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Il Marco Polo dell’Islam

I viaggi e i racconti di Ibn Battuta. Da L’altrapagina, mensile di Città di Castello.

Ivan Teobaldelli

Ibn Battuta è per la letteratura araba medievale quello che è stato per noi Marco Polo: un viaggiatore intrepido e un affabulatore. Pressoché contemporanei (Marco Polo muore settantenne nel 1324, un anno prima che il giovane Ibn Battuta lasci Tangeri), entrambi s’avventurarono in terre allora ignote con un coraggio e una curiosità straordinari; a rischio della vita - si faceva previdente testamento - e con un’eroica sopportazione di disagi e malattie. Ci voleva una tempra di ferro per percorrere come Ibn Battuta, tra deserti e rotte carovaniere, 120.000 chilometri a dorso di cavallo, di dromedario, su carri e imbarcazioni d’ogni tipo. E al ritorno sopportare lo scorno di non essere creduto. Capitò a entrambi. Ma mentre “Il Milione” ebbe un successo immediato, “I viaggi” di Ibn Battuta furono dimenticati per cinque secoli per la miopia degli intellettuali arabi dell’epoca.

Tutto comincia col pellegrinaggio che ogni musulmano deve compiere almeno una volta nella vita. E’ il 14 giugno 1325 e un berbero di 21 anni lascia Tangeri diretto verso i luoghi santi della Mecca e di Medina. Il giovane si chiama Ibn Battuta e appartiene ad una famiglia di giuristi. Parte con pochi soldi, ma confida nella rete di istituzioni che l’Islam prevede per chi viaggia. Quel viaggio durerà 28 anni, e se lo caliamo su un atlante attraversa 44 Stati odierni, che vanno dall’Africa a tutto il Medio Oriente, dal Volga alle Maldive, dall’India alla Cina.

Nel 1353 Ibn Battuta ritorna in Marocco e tre anni dopo il sultano gli ordina di raccontare le sue avventure a un giovane letterato andaluso, Ibn Juzayy: è la stessa tecnica di trasmissione sperimentata da Marco Polo con Rustichello da Pisa. Ne esce una cronaca di viaggio dal titolo fabulistico: “Un dono di gran pregio per chi vuoi gettare lo sguardo su città d’incanto e peripli inconsueti”. Ma anche se manualmente non l’ha scritto, il racconto risulta così personale che si riconosce nitida la voce dell’io narrante. Mentre Marco Polo, salvi i cenni iniziali, si astiene dal comparire in prima persona, Ibn Battuta è sempre lì che snocciola aneddoti, stravaganze, incontri straordinari. Anche se, da buon musulmano, li chiosa con un dubbio assolutorio: “Solo Dio sa la verità”.

Ibn Battuta non è né un geografo né un mercante. E’ un viaggiatore, e la sua passione sono le molte genti che compongono la dar al Islam: arabi, berberi, turchi, mongoli, persiani, indiani, cinesi, andalusi, somali e nigeriani. Un antropologo ante litteram. Di loro descrive il modo di vivere in famiglia e in società, i divieti e le tradizioni, le risorse e gli scambi economici. In particolare gli interessano le persone: dottori della Legge e mercanti, mistici e sovrani, contadini, bambini, anziani, schiavi. Per le donne ha una passione dichiarata. Ne apprezza la bellezza, ne gradisce la compagnia. Si sposa dieci volte e ha un numero imprecisato di ancelle. Ma sono le donne eccezionali quelle che ama raccontare. Le donne che finanziano la costruzione di moschee e conoscono il Corano a memoria; quelle che sono a capo di Stati e comandano eserciti; donne capaci, se tradite, di uccidere e quelle che non trovano disdicevole lavorare fuori casa. In questo florilegio ci sono Fatima, la figlia prediletta di Maometto, e Maryam, la madre di Gesù, Khadija e ‘A’isha, mogli dei Profeta, la celeberrima poetessa al Khansa e persino Zubayda, l’astuta moglie del califfo delle “Mille e una notte”. E come in quel sublime racconto, ci sembra di vederlo, Ibn Battuta, seduto in cerchio, che incanta gli ascoltatori. E’ la tradizione dei cantastorie marocchini che sopravvive ancora. La tecnica è collaudata: bisogna incastrare una storia nell’altra perché l’attenzione degli spettatori non si smorzi. Non gli interessa analizzare cause e conseguenze: gli interessa “il tessuto della vita”. Al contrario di Marco Polo, il suo è un periplo interno al mondo dell’Islam a cui appartiene. Ma questo mondo era ben diverso dal coevo europeo, frammentato e competitivo. Possedeva uno specifico collante. Nella storia e nella cultura degli arabi il viaggio è un concetto fondamentale, alla base delle origini nomadi. E’ la vocazione che li trasforma più facilmente in mercanti che in proprietari terrieri. Per questo i governi favorivano i commerci con una rete di infrastrutture: i caravanserragli, come punto di sosta e di rifornimento; le scorte armate e il barîd (il servizio postale); le zdwiya, le màdrase e gli hammam per ospitare studiosi, studenti e pellegrini.

Misconosciuti per secoli, “I viaggi” di Ibn Battuta furono riscoperti solo a metà Ottocento, quando a Parigi uscì la prima versione integrale basata su manoscritti sottratti in Algeria. L’entusiasmo fu contagioso e per Ibn Battuta si sprecarono gli appellativi. “Vagabondo per natura” lo definisce Ernest Renan; “Globe-trotter arabo del Trecento” lo chiama Francesco Gabrieli, e Tim Mackintosh-Smith “il più grande turista dell’era premeccanica”.

Cosa aveva colpito? Il tono appassionato della voce, la meticolosa esposizione dei ricordi, la fresca curiosità nel descrivere, con totale immedesimazione, la cultura dell’altro. Il suo infaticabile andar per genti è un viaggio del cuore e non delle gambe; e anticipa tutte le domande che un moderno reporter è costretto a porsi.