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L’assassino che è in noi

L’ondata mediatica seguita al delitto di Erba è stata unidirezionale e può essere così sintetizzata: gli autori del crimine sono dei mostri, accecati dall’odio, assetati di sangue; noi invece siamo gente per bene, mai avremmo commesso così atroce delitto, e quindi ne proviamo giustamente orrore e indignazione.

Che grande ipocrisia! Nessun commentatore, che io sappia, ha avuto il coraggio di opporsi a tale falsità. Nessuno ha ricordato che ciascuno di noi è, potenzialmente, un assassino come quelli di Erba e quindi l’orrore e lo sgomento andavano soprattutto rivolti a noi stessi, alla tragica condizione umana. Come scriveva Terenzio, “humani nihil a me alienum puto” (non considero estraneo a me ciò che è umano).

Fin dal tempo degli antichi greci si sa che “pòlemos è il padre di tutte le cose”. Pòlemos, cioè il conflitto: interno ed esterno. Conflitto tra bene e male, tra verità e menzogna, tra lealtà e tradimento, tra interesse proprio e altrui. Potrei continuare all’infinito questa singolare “coincidentia oppositorum” che è tipica della natura umana. Il conflitto viene composto, oppure arriva al punto di catastrofe. In quel punto si scopre, se non si è accecati dall’ignoranza, “che la condizione umana è segnata da una costitutiva e insopprimibile duplicità e che il tentativo di essere soltanto uno non solo è destinato allo scacco, ma prelude a un esito tragico” (Umberto Curi, La forza dello sguardo). Noi quindi non siamo diversi dagli assassini di Erba: noi i buoni, loro i cattivi, anzi, i mostri. Dobbiamo invece dire che il conflitto permanente che è in ciascuno di noi fra bene e male si è risolto, per la coppia di Erba, in modo catastrofico. Può accadere a ciascuno di noi, anche al più virtuoso, perché l’equilibrio del conflitto è maledettamente instabile. Non è forse vero che secondo i credenti Dio ha messo accanto a ognuno di noi un angelo custode? Perché lo ha fatto? Per aiutarci lungo il cammino difficile e insidioso della vita a risolvere i conflitti secondo i dettami della ragione, della solidarietà, della pietas laica e cristiana.

Per i non credenti la strada è più aspra, senza l’angelo. Essi però sanno che in ogni uomo ci sono Caino e Abele strettamente uniti, e fanno proprie le parole di Paolo di Tarso circa la caritas (l’amore verso gli altri): “Se io parlassi tutte le lingue degli uomini e degli angeli e avessi il dono della profezia e conoscessi tutto lo scibile, se non ho la carità sono un niente”.

Le cronache antiche e recenti sono piene di orrendi delitti, nelle città e in provincia. Chi li commette? La specie che chiamiamo umana. Non cerchiamo dunque il mostro nel vicino di casa o nell’immigrato di turno, per un comodo alibi che ci escluda e che perciò ci rassicuri, ma in ciascuno di noi, senza facili spiegazioni sociologiche che non colgono ilo nocciolo del problema, che è nascosto nell’albero storto che è ogni uomo.