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Uno sgombero dopo l’altro

Storie di famiglie romene senza casa. Da “Piazza grande”, giornale di strada di Bologna.

Marika Pulcher

Il 10 gennaio scorso l’ex scuola di via Paderno a Casteldebole (Bologna), che ospitava circa cinquanta rom provenienti per lo più dal precedente sgombero di via Gobetti, è stata chiusa definitivamente, e una parte dei suoi ex inquilini, circa trenta in tutto (sei nuclei familiari), sono stati trasferiti a spese del Comune in una villa a Crespino, in provincia di Rovigo. Quando siamo andati a trovarli per raccogliere la loro testimonianza, una settimana dopo il trasferimento, nella villa erano rimaste solo quattro famiglie, tra le quali quella di Luciano Ciulica Marian. Questa è la storia di Luciano e della sua famiglia dal loro ingresso in Italia.

“Io e mia moglie Johanna siamo arrivati in Italia dalla Romania circa tre anni fa, con i nostri tre figli, e siamo subito venuti ad abitare a Bologna, nel campo nomadi di via Gobetti, perché non avevamo i soldi per permetterci una casa e non sapevamo dove andare. Siamo rimasti in quel campo fino allo scorso giugno, mese in cui abbiamo subìto il primo sgombero. La mia famiglia e circa altri 86 rom si sono così trovati per strada da un giorno all’altro con pochi soldi in tasca e praticamente senza vestiti di ricambio: la maggior parte delle nostre cose erano rimaste nelle baracche che sono state distrutte.

In seguito abbiamo occupato il liceo “Galileo Galilei” di Casteldebole. Lì era tutta un’altra cosa rispetto a via Gobetti. Vivere nelle baracche è tremendo: non hai l’acqua, il riscaldamento, i bagni ... non hai nìente, vivi in mezzo alla sporcizia e ai topi. Il “Galilei”, invece, era quasi come una vera casa. Era diventato la nostra casa. Con l’aiuto della Lega per protezione dei diritti delle persone straniere, ci eravamo organizzati e l’avevamo sistemato per bene; avevamo costruito le porte, messo a posto i bagni, diviso le stanze con muri in cartongesso, e un giorno a settimana le nostre donne ci facevano uscire per fare le pulizie generali. Insomma, abbiamo speso molti soldi per sistemare quel liceo abbandonato e lavoravamo dalla mattina alla sera.

Lo sgombero del 4 agosto ha distrutto tutto. Alle quattro del mattino i carabinieri sono entrati rompendo le porte e ci hanno ordinato di uscire. A me e a mia moglie ci hanno portati in questura a Bologna, dopo di che io sono stato rinchiuso nel Centro di permanenza temporaneo, dove sono rimasto per una settimana, e a mia moglie hanno dato il foglio di espulsione. I miei figli invece sono stati portati alla questura di Borgo Panigale con gli altri minori, per un riconoscimento. Mio figlio di sedici anni mi ha raccontato che qui sono stati costretti a lavare i bagni e che lui è stato preso a calci perché si rifiutava di pulire senza guanti. Non ho mai denunciato questo fatto solo perché mi hanno detto che se avessi parlato avrei passato dei guai.

Io ho un permesso di soggiorno regolare e quando ho potuto ho sempre lavorato in Italia, anche se in nero, perché ho una famiglia da mantenere, ma siamo stati trattati peggio dei delinquenti. Quando sono uscito dal CPT ho raggiunto la mia famiglia e circa altre 20 persone sotto i portici di Piazza Maggiore per protestare contro quello che ci avevano fatto. II Comune ha promesso che ci avrebbe trovato una sistemazione, ma in realtà per noi non è stato fatto niente; siamo stati costretti a tornare in via Gobetti, dove siamo rimasti fino a metà novembre. Ci siamo così trovati di nuovo al punto di partenza, anzi stavamo peggio di prima perché avevamo perso la maggior parte delle nostre cose negli sgomberi precedenti ed eravamo demoralizzati.

Il 16 novembre, ci hanno sgomberati un’altra volta. Un’altra volta abbiamo perso quelle poche cose che avevamo, un’altra volta io sono stato portato nel CPT e un’altra volta mia moglie si è trovata per strada con i bambini, solo che questa volta era anche incinta. Per fortuna mio cognato ha un appartamento in provincia di Rovigo e in quei periodo ha ospitato la mia famiglia, altrimenti non so come avremmo fatto.

Poi, a fine dicembre, la situazione per noi è finalmente migliorata. Prima siamo stati ospitati nella struttura di via Paderno, e dal 10 gennaio ci hanno trasferiti qui a Crespino. In questa nuova casa stiamo bene, abbiamo tutto. Stiamo aspettando che i bimbi vadano a scuola e, con l’aiuto delle LEPDPS, stiamo cercando un nuovo lavoro”.

Anche Matei Florea e sua moglie Tudora hanno vissuto lo sgombero del 16 novembre in via Gobetti, ma la loro storia non ha ancora un lieto fine. Abbiamo incontrato Matei Florea per la prima volta all’ospedale Bellaria, dove da settimane è ricoverata la moglie a causa di un tumore all’intestino. Dopo aver trovato un posto tranquillo nel bar di fronte al Policlinico dove poter parlare, Matei ci ha raccontato la sua storia.

“Sono arrivato in Italia nel ’95 dalla Romania. Un anno dopo ho ottenuto il mio primo permesso di soggiorno e ho potuto così iniziare a lavorare con un contratto regolare come manovale. I primi otto anni che ho trascorso in Italia ho preso diverse case in affitto alla periferia di Bologna e nei paesi limitrofi. Da quando sono in questo Paese ho sempre lavorato: oltre al manovale ho fatto anche il muratore e l’imbianchino e negli ultimi mesi avevo un contratto a tempo indeterminato. Ora però, da quando le condizioni di mia moglie sono peggiorate e ci siamo ritrovati in mezzo ad una strada, non sono più riuscito ad andare al lavoro”.

Florino (così lo chiamano i suoi amici italiani) ci apre una cartellina che aveva portato con sé e ci mostra tutti i contratti d’affitto e di lavoro che ha minuziosamente conservato in questi anni. Gli chiediamo di raccontarci il percorso che l’ha portato a ritrovarsi nelle condizioni attuali.

“Tutti i miei problemi sono iniziati nel luglio dell’anno passato, da quando io e mia moglie, che mi ha raggiunto in Italia tre anni fa, siamo stati costretti a lasciare l’ultima casa in cui ero residente, perché era troppo decadente ed ultimamente era diventata invivibile. In quel periodo le condizioni di salute di mia moglie sono peggiorate e noi non sapevamo dove andare, così abbiamo deciso di comprare una roulotte e di unirci ai rom che stazionavano già da tempo in via Gobetti. Quella doveva essere una sistemazione provvisoria, volevamo rimanere lì solo per l’estate, il tempo necessario a cercare una casa in affitto. Nel settembre del 2006 a mia moglie è stato diagnosticato un tumore, ha passato un mese all’ospedale Maggiore e nei due mesi successivi ha iniziato a fare una serie di cure al Bellaria, dove la portavo almeno cinque giorni a settimana. Nonostante questi problemi, però, in roulotte stavamo bene; anche se non era una casa, avevamo tutto quello che ci serviva. Ma il peggio era appena iniziato.

Il 16 novembre ci hanno sgomberati dal campo di via Gobetti. E’ stata una cosa improvvisa; nei giorni precedenti avevano appeso un cartello all’ingresso del campo, nel quale sì diceva che in quella zona dovevano incominciare dei lavori, ma nessuno ci ha detto che quel giorno preciso ci avrebbero buttati fuori. I carabinieri ci hanno svegliati alle 4.30 del mattino sfondando la porta della roulotte e ci hanno ordinato di uscire immediatamente, senza permetterci di raccogliere le nostre cose e lasciandoci appena il tempo di vestirci. In seguito ci hanno accompagnati in questura con altri 60 rom. Quando siamo riusciti a tornare in via Gobetti, la nostra roulotte era distrutta e noi avevamo perso tutto: i nostri risparmi di quegli ultimi mesi (circa 2.700 euro), tutti i gioielli di famiglia, la tv, quei pochi elettrodomestici che avevamo e i nostri vestiti. Non avevamo più niente, eravamo disperati. Le settimane successive siamo stati costretti a dormire in macchina. A fine dicembre ho sentito dire che per molti dei rom che si erano trasferiti da via Gobetti a via dell’Industria era stata trovata una sistemazione presso una ex scuola in via Paderno; ho dovuto lottare perché venissimo accolti in quella struttura anch’io e mia moglie, ma alla fine sono riusciti a trovare un posto anche per noi. II 10 gennaio però, circa una settimana dopo l’intervento chirurgico di mia moglie, l’ex scuola di via Paderno è stata chiusa e la mia casa è diventata il Bellaria.

Sono giorni che dormo in ospedale e che non mangio quasi niente. Ora, dopo avermi promesso più volte che ci troveranno una sistemazione, mi dicono che mia moglie potrebbe venire accolta presso delle suore in via San Donato, mentre per me non c’è ancora niente di disponibile. Ma io non posso lasciare mia moglie da sola in queste condizioni, lei ha bisogno di cure e io ho bisogno di starle vicino; e poi io dove vado? E’ questo il modo di trattare una persona che è da 12 anni in Italia ed ha sempre lavorato onestamente?”.

A un paio di settimane dal loro ingresso a Crespino i bambini di Luciano sono stati inseriti a scuola e per tutti gli abitanti della villa sono state avviate le procedure per regolarizzare il loro soggiorno in Italia.

La Lepdps ha avviato un rapporto con vari assessori della provincia di Rovigo, che si sono dimostrati disponibili nel provvedere all’inserimento lavorativo degli adulti. Florino invece è ancora alla ricerca di una casa.