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Il congresso del PATT fra novità e lunghi coltelli

Confermato il segretario Ugo Rossi, che il partito lo vorrebbe innovare. Lo scontro con i tradizionalisti e l’intorto notturno delle vecchie volpi.

E’ stata la più classica notte dei lunghi coltelli a decidere un congresso forse innovativo. Facciamo un esempio esagerato, fuori scala: come quando all’imperatore Traiano successe Adriano, aiutato da una congiura di palazzo. Si voleva far passare l’impero romano dalla politica espansionistica a quella dello sviluppo commerciale: l’impero è già fin troppo esteso, diventerà più forte se le popolazioni staranno meglio. E così nel PATT: la politica nuova di Ugo Rossi si è imposta su quella nostalgica del suo antagonista Devis Tamanini, grazie soprattutto ai giochi di corridoio. Vediamo com’è andata, muovendoci sui due piani della politica, quello del disegno progettuale e quello dell’interesse spicciolo.

Partiamo da un dato: il PATT è un partito con forte radicamento, soprattutto valligiano. Duemila tessere, cinquecento militanti a riempire il Palacongressi di Levico. A nostro avviso ha ragione il politologo Sergio Fabbrini, il quale sostiene che un partito autonomista oggi è superato, quando l’autonomia è acquisita e tutti sono autonomisti, come il partito repubblicano una volta che la repubblica è diventata un dato scontato. Resta il fatto che il PATT intercetta ancora sensibilità valligiane, tradizionaliste da una parte, e rampanti dall’altra. E’ ancora il partito di Enrico Pruner, dei contadini che si opponevano agli espropri, dei calzoni di cuoio; e al contempo è il partito di Franco Tretter, degli imprenditori locali più interessati ai Prg che alla politica. Come tenere assieme tutto questo, e dargli una prospettiva attuale, non è tema di poco conto; e infatti innumeri sono state le scissioni nell’universo autonomista. Fino all’ultima ricomposizione di questi mesi, indubbio merito di Ugo Rossi.

Il segretario uscente, riconfermato al congresso, si distingue per avere, sul piano politico, una marcia diversa e la sua relazione congressuale è decisamente la più interessante (ne discutiamo con lui in Ugo Rossi: dalla denuncia alla proposta). I suoi grandi elettori, nel partito, sono due, il senatore Giacomo Bezzi e l’assessore provinciale Franco Panizza. Bezzi è stato il padrino politico di Rossi; un padrinaggio ingombrante, perché Bezzi è il classico politico che pensa soprattutto a se stesso, anzi ai suoi affari, di immobiliarista in Val di Sole e alle Canarie. Preso in mano il partito dopo la caduta di Tretter, ha infilato una sconfitta dopo l’altra, ma ha sistemato se stesso, attualmente al Senato. Nel PATT è il punto di riferimento dei rampanti di valle: infatti sono implacabili i suoi interventi contro qualsiasi tentativo di arginare le scempio del territorio, a iniziare dalle seconde case. In realtà non gode di un significativo appoggio di base, e non perché questa gli rimproveri i suoi affarismi: la base del PATT, onestissima, è anche facile da intortare, come l’incredibile era di Tretter ha dimostrato; ma perché è spocchioso, non ama il popolino, tratta la gente con rispetto proporzionale al conto in banca.

Di altra pasta invece Franco Panizza. Non è un’aquila della politica, ma il suo tranquillo posticino in Giunta provinciale, l’assessorato all’artigianato, ha saputo opportunamente gestirselo: con la legge di riordino approvata dal predecessore, non aveva compiti particolari, e così si è dedicato al lavoro spicciolo, quello dei contatti, delle strette di mano, degli interessamenti solleciti, cose in cui – al contrario di Bezzi – è portato, gli riescono bene, e politicamente rendono.

Nonostante questi supporter, però, la riconferma di Rossi non era scontata. Il congresso di Levico infatti era un congresso vero, con due ulteriori antagonisti, Fausto Valentini e Devis Tamanini. E se la candidatura Valentini rappresentava un’iniziativa personale (raggranellerà 6 voti), attorno a Tamanini si coagulava una parte significativa del partito.

Devis Tamanini, candidato segretario.

Il trentenne Tamanini, da poco sindaco di Vattaro, di per sé non è un’alternativa forte. Come sindaco (chi scrive ha casa a Vattaro) è molto discutibile, si incaponisce su idee strampalate e ci si impunta sopra da arrogantello, arrivando a censurare sul giornalino comunale le lettere degli oppositori; ha un eloquio da scuola di recitazione, una demagogia naif. Ma è comunque una figura fresca, sa rapportarsi con la gente, riesce a presentarsi, in un partito vecchio, come una proposta giovane. Attorno a lui Walter Kaswalder, figura storica, apprezzato nel partito per la sincerità e schiettezza, rappresentante dell’ala tradizionalista, ha coalizzato le opposizioni all’attuale conduzione del partito.

Opposizioni che si intrecciano su due livelli. Il primo è la nostalgia per i temi cari al tradizionalismo pattino, messi in ombra dalla più moderna gestione Rossi: l’autonomismo folkloristico in stile Schützen, l’ostilità verso gli immigrati, ecc. Il secondo motivo di opposizione è lo scarso peso del PATT nel centrosinistra dellaiano: cosa verissima, che non porta però a rivendicare una più decisa linea politica, ma a cercare sintonie con il centrodestra, in cui molti ammirano il ruspante attivismo della Lega.

Da qui, la divaricazione sul tema delle alleanze. Per Rossi: stiamo con chi è in sintonia coi nostri programmi (con un sottinteso: finché vince, puntiamo su Dellai), e con chi riconosce il nostro peso. Per Tamanini invece, e soprattutto per molti dei suoi supporter, l’ipotesi preferita è il centrodestra.

Questa la situazione. Con una maggioranza di delegati orientata verso Rossi, ma risicata. Nella notte ci pensa Giacomo Bezzi: che fa un accordo con Kaswalder, cui garantisce la presidenza del partito oggi e il seggio di senatore domani. La seconda promessa è fasulla (l’unica cosa veramente probabile sulla legge elettorale nazionale è il ritorno delle preferenze, e in ogni caso l’abolizione della lista bloccata, con il che il candidato pattino entrerebbe in competizione con quelli della SVP, e la festa finisce lì), ma Kaswalder non lo sa ancora, o comunque gli va bene la presidenza, e sposta i suoi supporter da Tamanini a Rossi, col che il gioco è fatto.

Tamanini reagisce bene, con dignità ("Beh, mi sono sbucciato le ginocchia") e Rossi incassa la vittoria. Ora sarà da vedere se riuscirà nel suo intento di adeguare il partito.