Menù
Home
QT
Questotrentino
Mensile di informazione e approfondimento
Utente
Cerca

Sezione principale

L’ossessione della memoria

Un libro bello e importante su Bice Rizzi, che fu per 50 anni l’animatrice del Museo del Risorgimento.

Quinto Antonelli

Nella recente presentazione trentina del volume di Paola Antolini, Vivere per la patria: Bice Rizzi (1894-1982), Vincenzo Calì si mostrava piuttosto scettico sul reale e diffuso interesse per una storia come questa. In fondo, come scrive anche Antolini nell’introduzione, quello di Bice Rizzi è uno nome pressoché ignorato dai più. E allora la biografia di quella che fu per almeno mezzo secolo l’animatrice del Museo del Risorgimento va relegata tra gli interessi antiquari? Non ha niente a che fare, da un lato, con il Museo vivo e operante, con i suoi orientamenti e scelte e, dall’altro, con questioni che ancora animano e dividono la comunità trentina, e non solo quella degli storici? Non ne siamo convinti.

In via preliminare: chi è Bice Rizzi? Figlia del medico di Rabbi, nasce lì a San Bernardo il 26 agosto 1894 e lì vive fino a quando Candido Rizzi nei primi anni del Novecento non si sposta a Volano. Allora la giovane Bice frequenta il Liceo femminile di Rovereto. L’ambiente, familiare e scolastico, è decisamente filoitaliano (il padre è iscritto alla Lega nazionale e la scuola roveretana è retta da don Savino Pedrolli che potremmo definire di orientamento liberal nazionale). Nell’autunno del 1913 Bice Rizzi si iscrive all’Imperial Regia Università di Vienna, dove segue corsi di filosofia e di pedagogia.

Dal novembre 1914 all’aprile 1915 passa un semestre all’Istituto di letteratura e filosofia di Firenze. Sono i mesi della campagna interventista e la Rizzi sembra avere qualche contatto con i fuorusciti irredenti. Con la dichiarazione di guerra dell’Italia la famiglia Rizzi ripara in Val di Non. Il 23 giugno 1915 il padre viene arrestato con l’accusa di spionaggio, ma, gravemente ammalato, è rilasciato dopo 10 giorni. Contemporaneamente viene emanato un mandato di cattura per Bice, accusata del medesimo reato. Dopo un processo che dura qualche mese, il 27 gennaio 1916 viene condannata a morte "per crimine di alto tradimento".

Paola Antolini ricostruisce puntigliosamente le fasi istruttorie e quelle del dibattimento: qui basterà rilevare che gli inquirenti non forniscono grandi prove a giustificare le gravissime accuse di tradimento e di spionaggio; ma, come scrive Mario Isnenghi nel suo intervento introduttivo, "come nei processi ai patrioti dell’Ottocento, il processo politico segue proprie leggi interne che non hanno necessariamente a che fare con reati effettivi; è una sorta di decimazione civile, con caratteristiche di esemplarità e assolutezza non molto dissimili da quella che manda alla fucilazione, a fini di terribile esempio, qualche militare estratto dai reparti".

In aprile la pena le sarà commutata in dieci anni di carcere duro con digiuno trimestrale e il 19 luglio 1916 lascerà le carceri di Trento per Wiener Neudorf, sobborgo a 50 chilometri da Vienna.

Lì, nel durissimo carcere-convento, troverà altre prigioniere politiche trentine, alcune condannate a morte come lei, con le quali formerà una piccola e coesa comunità, che dovrà sciogliersi in occasione dell’amnistia del 2 luglio 1917, di cui lei piuttosto inspiegabilmente non potrà avvalersi. Unica del gruppo, rimarrà in carcere fino al termine del conflitto.

Ecco, il libro di Paola si apre proprio con la guerra di Bice. Scrive:

"Bice Rizzi nasce alla Storia il 27 gennaio del 1916 come condannata a morte [...]. Ritengo sia importante partire da qui per iniziare a conoscere la sua persona: questo dato tragico costituisce l’imprinting, l’esperienza all’interno della quale Bice compie la sua parabola di maturazione di donna, cittadina, italiana. Una maturazione che dura tre lunghi e faticosi anni e ce la restituirà ben determinata a compiere scelte di vita non facili, pronta ad assumere su di sé, quasi segnata dal destino, un ruolo così insolito allora per una donna ma anche, lo possiamo dire col senno di poi, così indovinato per lei".

La condanna e la prolungata prigionia la destinano a diventare "l’icona dei soprusi asburgici", le affidano l’identità riconosciuta di perseguitata, di eroina, di martire, "simbolo di un’etica del sacrificio per la patria e di una militanza patriottica diffusa".

Nel dopoguerra entra nei circuito della Legione trentina, l’associazione dei volontari nell’esercito italiano, intreccia un rapporto di amicizia e di solidarietà intellettuale con Ernesta Bittanti Battisti e inizia, con la fondazione del Museo del Risorgimento, una sua feconda attività di operatrice culturale.

IDa qui in avanti, attraverso un’interessante dialettica tra individuale e generale (tra la vita di Rizzi e il contesto storico in cui vive ed opera), Paola Antolini ci racconta anche qualcosa di una storia culturale più ampia che giunge fino a lambire gli anni Settanta; descrive i tratti di una tradizione laica e risorgimentale; identifica un gruppo intellettuale.

1939: Bice Rizzi con i nipoti nel cortile del Castello del Buonconsiglio.

Ad un certo punto l’autrice ci racconta il rito della domenica celebrato con costanza da Bice Rizzi (relativo, sembra, agli anni Trenta). Dunque, al mattino della domenica, con un gran plico di carte sottobraccio, si recava a casa di Ernesta Battisti. Lì con la vedova leggeva vari articoli di giornale, discuteva di libri e di iniziative da prendere o da contrastare. Si trattava di un confronto irrinunciabile che rinsaldava il loro legame.

Poi Bice era attesa per pranzo dalla famiglia di Ezio Mosna. Mosna, giovane volontario nell’esercito italiano, era divenuto uno dei dirigenti della Legione trentina, direttore del Trentino, membro del direttivo del Museo del Risorgimento.

Verso la metà del pomeriggio, in compagnia di Ezio si trasferiva in casa di Giulio Benedetto Emert, professore di ginnasio, intellettuale appartato di stampo cattolico-liberale, ma anche redattore e animatore della rivista Studi trentini di scienze storiche. In tre passaggi – scrive Antolini – "abbiamo incontrato e conosciuto la sua cerchia di amicizie più strette in città; ma anche i suoi punti di riferimento intellettuali e lavorativi".

Fuori da questa cerchia più ristretta Bice è immersa in un reticolo di amicizie e di solidarietà. C’è il rapporto strettissimo con il mondo dei Legionari (un mondo complesso e contraddittorio da cui usciranno sia i gerarchi del fascismo che i capi carismatici dell’antifascismo e della resistenza); c’è il costante rapporto epistolare con liberali di vecchio stampo come Pietro Pedrotti e con gli ex compagni di partito di Cesare Battisti.

Fuori dal Trentino il rapporto si allarga ad interlocutori anche molto diversi tra loro; sono i "fans di Bice", come li chiama Antolini: crocerossine, ufficiali dell’esercito, ex combattenti, tra cui si distingue l’affezionatissimo Ernesto Tarditi, il colonnello che aveva guidato i primi soldati italiani in Trento liberata.

Nel secondo dopoguerra, come vedremo, gli interlocutori saranno altri (Salvemini, Calamandrei, i redattori del "Ponte").

1956: Bice Rizzi accompagna il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi in visita al Castello del Buonconsiglio.

Le tantissime lettere su cui ha lavorato Paola Antolini, permettono di rilevare i temi e la qualità dello scambio intellettuale; ma anche di comprendere, piuttosto bene, il rapporto di Bice Rizzi con il fascismo, che forse possiamo rinchiudere tra la concessione fatta a Lunelli nel 1924 (volontario, esponente di spicco del fascismo locale, deputato fascista), riconoscendo nel fascismo un "discendente legittimo dell’interventismo" e il netto rifiuto del 1939, quando scrivendo a Giovan Battista Adami (compagno di Giannantonio Manci e Gigino Battisti a Fiume) rivela tutta la sua distanza dall’Italia delle leggi razziali e dell’alleanza con la Germania di Hitler. Così, mentre l’alleanza italo-tedesca è giustificata dal legionario che si appella perfino a Battisti, Bice si richiama con sicurezza ai Padri della Patria, alla storia del Risorgimento, allo spirito di Mazzini e Garibaldi.

In mezzo ci sta il consenso e l’ammirazione per l’opera di Tolomei, fautore della battaglia di italianizzazione dell’Alto Adige, ma anche qualche coraggiosa presa di distanza.

Nel dopoguerra il rapporto con la vedova Battisti e con la sua famiglia si fa più stretto ed è attraverso quel rapporto che Bice approda ad una posizione politico-culturale più democratica, più progressista, più laica. Attraverso Ernesta conosce Salvemini, stringe un’amicizia duratura con Calamandrei, collabora con il variegato mondo del partito d’azione e con la rivista "Il Ponte".

In sintesi con Bice Rizzi si rivela una "tradizione" certamente di minoranza: irredentista in una regione-memoria dove la maggioranza (volente o nolente) ha combattuto con la divisa austriaca; non del tutto piegata al fascismo, anzi ad un certo punto decisamente contraria fino ad esprimere forme di resistenza; laica in un territorio profondamente segnato da sentimenti cattolici; anti-autonomista in tempi di rivendicazioni autonomistiche (rimando alle decise polemiche con l’ASAR, e con Valentino Chiocchetti in particolare); salveminiana in un Trentino compattamente democristiano che aveva prestato Degasperi all’Italia, come si esprime ancora Isnenghi nell’introduzione: Degasperi appunto, non battistiano, non fuoruscito, non volontario in grigioverde, portatore di un’altra storia, la quale si accrediterà con altre tradizioni e invenzioni di tradizioni.

Questo è un libro che parla dell’ossessione della memoria, del dovere di ricordare.

Commentando una cartolina del conte Tarditi, in cui scriveva di Bice: "Oggi mi rivolgo alla Eroina ed insieme alla Vestale delle Sacre Memorie del passato", Paola Antolini scrive a sua volta: "Eroina e Vestale: ovvero protagonista del racconto e narratrice essa stessa. Vestale perché eroina. Predestinata a custodire, a prendersi cura delle memorie, sacre a lei come alla comunità degli irredenti. Ma anche custode di se stessa. Perché – passatemi l’espressione – Bice è un cimelio in sé, è un documento vivente della storia che con pazienza e precisione giornalmente si appresta a salvare e raccontare".

E come vestale è l’anima delle "Accenditrici della lampada perenne a Cesare Battisti", volute da Ernesta come un tentativo di attirare a sé le condannate, le perseguitate, le simpatizzanti per coltivare fra loro e con loro "la più genuina" memoria di Cesare Battisti.

L’attività rimemorativa delle Accenditrici può essere considerato un fatto minore, ma illumina bene questo più generale impegno a non dimenticare che diventa, per donne come la Rizzi e la Battisti una modalità di relazione con il presente, quasi il senso all’esistenza.

Così nel secondo dopoguerra anche la lotta partigiana è riletta nel solco della tradizione risorgimentale e come prosecuzione del loro sacrificio.

Ma per capire cosa veramente significa vivere "per il ricordo" dobbiamo accennare alla "vicenda Paolazzi". Nel maggio 1952 il settimanale "Oggi" pubblica un articolo sul trentino Bonfiglio Paolazzi, 77 anni, già deputato popolare al Parlamento austriaco, ora vedovo con tre figli, che ha deciso di diventare prete. Ciò che scatena l’indignazione di Ernesta è la presentazione del Paolazzi come un eroe dell’irredentismo, proprio lui che all’indomani dell’esecuzione di Battisti aveva sottoscritto sul "Risveglio austriaco" un "tributo" di ammirazione per le truppe austriache donando due corone. La vedova di Battisti solleva un vero e proprio caso nazionale pubblicando sull’"Unità" una sua lettera aperta. In Trentino entrano nella polemica anche Bice Rizzi e - dalle colonne dell’"Adige" - Flaminio Piccoli, l’una per ribadire la vitalità (anzi la necessità) dei ricordi nazionali, l’altro per sostenere l’ineluttabilità dell’oblio ("il tempo inesorabile ci sopravanza, le generazioni si succedono alle generazioni e gli odi che furon battaglie si smorzano irresistibilmente"). Sono memorie a diverse velocità che si incontrano e si confrontano, ma non si capiscono.

Durante la lettura del libro di Antolini il soggetto diventa plurale, non più solo Bice Rizzi, ma Bice ed Ernesta: il fatto è che questo libro è anche una biografia collettiva e una storia di donne.

Già la foto di copertina raffigura tre delle protagoniste: Bice Rizzi, al centro Ernesta Battisti, e poi la figlia Livia. Dentro, come abbiamo avuto modo di dire, troviamo l’identità delle perseguitate, delle condannate a morte, delle Accenditrici. E poi le insegnanti del Liceo femminile, le nuove alunne; Antonietta Giacomelli e le patriote roveretane; le tante corrispondenti ed amiche.

E poi ancora ci sono le donne dei secoli andati ricordate e studiate da Bice Rizzi, le donne intellettuali che si sono distinte per una loro spiccata sensibilità nazionale.

L’ultima osservazione riguarda il periodo 1943-45, vissuto da Bice a Marostica insieme alla famiglia della sorella Cornelia. Di quel periodo ci restano le lettere e il diario, che Paola Antolini analizza con grande acutezza. E’ questo un periodo di disincanto e di incertezze: "Il presente stordisce e annienta"; "Intanto tragici episodi si susseguono e si resta inebetiti".

Il diario riflette l’incapacità di capire ciò che sta succedendo, di leggere il carattere specifico della resistenza armata. Scrive giustamente Paola Antolini: "Questo senso di estraniazione, che pare nascere dalla mancanza o carenza di strumenti concettuali atti a rendere comprensibile e accettabile la resistenza armata, apre una problematica complessa; specie se puntiamo l’attenzione sul capitolo successivo dove vedremo la Rizzi impegnata in prima linea nella promozione della memoria partigiana". Quando, aggiungiamo noi, si potranno di nuovo riutilizzare le vecchie categorie patriottico risorgimentali. Ma per ora nemmeno il carteggio con Pedrotti l’aiuterà nell’acquistare capacità di giudizio.

E’ "un silenzio", una "ricerca di oblio" che colpisce anche altri diaristi. Giustamente l’autrice scrive che "sarebbe interessante fare interagire tali espressioni di apatia, che prese individualmente dicono poco, con la produzione diaristica contemporanea". E qui cita la ricerca roveretana di Fabrizio Rasera e il diario di Antonio Rossaro. Ma avrebbe potuto citare anche il diario di Anna Menestrina, dirigente di Azione Cattolica e quindi donna di tutt’altra formazione, che deve registrare anche lei un profondo disorientamento e l’assoluta incapacità di identificare le forze in campo. Sono tutti testimoni che sperimentano quello che Rasera ha identificato come un pervasivo "senso di annulla