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Da Ruini a Bagnasco, ma la musica non cambia

L’ultimo assalto nella crociata contro i Dico.

Dopo quasi quasi diciassette anni è terminata la lunga stagione del cardinal Ruini alla guida della Chiesa italiana, ma nessuno si è accorto per ora di grandi mutamenti. Le sottili dinamiche ecclesiastiche tuttavia richiedono uno sguardo attento per cogliere i minimi particolari. Per esempio, il primo discorso del neopresidente monsignor Angelo Bagnasco (preceduto da un momento di preghiera) non è stato quel programma politico di governo onnicomprensivo a cui ci aveva abituato Ruini, ma un intervento limitato e mirato. Inoltre per la prima volta il documento finale del Consiglio Permanente della Cei (la famosa Nota pastorale) è stato dibattuto e limato attraverso una discussione, si dice anche accesa, tra i vescovi. E infine, una lettera di saluto del Segretario di Stato, il più pragmatico cardinal Bertone, faceva intendere che d’ora in poi i rapporti con l’Italia li avrebbe tenuti direttamente lui sottraendoli così alla presidenza della Cei.

Al di là di questo, però, prevale la continuità e, viste le continue e durissime prese di posizione del Papa, anche in futuro si imporrà l’intransigenza, come in fondo si intravede dalla Nota Pastorale sulla famiglia e sulle proposte di legge per il riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto.

Papa Benedetto XVI

Lo scivolone di monsignor Bagnasco, che in un ampio discorso ha finito per equiparare velatamente la legalizzazione delle coppie di fatto alla futura accettazione dell’incesto e della pedofilia tra consenzienti, dimostra, oltre che una perdonabile caduta di stile dovuta a inesperienza, una certa sproporzione fra la proposta di legge (per alcuni anche troppo blanda) e un temuto scenario apocalittico che traspare dalle parole di molti prelati.

Per capire la reale portata del documento, bisogna rendersi conto della visione antropologica e culturale di fondo, chiaramente improntata sull’impostazione del binomio Ratzinger-Ruini, già attivo prima della morte di Giovanni Paolo II.

Molte volte siamo ritornati sull’argomento: in sintesi, per questa dottrina, la Chiesa pretende di possedere e vuole riproporre alcune verità oggettive (naturali, non negoziabili) sull’uomo che certa cultura occidentale, permeata di laicismo e dominata dalla "dittatura del relativismo", non riesce più a cogliere. Queste verità ineriscono ad alcuni valori fondamentali come il diritto alla vita, ma anche ad alcuni "istituti" sociali come il matrimonio: di fronte a leggi statali che mettono in discussione questi principi oggettivi il credente (ma in realtà tutti gli uomini che seguono la retta ragione) deve opporsi con forza.

Nel corso della storia troviamo cristiani che in nome di questi valori hanno combattuto contro dittatori per i diritti dei poveri: oggi questa nobile tradizione è ridotta (almeno in Italia) ad una battaglia sui temi bioetici, sull’omosessualità, sui Dico. Per questa impostazione l’autonomia di giudizio e il pluralismo di opinioni in certi casi sono banditi: la libertà di coscienza (quest’ultimo termine ricorre spesso nella Nota) significa seguire l’essenza dell’uomo, la natura, la ragione, un sentire che dovrebbe essere comune a tutti ma che, ai tempi del nichilismo, possiede pienamente solo la Chiesa.

Conoscere questo quadro teorico è indispensabile per comprendere i risvolti politici e le azioni lobbistiche che pure sono presenti al di là dei massimi sistemi. Uno degli aspetti più importanti della Nota si coglie da una frase: "La storia insegna che ogni legge crea mentalità e costume". La vera paura dei vescovi risiede proprio nel fatto che lo Stato "legalizzi" altre forme di convivenza (i cosiddetti "matrimoni di serie B"), rendendole così lecite ed appetibili, dando un cattivo esempio alle giovani generazioni e favorendo un processo di precarizzazione dei rapporti affettivi. In un quadro legislativo "debole" i figli sarebbero meno tutelati e la società meno stabile e sicura.

Questo ragionamento della Chiesa denota una grande sfiducia nella responsabilità e nella capacità dei singoli di costruire la propria vita e di conseguenza il mondo circostante: si invoca la legge per tutelare il costume, per preservare la società dalla frammentazione, per salvare i bambini dalla catastrofe imminente (per Giulio Andreotti rappresentata anche dai gay). Si rischia di ritenere che la legge sia l’unico modo per spingere e "costringere" i cittadini a determinati comportamenti morali o sociali, visto che da soli non sono più in grado di compiere le scelte giuste, o più semplicemente non vogliono più seguire gli insegnamenti della Chiesa.

La legge non fa altro che sancire un costume, regolare i problemi che si affacciano, gestire nuove situazioni: solo negli Stati etici e autoritari la legge serve per generare costumi. Un uomo prudente come Giuliano Amato ha affermato che questa concezione rischia di non essere dissimile dall’impostazione islamica, che tanto critichiamo, per la quale la legge è necessaria a tutelare la religione, la condotta familiare e determinate scelte sessuali.

Monsignor Bagnasco

Questo primato della legge determina l’eclissi di una parola-chiave dell’universo cristiano: il termine testimonianza. Oggi non serve più vivere concretamente i valori evangelici e gli appelli ecclesiastici sul matrimonio o sulla vita di coppia: basta opporsi ai Dico per essere buoni esempi. Se poi nella vita privata si contraddicono palesemente quelle indicazioni, si dice che ciascuno è libero di fare le proprie scelte.

La tendenza a valorizzare il versante pubblico, istituzionale, visibile della religione a discapito della sfera delle convinzioni più intime comporta il paradossale esito di eliminare la differenza tra i credenti e i laici "sani" (che cioè la pensano come la Chiesa). La fede reale non conta più e la spaccatura più netta si coglie nello stesso mondo cattolico, l’appartenenza al quale viene maggiormente sancita dall’ossequio alla gerarchia, dalla conformità alla legge naturale, dal retto utilizzo della ragione piuttosto che dalla vitale comunione con Gesù Cristo. Il continuo appello dei vescovi alla ragione, persino al "buon senso", e l’insistenza con cui si afferma di non voler lanciare un messaggio confessionale ma aperto a tutti, sembrano dimostrare che la Chiesa non scommetta più sulla fede sincera dei credenti o non creda più alla forza intrinseca dei propri valori, ma punti tutto su di un residuo senso religioso molto spesso confinante con posizioni conservatrici se non reazionarie.

In questa chiave va anche letto il controverso richiamo all’obbedienza dei politici cattolici sugli argomenti inerenti la famiglia. Il documento della CEI non prevede sanzioni disciplinari per quanti non si conformassero alle indicazioni: questo era il timore maggiore dei cattolici democratici e in quest’ottica si era mosso l’appello-supplica di Alberigo e Scoppola. Ma il Rubicone non è stato ancora attraversato e la linea rossa che divide lo Stato laico dalla Chiesa non è stata oltrepassata. Infatti i singoli parlamentari sono stati eletti senza vincolo di mandato per rappresentare tutti gli italiani a prescindere dalle loro convinzioni religiose: hanno giurato sulla Costituzione e non possono seguire i dettami di una autorità esterna, pena la deriva confessionale delle istituzioni.

Tuttavia la pressione è fortissima e la Nota non è semplicemente una posizione chiarificatrice rivolta alle coscienze (addirittura in sintonia, come ha sostenuto il nostro senatore Giorgio Tonini, con il programma dell’Unione!), ma contiene espressioni inequivocabili, richiami specifici e rimandi a pronunciamenti ecclesiastici al più alto livello. La Nota è "una parola impegnativa", il cristiano che sostiene la legalizzazione delle coppie di fatto è "incoerente", il fedele "non può appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica". Una posizione durissima, un richiamo all’ordine che non è solamente un documento utile al discernimento della coscienza.

A parte le scontate reazioni di plauso e giubilo del centrodestra e dei teodem dell’Unione, la risposta di quanti sostengono i Dico è stata di minimizzare, di affermare, facendo buon viso a cattivo gioco, che nella Nota non si parla espressamente del disegno di legge governativo. Una posizione attendista, forse l’unica possibile, ma che alla lunga rischia di essere debole: tuttavia combattere lancia in resta la Chiesa appare in questa fase controproducente. La politica resta a metà del guado, probabilmente sperando in una soluzione all’italiana, capace di contentare tutti. Ma al di là del Tevere c’è un papa tedesco, un intransigente teologo che non sembra disposto ad alcun compromesso.