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TFR fra timori e aspettative

I fondi pensione, il senso dell’adesione, le paure, le tante domande su un passo decisivo per il proprio futuro. E come, nonostante gli innumerevoli vantaggi, tra i lavoratori rimangono diffusi timori e diffidenze.

Voi del sindacato venite qui a cercare di convincerci a consegnarvi la nostra liquidazione. E poi magari vi bruciate tutto nei Bond argentini e chi s’è visto s’è visto". E’ un lavoratore dello stabilimento Dana di Rovereto (multinazionale americana che produce assali per veicoli industriali) a manifestare in questo modo – nel corso di una assemblea convocata dalla Fiom-Cgil – tutta la propria ansia in merito alla riforma del TFR.

Le foto sono di Marco Parisi.

Varata nei suoi aspetti essenziali dal ministro Roberto Maroni nel 2005, emendata e anticipatane l’entrata in vigore con la legge finanziaria dello scorso autunno, la modifica della normativa sul TFR affonda le proprie radici nella riforma del sistema previdenziale voluta dal Governo Dini nel 1995.

Fu allora, infatti, che si stabilì che il sistema pensionistico prossimo venturo dovrà necessariamente poggiare su due pilastri: da un lato la previdenza pubblica, il cui scopo sarà sempre più quello di garantire una prestazione minima per tutti, e dall’altro lato la previdenza integrativa, attraverso la quale ciascun cittadino potrà costruirsi un fondo pensione in grado di garantirgli una vecchiaia dignitosa. Una innovazione che a sua volta derivava dalla decisione di passare dal sistema previdenziale cosiddetto retributivo a quello cosiddetto contributivo.

Che significa tutto questo? Proviamo a fare un ripasso.

Il sistema pensionistico pubblico era nato adottando il modello retributivo: l’ammontare della pensione che si percepiva mensilmente era calcolato in rapporto allo stipendio dell’ultimo periodo di lavoro, quasi a prescindere dalla quantità di contributi previdenziali versati nel corso della propria vita lavorativa. In soldoni, la logica del sistema era che chi lavorava manteneva chi era in pensione.

Era un modello congeniale alla situazione di qualche decennio fa: un modello "giusto", perché allora molti lavoratori andavano in pensione avendo spesso alle spalle anni di lavoro nero; ed un modello finanziariamente stabile, perché si facevano figli, tutti iniziavano a lavorare da adolescenti e, raggiunta l’età della pensione, passavano a miglior vita nel giro di cinque anni. In pratica, per ogni pensionato c’erano dieci lavoratori in forze.

A mettere in crisi quel modello sono stati i mutamenti demografici, e non solo quelli. Oggi a stento si supera la media di un figlio per coppia, i più cominciano a lavorare dopo i 25 anni e, grazie ai progressi della medicina, si campa in molti casi ben oltre gli ottant’anni. Di questo passo, tra non molto potremmo trovarci ad avere due o tre pensionati per ogni lavoratore. In queste condizioni era evidente che la logica per cui chi lavora mantiene chi è in pensione sarebbe presto saltata, avrebbe cioè portato il sistema pensionistico pubblico alla bancarotta. Di qui allora, per salvare la previdenza pubblica, la decisione di passare al modello contributivo: la pensione che si percepisce è calcolata sulla base della quantità di contributi versati nel corso della propria vita lavorativa. In pratica, ciascuno, mentre lavora, paga la pensione a se stesso in vista di quando smetterà di lavorare, esentando in questo modo l’istituto previdenziale pubblico dai rischi connessi ai mutamenti demografici.

Così facendo la previdenza pubblica è stata salvata dal crack finanziario, si è cioè garantito anche alle future generazioni di avere una pensione pubblica. Ma tutto ciò, negli effetti pratici della riforma, ha comportato il pagamento di un prezzo molto alto: se col sistema retributivo le pensioni si aggiravano all’incirca attorno all’80 per cento dell’ultimo stipendio, col sistema contributivo esse arriveranno a malapena al 50 per cento. D’altronde non è difficile da capire: per dirla in maniera un po’ brutale, un conto è andare in pensione dopo 35 anni di lavoro e salutare questa terra cinque anni dopo, altro è campare, una volta andati in pensione, per 30 anni ancora.

E’ per questo motivo che, sin da quando fu assunta la decisione di passare al modello contributivo, si pensò di incentivare la nascita di forme pensionistiche complementari. La preoccupazione, sin da allora, era infatti quella di non ritrovarsi, nel 2040, con metà della popolazione italiana sulla soglia della povertà. Ecco perché, quindi, la pensione complementare, sebbene non obbligatoria, fu considerata sin dalla riforma del 1995 una parte essenziale del futuro sistema pensionistico. Un po’ come peraltro è da tempo consolidato in molte parti d’Europa.

Gli ultimi dieci anni hanno visto nascere numerosi fondi pensione contrattati, frutto cioè di accordi tra sindacati dei lavoratori ed organizzazioni imprenditoriali. Ma è con la riforma del TFR che i fondi pensione hanno l’occasione di decollare. Proviamo a spiegare in sintesi di cosa si tratta.

Ogni lavoratore dipendente, quando un rapporto di lavoro s’interrompe per qualunque motivo, percepisce dal datore di lavoro una indennità chiamata Trattamento di Fine Rapporto (TFR), quella che una volta si chiamava liquidazione. Quella indennità, pari a circa uno stipendio per ogni anno lavorato, viene creata dall’azienda accantonando ogni mese una quota del 6,9% della retribuzione. In pratica sono soldi del lavoratore a tutti gli effetti, che però il lavoratore percepisce solo quando si licenzia.

Ebbene: già con la nascita dei fondi pensione contrattati i lavoratori potevano obbligare l’azienda a versare ogni mese la propria quota di accantonamento mensile per il TFR sul loro conto previdenziale complementare. Con la riforma del TFR l’adesione ai fondi pensione viene fortemente incentivata: tutti i lavoratori dipendenti del settore privato dovranno infatti scegliere, entro il prossimo 30 giugno, se lasciare il proprio TFR in azienda o aderire ad un fondo pensione. E laddove il fondo pensione manca, magari perché non si è raggiunto l’accordo tra sindacati e imprenditori, sarà l’INPS a farne le veci.

Per chi non si esprime, vale il principio del silenzio-assenso: adesione automatica ad un fondo pensione. Ed ogni volta che, d’ora in avanti, s’inizierà un nuovo rapporto di lavoro, si dovrà compiere la medesima scelta entro sei mesi dall’assunzione.

Raggiunta l’età della pensione, l’intero capitale accumulato sarà trasformato in una prestazione pensionistica integrativa, il cui ammontare mensile dipenderà dall’età del pensionato e dalle sue aspettative di vita.

Mi avete fregato la liquidazione!" è la colorita esclamazione di una impiegata della Gunnebo Entrance Control di Lavis, multinazionale svedese che produce sistemi di regolazione degli accessi, tra cui i famosi tornelli degli stadi.

Un po’ di verità c’è: per garantirsi una pensione decente, bisognerà rinunciare alla liquidazione. Ma se ci siamo bruciati la liquidazione non è certo colpa di quest’ultima riforma, quanto semmai di quella del ’95. Ma anche riferendosi a quella, tutt’al più ce la si deve prendere coi progressi della medicina, che ci fanno vivere vent’anni in più.

Tutta la normativa è orientata a favorire in ogni modo l’adesione ai fondi pensione, a cominciare dai corposi vantaggi fiscali di cui gli aderenti ai fondi pensione godranno rispetto a coloro che lasceranno il TFR in azienda, o dalle maggiori possibilità di ottenere un anticipo del capitale, o ancora dalla possibilità – in questo caso per chi aderisce a Laborfonds, il fondo pensione voluto dalla Regione Trentino-Alto Adige – di vedersi garantire i versamenti anche nei periodi di disoccupazione. Ma tra i tanti, il vantaggio più corposo è senza dubbio quello che prevede, per chi aderisce ad un fondo pensione contrattato e decide di versarvi anche una piccola quota del proprio stipendio, che alle contribuzioni del lavoratore si sommi una quota versata dall’azienda, pari a circa l’uno per cento del reddito lordo. Per uno stipendio di 1000 euro mensili netti, si tratta di circa 200, 250 euro all’anno.

Ma torniamo alle preoccupazioni del lavoratore della Dana di Rovereto. Quali sono i rischi reali di adesione ai fondi pensione? Per i fondi pensione contrattati, i rischi d’insolvenza non sono molto diversi da quelli d’insolvenza dell’INPS. Tali fondi sono infatti regolati da severe normative: sono governati da rappresentanti nominati da sindacati e imprenditori; il capitale raccolto è gestito da più società finanziarie di livello internazionale scelte attraverso una gara e con contratti a scadenza breve; tali società hanno l’obbligo di investire il capitale soltanto nei Paesi occidentali e in titoli di aziende quotate in borsa; ogni investimento non può superare una certa percentuale (bassissima) del totale del capitale gestito (dunque un eventuale caso Parmalat inciderebbe per un’inezia sui rendimenti); ogni aderente al fondo può seguire quasi in tempo reale l’andamento del proprio fondo pensione. Certo, siccome una regola ferrea della finanza è che chi non risica non rosica, e cioè che il rendimento di un investimento è inversamente proporzionale al suo fattore di rischio, i fondi pensione contrattati (detti anche "chiusi") finiscono per avere, proprio in virtù della loro sicurezza, rendimenti modesti. Tuttavia, tali rendimenti sono comunque mediamente superiori di circa un punto rispetto ai rendimenti del TFR ed in ogni caso non va dimenticata la quota versata dall’azienda, che da sola costituisce una sorta di rendimento piuttosto significativo.

Ben presto vedremo probabilmente fioccare le pubblicità di fondi pensione non contrattati (detti anche "aperti"), offerti da banche e società assicurative private. Ma chi aderisce ai fondi aperti non percepisce la quota versata dall’azienda, cosicché sarà inevitabile che i fondi aperti, per essere competitivi rispetto ai fondi chiusi, siano costretti ad offrire rendimenti molto maggiori, esponendosi però anche a maggiori rischi.

Come sta andando l’adesione ai fondi pensione, dopo l’entrata in vigore della riforma del TFR?

Nonostante gli innumerevoli vantaggi, le adesioni vanno a rilento. Anche di fronte alle più dettagliate spiegazioni, la diffidenza rimane molto forte. "D’accordo – sostiene ad esempio un operaio della Rekord di Rovereto, azienda che produce serramenti – i vantaggi del fondo pensione sembrano tanti, ma qual è l’altra faccia della medaglia? Dove sta la fregatura?".

A livello nazionale, a fine marzo aveva compiuto la scelta il 26% dei lavoratori e di questi il 17% aveva deciso di lasciare il TFR in azienda e solo l’8% aveva aderito ad un fondo pensione. Una quota destinata a crescere (la scelta è reversibile per chi ha deciso di lasciare il TFR in azienda, non il contrario), tanto che c’è chi sostiene (Italia Oggi) che alla fine saranno circa il 40% i lavoratori che aderiranno ad un fondo pensione. E tuttavia si tratta di una quota ancora bassa, se si considera la quantità di vantaggi ai quali i lavoratori stanno di fatto rinunciando.

"Quando gli imprenditori versano sul nostro fondo pensione la quota a loro carico – chiede un lavoratore dell’Elettropiemme di Gardolo, azienda che installa impianti elettrici – qual è la loro convenienza? cosa ci guadagnano loro?". Appunto! E come mai a nessuno verrebbe in mente di chiedere quali vantaggi hanno gli imprenditori quando si ottiene un aumento di salario in occasione di un rinnovo di contratto? Si tratta di conquiste ottenute con la contrattazione: semmai è paradossale che, dopo aver lottato per qualcosa ed esser riusciti a conquistarla, si finisca per rinunciarvi. Meglio paiono andare le cose in Trentino-Alto Adige, dove le adesioni a Laborfonds erano già il 20% (quasi il 34% tenendo conto del settore pubblico) alla fine del 2006. Merito probabilmente della formula del fondo su base territoriale (sorto a livello locale e aperto a tutti i lavoratori dipendenti), in luogo della formula dei fondi nazionali di categoria (fondo nazionale dei metalmeccanici, fondo nazionale dei chimici, eccetera): se l’ostacolo maggiore all’adesione ai fondi pensione è la diffidenza, il fatto di avere qualcosa di vicino e di percepibile anche visibilmente, fa probabilmente la differenza.