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Un fioraio a New York

La Street art e Michael De Feo, “flower guy”

Sulle pagine di QT ci siamo già occupati in passato di quel variegato fenomeno che è la street-art, una modalità artistica che dalla marginalità talvolta illegale dell’underground sta sempre più conquistando plausi (in verità tardivi) dall’ufficialità del sistema dell’arte.

Un'opera incollata su un muro di Long Island, 2006.

Recentemente, a questo proposito, la Galleria d’Arte Contemporanea di Merano ha commissionato a due giovani street-artisti (Blu ed Ericailcane) alcuni murales, mentre la rivista glamour "D. Donna" di Repubblica ha dedicato in uno degli ultimi numeri un ampio servizio agli sviluppi di tale corrente in Italia. Vittorio Sgarbi ha poi definito i graffiti del Leoncavallo (lo storico centro sociale di Milano) "la Cappella Sistina della contemporaneità".

Un’esagerazione? Può darsi; fatto sta che la monumentalità e la ricercatezza estetica di alcuni di questi lavori a cielo aperto non può lasciare indifferenti.

Nella volontà di conoscere meglio questo curioso e spesso brillante mondo che si esprime attraverso bombolette spray, manifesti, adesivi, stencil e installazioni urbane estemporanee, vi vogliamo presentare in questo numero uno dei maggiori street-artisti della scena newyorkese, Michael De Feo.

New York, città nelle cui strade furono attivi, prima di approdare nelle gallerie, artisti del calibro di Keith Haring e Jean-Michel Basquiat, è ancora oggi la capitale indiscussa dell’urban art, in tutte le sue forme, underground e overground, come dimostra la recente mostra "11 Spring Street", nome che deriva dall’indirizzo di un palazzo abbandonato della Grande Mela preso d’assalto durante tale evento da centinaia di street-artisti.

Michael De Feo è soprannominato "Flower guy", perché il suo logo è un fiore stilizzato, che in tre lustri di virulenta attività ha disseminato in mezzo mondo, in ogni formato. E un fiore di Michael è stato scelto, lo scorso anno, per ornare la copertina del New York Magazine, quasi fosse il simbolo underground della città. Il giusto riconoscimento per un artista versatile, forte di una concezione dell’arte come bene estetico pubblico e al contempo ecologico, visto che all’invasività del graffito vergato con le bombolette spray egli preferisce la leggerezza e la transitorietà delle opere su carta, incollate, in maniera del tutto effimera, sui muri. Ecco cosa ci ha raccontato:

La copertina del New York Magazine, dicembre 2005.

Perché un fiore come logo?

"All’inizio dipingevo un fiore a mo’ di ‘riscaldamento’, un veloce esercizio di stile per sciogliere la mano prima di dipingere. Poi, a forza di delinearlo, ho adottato questo fiore come una sorta di logo, di firma. Riempivo i muri con immagini stilizzate di piante, farfalle e gattini, ma al centro mettevo sempre l’immagine di questo fiore, che poi ho isolato: lo utilizzo costantemente da quindici anni. E’ un segno completamente diverso da tutte le altre cose che faccio, è praticamente l’unico segno che non ho mai abbandonato. Ho realizzato una mascherina, al fine di poter riprodurre il fiore su carta, in molte copie e in molti colori.

Volevo condividere il mio fiore con la gente, così un giorno decisi di attaccare queste opere - a centinaia! - per le strade, dovunque andassi, nelle città degli Stati Uniti ma anche in quelle d’Europa. Fu così che iniziarono a soprannominarmi ‘Flower guy’.

Nei primi tempi utilizzavo anche la tecnica dello stencil per riprodurre i miei fiori sui muri, poi decisi di smettere, perché avevano una vita troppo lunga... Ho un’idea di arte molto effimera, preferisco utilizzare la carta e la colla in modo che dopo poco tempo non rimanga più nulla. E’ uno specchio del ciclo della vita, ove le cose nascono e muoiono per poi rinascere da un’altra parte, in un’altra primavera".

Se nel tuo logo c’è la positività della natura, in altre opere si notano accenni critici alla società contemporanea, in particolar modo riferibili all’abuso dei media...

"Sì, ad esempio ho creato una figura umana con una testa a forma di televisore; è la mia idea su come la gente sprechi troppo tempo ed energia davanti a TV e computer. Anch’io in verità ne sono in parte vittima".

Quando e perché hai deciso di passare dalla tela ai muri?

"Ho iniziato nel 1992, mentre studiavo alla School of Visual Art di New York. Allora non c’erano molti artisti che si dedicavano alla street-art; sapevo che le gallerie difficilmente sarebbero state interessate alle opere di un giovane artista, così decisi di affiggere e dipingere le mie opere direttamente per strada, per conquistarmi un pubblico, sebbene involontario. E poi volevo superare il sistema mercantilesco delle gallerie".

In Italia graffiti & co. sono spesso associati al vandalismo, all’illegalità. Tu hai mai avuto problemi con la giustizia per le tue opere?

"In tre lustri di attivismo artistico per le strade non sono mai stato arrestato. Certo, sono stato più volte multato e talvolta perfino malmenato. Ma mai arrestato".

La street-art sembra esprimersi al meglio in una di mensione metropolitana, in città di grandi dimensioni, tra palazzi anonimi, mentre nei piccoli centri pare inopportuna, fuori luogo, quasi una sottile violenza grafica. Tu cosa ne pensi?

"Anch’io preferisco il contesto di grandi città, per numerose ragioni. Innanzitutto sono affollate di persone: sguardi che, come a New York, sono di una totale varietà culturale, e il tuo lavoro può dunque essere visto da uno sguardo globale. Le metropoli inoltre sono spesso luoghi ‘duri’, pieni di cemento, vetro, acciaio, e la street-art ammorbidisce e addolcisce un po’ questi paesaggi inospitali. Mi piace comunque operare anche in piccole città, ma ho un approccio più cauto, dialogante; non voglio che gli abitanti si sentano attaccati dal mio lavoro, tutt’altro".

Qual è la "marcia in più" della street-art rispetto alla pittura tradizionale?

Un fiore di De Feo ad Amsterdam, 2003.

"Amo sapere che le mie opere, a parte alcuni lavori che uso per autofinanziarmi, sono sfuggenti, completamente effimere. Nessuno può portarsi a casa un’opera esposta per strada, comprarla, possederla: essa è esposta sui muri, per tutti. Il processo è a tal proposito forse più importante dell’opera stessa. Il mio fiore più longevo è quello che ho dipinto sulla 23a strada: l’ho realizzato nell’estate del 1994, ed è ancora lì.

La persistenza delle mie opere avviene in un’altra dimensione: sui siti web, in giornali, libri, perfino in alcuni documentari. Dissolta la materia, la pura consistenza, ne rimane dunque una traccia visibile, virtualmente indelebile. La particolarità della street-art sta inoltre nell’effetto-sorpresa. Appare all’improvviso davanti a te, nella tua quotidianità, non mentre vai a una mostra, ma sulla strada di casa, del lavoro, della scuola. E’ come una piccola magia, un gioco che ti viene offerto, all’improvviso, senza chiederti nulla".

Però non diserti certo gallerie, musei ed eventi estemporanei...

"Infatti. Partecipare a delle mostre può sembrare contraddittorio rispetto allo spirito delle opere in strada, in ogni modo penso che ambedue i livelli siano utili e importanti per il mio essere artista. Si influenzano a vicenda e agire in entrambe le direzioni è molto stimolante, così come sperimentare nuovi campi. Ad esempio ho da poco pubblicato ‘Alphabet city’, un libro per bambini che ripropone la classica forma degli alfabeti illustrati per l’infanzia ove a ogni lettera corrisponde un’immagine, utilizzando però delle opere che ho incollato nelle strade di Manhattan".