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Dopo la fiducia

Nuova legge elettorale? Sì, ma senza fretta. Abbassare le tasse? Non diciamo assurdità.

Sarà anche un paradosso, ma è vero che il Governo Prodi è caduto su ciò che di meglio ha fatto, la politica estera. Non a caso D’Alema è, fra i ministri, il più gettonato nei sondaggi di opinione pubblica, e penso che meriti tale primato. Anche per la sua quasi morbosa ipersensibilità democratica. Vi ricordate quando dimise il suo governo solo perché gli erano andate male le elezioni europee? Così oggi, prima di riferire al Senato sugli esiti della sua azione in Libano e nel resto del mondo, ha posto la questione perentoria: “O mi approva la mia maggioranza o andiamo tutti a casa”. Nessuna prassi parlamentare avrebbe comportato, in entrambi i casi, le dimissioni del governo, ma questo è il personaggio. E stavolta Prodi, per tener fede alla parola del suo ministro, ha dovuto recarsi al Quirinale. Ove per fortuna risiede un altro personaggio scrupoloso cultore delle procedure costituzionali, e vi ha posto rimedio, rinviando il Governo alle Camere. Una bella lezione di democrazia da due politici che Silvio il breve definisce con disprezzo “comunisti”.

La fiducia, richiesta formalmente, anche al Senato, è stata raggiunta; l’hanno data anche quei due senatori che sulla politica estera si erano ribellati. Avevano qualche ragione per non condividere la scelta di Prodi sulla base americana di Vicenza, ed anche per dissentire sulla presenza nostra e della NATO in Afghanistan. Ma hanno sbagliato nell’obbedire solo alla loro coscienza chiudendosi nell’orizzonte limitato dell’etica della convinzione, ignorando il superiore livello dell’etica della responsabilità. Max Weber ci aveva insegnato che il soggetto pubblico (ma perché non anche il privato?) deve sempre tener conto delle conseguenze pratiche che i suoi atti producono con il concorso delle altre concause. Vi sono, nella cosiddetta sinistra radicale, frammenti di ingenuità, zone sparute ma non irrilevanti di infantilismo che non hanno raggiunto la maturità del duro realismo. Eppure, volendo governare la società, è assolutamente necessario dotarsi dell’etica della responsabilità. Che non significa accettare supinamente i meccanismi oggettivi che la reggono. Ma fare i conti con essi è inevitabile, anche se è sempre più difficile.

Pensate all’andamento dell’economia. Pare che sia in ripresa. Tanto che in questi giorni siamo stati colti dalla gradevole sorpresa che le entrate fiscali hanno avuto un insperato incremento. Si polemizza attorno al fenomeno, attribuendolo alcuni al precedente governo, altri a quello in carica. La verità è, io credo, che da tempo ormai le congiunture economiche dipendono sempre meno dalle politiche dei governi dei vari Stati, perché obbediscono a dinamiche che hanno una dimensione internazionale. Piuttosto sono esse ad influire sulle politiche dei governi, offrendo opportunità o disagi che i governi possono sfruttare o devono mitigare. Non ho, fino ad oggi, la percezione che questo Governo abbia idee chiare in proposito, cioè che sia capace di comunicare in modo chiaro e convincente un progetto per utilizzare le risorse disponibili secondo criteri di sviluppo e di equità sociale. E’ sperabile che la crisi appena superata abbia dato una scossa alla coalizione in modo da correggere le numerose sue debolezze. Dispiace dirlo, ma temo che se in Italia vi fosse una destra come quella francese di Sarkozy o quella tedesca della Merkel la già risicata maggioranza di centro sinistra sarebbe a rischio.

Forse lo sarebbe, se andassimo alle elezioni in tempi ravvicinati, anche con la nostra destra. Tanto che non capisco questa frenesia di ritenere come priorità assoluta la riforma della legge elettorale, quasi fosse un passaggio urgente per ritornare subito alle urne. Non è il caso che la ritrovata maggioranza si applichi a governare, come è suo dovere e, se veramente compatta, anche sua convenienza? Solo in tal modo può sperare di recuperare i consensi perduti in questi mesi e forse guadagnarne altri. Purché però abbia il coraggio di parlare chiaro ed onesto, ed agire di conseguenza.

Cominciando con l’abbandonare l’assurda promessa di abbassare le tasse. Le tasse bisogna pagarle e devono pagarle tutti, in misura progressiva, come stabilisce la Costituzione. I paesi più civili d’Europa, gli scandinavi, hanno il più elevato carico fiscale. Naturalmente anche servizi pubblici bene organizzati e senza sprechi. Lo strumento fiscale è irrinunciabile per realizzare un’equa distribuzione della ricchezza ed una società tendenzialmente egualitaria. E’ questo un principio fondamentale di una cultura di sinistra. Poi si dovrà anche approvare una nuova legge elettorale, ma non troppo presto. Sarebbe un altro bel paradosso se, dopo che Calderoli ci ha cucinato una porcata per non farci governare, ora Prodi confezionasse una nuova legge che, dopo nuove ravvicinate elezioni, garantisse a un Berlusconi di poco vincente larghe maggioranze nelle due Camere. E soprattutto bisogna dire che la riforma del sistema elettorale deve mirare ad abolire i partiti minori. Ci sono 24 gruppi in Parlamento, sono ben 11 nella sola coalizione di centrosinistra. E’ un affronto o semplice ragionevolezza proporsi di cancellare una tale assurdità?

Hegel aveva detto che il reale è razionale. Forse in Germania, ma da noi?