall’Irak è stato ben più rude e provocatorio di quanto sarebbe stato un atteggiamento riluttante a concedere l’allargamento della base militare di Vicenza. Nel primo caso si è revocato un precedente impegno formalmente assunto dal Parlamento, il cui contenuto di adesione senza riserve ad una impresa miliare era specificamente politico, in tal modo manifestando con i fatti un netto dissenso dalla condotta dell’alleato su di una questione di grande importanza. Nel secondo caso le perplessità tecniche, di natura urbanistica, che potevano a ragione essere addotte, avrebbero sfumato il significato politico del diniego, che dopotutto riguardava solo una questione organizzativa dell’alleanza, senza nemmeno sfiorare l’essenza politica della stessa. Naturalmente vi sarebbero state anche altre ragioni politiche per opporsi all’espansione della base militare, ma le circostanze erano tali da mettere a disposizione del Governo una comoda giustificazione che diplomaticamente non avrebbe offerto il destro a sospetti di slealtà. Talché Prodi avrebbe potuto benissimo scusarsi con il grande alleato eccependo uno stato di necessità materiale ed esprimendo il più grande rammarico per non aver potuto assecondare il suo progetto. In tal modo accontentando il popolo di Vicenza e la sinistra “radicale” della sua coalizione, senza turbare i rapporti con Washington più di quanto già non lo siano dopo il ritiro del nostro contingente da Nassirya.

Non ci voleva una grande astuzia per destreggiarsi in questo modo in una situazione tutto sommato neanche tanto insidiosa. Ma come è noto l’astuzia non è una prerogativa di Prodi. E’ onesto, conciliativo, disinteressato, competente in questioni economiche, tali sono le sue virtù, ma l’astuzia proprio non la conosce. Tanto che, anche se lo avesse voluto, non lo avrebbero certo affiliato al KGB, nelle cui file bonaccioni e candide colombe non sono ammessi.

Gli è che egli è caduto, io credo, nella trappola psicologica, e forse culturale, di temersi descritto come una persona affetta da “antiamericanismo” e per scrollarsi di dosso questa etichetta considerata biasimevole si è affrettato a compiere un atto tipico della sindrome opposta, l’”americanismo”. Infatti è un processo non raro nella moderna psicologia delle masse il formarsi di orientamenti di pensiero schematici, sorgenti da un’idea, da un fenomeno, da una realtà, le cui caratteristiche vengono enfatizzate e composte in un sistema ideologico. Tali orientamenti di pensiero ovviamente generano reazioni eguali e contrarie.

Il clero, di per sé categoria benefica, può degenerare in “clericalismo”, che a sua volta provoca l’anticlericalismo. Il consumo, fenomeno naturale, quando dilaga diventa “consumismo”, uno stile di vita, al quale si oppongono impotenti resistenze anticonsumiste. La nazione, realtà storica vitale, si è trasfigurata nel “nazionalismo”, micidiale ideologia bellicista, che ha dolorosamente partorito l’internazionalismo.

Analogamente gli Stati Uniti d’America, realtà ricca di beni materiali e culturali, hanno irradiato nel mondo una influenza vasta e penetrante al punto da creare una vera e propria tendenza emulativa, una moda imitativa generalizzata. A cominciare dal nome: non si dice quasi mai Stati Uniti d’America, ma semplicemente “l’America”, il tutto per la parte, come se Canada, Messico, Brasile, Argentina e tutto il resto non fossero America. Il linguaggio dei giornalisti e le insegne commerciali sono infarcite di inutili anglicismi, i nostri figli si chiamano Maicol, Samantha, Jennifer. Quando si vuole citare l’eccellenza nei vari settori il riferimento è sempre “all’America”. Figurarsi in politica, ove la Casa Bianca ha sempre ragione.

Tutto ciò tradisce la presenza di una passiva ed acritica accettazione di un modello di società che viene esaltato e proposto e vissuto come sistema di valori. Insomma, una ideologia, cioè una falsa rappresentazione della realtà, ostentata come venerabile idolo. Questo è “americanismo”, cioè la proiezione esaltata, quindi deformata, degli Stati Uniti d’America, lo stato egemone del momento.

Io, lo confesso, sono “anti-americanista” - non, si badi, “anti-americano”. Sono due cose profondamente diverse. Nella storia degli Stati Uniti e nella loro realtà di oggi vi sono molte cose ammirevoli, ma anche altre abominevoli. Chi contesta quelle abominevoli passa per essere affetto da “antiamericanismo”. Un po’ come colui che critica il governo di Israele ed è per questo sospettato di essere antisemita.

Prodi ha ceduto a questo ricatto culturale. Ha avuto paura di essere considerato un anti-americano. Non ha percepito la differenza fra le due cose: sarebbe stato soltanto un “anti-americanista”.