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La grande disfatta

L’Iraq, per l’America, è quasi peggio del Vietnam e segna la fine di una egemonia che sembrava indiscussa. Da “Una Città”, mensile di Forlì.

Andrew Arato

Dal punto di vista politico, il problema principale degli Stati Uniti è che quand’anche vengono fatte delle cose giuste, ciò avviene così tardi che non riescono a incidere, certo non quanto se fossero state fatte in tempo utile. Se, ad esempio, si fosse tentato prima di costruire un’alleanza regionale con i vari Paesi, come Arabia Saudita e Iran, sarebbe stata una scelta molto intelligente e importante, anche nell’ottica della questione israelo-palestinese. Ma ora che il conflitto tra sunniti e sciiti si è allargato e approfondito, diventando parte del conflitto tra Arabia Saudita ed Iran, è troppo tardi. Così, nel momento in cui sarebbe opportuno tentare un negoziato, ci troviamo con una guerriglia che nemmeno i due Paesi sembrano in grado di fermare.

E’ certamente vero che l’Arabia Saudita ha avuto le propria responsabilità nell’avviare questo conflitto e nell’armare i gruppi fondamentalisti sunniti (l’avranno anche fatto per una questione di autodifesa), ma ora come fermare il fondamentalismo pakistano, le cellule di Al Qaeda in Mesopotamia e tutti quei gruppi armati decentrati, accomunati dall’ideologia ma privi di un’organizzazione unica?

Non voglio dire che tutte le scelte giuste siano state compiute fuori tempo massimo, ma l’approccio sembra quello di uno sprovveduto: ci si mobilita regolarmente a posteriori, in base agli errori commessi, per cui è sempre una corsa a rimediare. Ma questo è il comportamento tipico di un ragazzino, non è certo la modalità con cui dovrebbe muoversi un governo. Un atteggiamento responsabile significa saper anticipare i problemi. Tra l’altro era possibile. In molti avevamo scritto con anticipo cosa sarebbe stato necessario fare: approntare una strategia da tenere con i sunniti e in generale con i Paesi della regione, e tutta un’altra serie di elementi che -ammesso che una guerra fosse davvero la cosa giusta- avrebbero consentito di gestire la situazione nel modo migliore. Queste cose non sono state fatte allora, e ora è tardi per tentare di recuperare.

L’ambasciatore americano in Iraq, Zalmay Khalilzad.

L’ambasciatore americano in Iraq, Zalmay Khalilzad, era in Iraq già prima che arrivasse Paul Bremer, ed era già impegnato in molte delle cose che avrebbe fatto in seguito in qualità di ambasciatore. Poi Bremer ha scalzato Khalilzad, che se ne è andato in Afghanistan. Quand’era ancora in Iraq, fu proprio Bremer a fare pressioni sul governo perché venisse congedato. Al suo ritorno in Iraq, Khalilzad ha quindi tentato di realizzare alcune delle strategie che aveva in mente da prima, che -di nuovo- per quanto fossero le mosse giuste, arrivavano troppo tardi. Insomma mi chiedo se queste strategie abbiano ancora qualche chance, dal momento che non è possibile tornare indietro e ricominciare da zero: la situazione sembra irrimediabilmente compromessa.

Non dico che l’Iraq sia perduto: il popolo iracheno ha le energie necessarie per ricominciare su basi nuove, con un nuovo soggetto a fare da arbitro. L’occupazione americana ha fallito.

L’ex ambasciatore americano in Iraq, Paul Bremer.

Bisogna andarsene e prima è, meglio è. Certo, non possiamo lasciare il Paese all’improvviso, ma comunque ce ne dobbiamo andare. Sarà la cosa migliore per gli irakeni ma anche per gli americani. Ovviamente non per quegli strateghi della nostra amministrazione per i quali il ritiro equivale all’ammissione di un fallimento di proporzioni epocali.
Assumere la consapevolezza di una sconfitta comporterà infatti una svolta a 180 gradi, una nuova idea di internazionalismo, un nuovo atteggiamento verso il mondo intero, un addio al sogno dell’egemonia. Insomma, sarà un brutto colpo: lo sanno bene anche i democratici, ed è per questo che il ritiro delle truppe resta una scelta dolorosa. Ma è una decisione molto difficile per l’élite, non per la popolazione: gli americani non ne faranno una tragedia. Per una parte della classe dirigente e degli ideologi sarà invece uno shock essere costretti a ripensare il ruolo del proprio Paese nel mondo. Ma non c’è alternativa, e la ritirata sarà sicuramente più drammatica di quella dal Vietnam, perché allora gli Stati Uniti fecero marcia indietro di fronte ai cinesi e all’Unione Sovietica, nell’ottica di un sistema di grandi potenze, per cui in qualche modo quella sconfitta faceva parte del gioco, era accettabile.

Ma oggi? Oggi ci si ritira di fronte a un conflitto condotto ad armi impari e decentralizzato: un’enorme perdita di prestigio, un grande disonore per l’America. Il messaggio che viene mandato al mondo è che l’enorme superiorità militare e tecnologica degli Stati Uniti non conta più nulla; che una superpotenza può essere battuta e questo può avvenire dappertutto. Perché appunto i nemici in grado di sconfiggere l’America non sono più l’URSS o la Cina, bensì la guerriglia in Iraq, e questo nemico ci ha sconfitto proprio perché non combatte come gli Stati Uniti.

Il nostro nemico sta diventando sempre più abile. Del resto sono ormai quattro anni che si allenano, e il tempo è dalla loro parte: non solo perché diventano sempre più bravi, ma anche perché stanno raccogliendo soldi e supporto morale dai sunniti di tutto il mondo, e quindi non si arrenderanno. I vecchi metodi dell’impero, i grandi massacri, non sono attuabili oggi, e dunque non riusciremo mai a sconfiggerli.
Insomma, non c’è più una superpotenza nel mondo. Un cambiamento epocale. Da questo punto di vista la resistenza a vedere tutto questo accomuna repubblicani e democratici, che non sono ancora pronti ad ammettere una tale débacle; non sono pronti né George W. Bush né Hillary Clinton.

Il candidato democratico Barak Obama.

Come ho detto, al popolo americano non importa ormai più nulla del mito della grande potenza che sbandiera vittorie in giro per il mondo. Parliamo di una popolazione sempre più preoccupata della propria sicurezza, di poter condurre una vita decente, con un sistema sanitario efficiente. Questo è ciò cui tengono: non combattere guerre. La gente ormai odia tutto questo. Le percentuale di popolazione a sostegno della guerra è precipitata. Non c’è stato bisogno di arrivare ai 45.000 caduti del Vietnam, come qualcuno forse pensava. La gente sempre più si interroga su che tipo di minaccia Saddam rappresentasse, e sul prezzo che stanno pagando. Quella non era la guerra degli Stati Uniti al comunismo, era solo Saddam, e non c’era alcun motivo per cui dovesse morire un solo soldato per una ragione di questo tipo. E invece abbiamo 3.000 morti e 20.000 invalidi gravi. Insomma, la gente sa di star pagando un prezzo molto alto e probabilmente per niente.

Sicuramente, fra sei mesi, le cose saranno ancora peggiori: se il piano di inviare nuove truppe non avrà ancora funzionato, credo che si troverà una maggioranza in grado di tagliare del tutto i finanziamenti, e si passerà ad una nuova fase. Nei prossimi sette-otto mesi, possiamo immaginare due scenari: o la nuova strategia non funziona, e i democratici si rafforzano e riescono a togliere i fondi alla guerra (lo possono fare senza la firma del presidente, semplicemente non si approva il budget e questo lo può fare anche una sola Camera), oppure la nuova strategia funziona, e allora vedremo i risultati nelle elezioni presidenziali. Comunque è questione di poco tempo. Se va male, fra tre-quattro mesi sarà davvero un disastro e verranno tagliati i fondi.

Se le nuove strategie messe in atto non portano risultati, ciò si rivelerà disastroso per tutto il Partito Repubblicano tanto alle elezioni presidenziali quanto a quelle di mid-term successive. Se la guerra dovesse protrarsi fino alle elezioni del 2008, il vantaggio dei democratici potrebbe diventare enorme. Se però il Congresso comincia a tagliare i fondi alla guerra prima, questo avvantaggerà i candidati democratici più radicali, come Obama ed Edwards, a scapito di Hillary Clinton, che si è presentata come troppo "pro war" per trarre beneficio da una simile configurazione politica; potrebbe ancora far parte, ma non certo essere leader, di un partito democratico che taglia i fondi alla guerra in Iraq.

Johm Edwards, anch'egli candidato democratico .

Le elezioni presidenziali saranno molto influenzate dal futuro dell’Iraq, perché i candidati dipenderanno da quanto male andranno le cose. Se la strategia che prevede l’aumento delle truppe in Iraq non funziona, o peggiora la situazione, Hillary può dire addio alle sue velleità presidenziali.

Del resto, lo si è già visto nella lotta tra McCain e Giuliani. McCain era un promotore dell’aumento delle truppe e oggi è stato sorpassato da Giuliani che, pur essendo un candidato atipico per il Partito Repubblicano, è ora in testa. Giuliani ha addirittura sostenuto il democratico Cuomo alle elezioni per l’ufficio del Governatore di New York, e non per le comuni origini italiane. La verità è che Giuliani è quasi liberal, secondo gli standard americani, e dunque sarebbe uno strano candidato per i repubblicani. Ma dato che McCain ha sostenuto l’aumento delle truppe in Iraq, è già stato trascinato giù dall’andamento della guerra. La stessa cosa potrebbe accadere per Hillary Clinton, che si è dichiarata intenzionata a voler mantenere le truppe nell’area a tempo indeterminato. Per certi versi, è un candidato "imperiale"; per lei, quindi, sarebbe più vantaggioso che la situazione in Iraq restasse complicata, ma non degenerasse troppo, altrimenti, come dicevo, verranno avvantaggiati i due candidati radicali, Obama ed Edwards. Insomma la guerra è destinata a incidere sulla corsa alla presidenza.

Dunque, potrebbero esserci delle sorprese? Teoricamente sì, per quanto ad avere possibilità per la presidenza sono veramente in pochi. Per concorrere infatti servono molti soldi; la campagna elettorale è incredibilmente dispendiosa in America, per cui in qualche modo si sa molto presto chi davvero può farcela e in genere è chi ha i soldi. Comunque, sul versante repubblicano sono fondamentalmente in tre: McCain, Giuliani e Romney; gli altri nomi si possono tranquillamente dimenticare.

Rudolph Giuliani, candidato repubblicano.

Tra i democratici, ad avere qualche chance, per ragioni molto diverse, sono Hillary Clinton, Edwards e Obama. Hillary Clinton ha l’organizzazione, Edwards ha il programma (un programma molto populista), e Obama ha il carisma e l’intelligenza; tre profili molto diversi. Il senso comune dice che vincerà chi ha l’organizzazione. Hillary poi ha anche i soldi, e poi ha alle spalle il talento politico di Clinton. Questo è il vantaggio di Hillary, che però poi, come ho detto, ha il problema della guerra; se non ci fosse stato il voto negativo sulla guerra sarebbe stata invulnerabile. Ha poi un altro problema: a molti non piace, sconta il cosiddetto "woman factor", lo stesso problema che ha avuto Segolène Royal…

Negli Stati Uniti ci sono ancora delle componenti favorevoli a una guerra e alcuni europei sono sufficientemente stupidi da andarci dietro. Francamente è difficile capire la strategia di Blair e quale sia il suo piano, dal momento che le sue truppe sono già in balia dell’Iran. Se pensa di trovarsi a una riedizione delle Falklands non ha capito niente.

La verità è che gli americani sono incapaci di condurre una guerra laggiù. I mullah ancora non riescono a credere che quello per cui hanno duramente lottato negli anni ‘80, senza riuscirci, ora l’hanno ottenuto dagli Stati Uniti su un piatto d’argento. Da qui l’idea che per uscire serva una nuova guerra; reazione logica se vivessimo nel XVIII secolo, poco razionale oggi che anche gli hezbollah sono riusciti ad averla vinta in Libano, nonostante l’abissale sproporzione di mezzi. Insomma, anche qui, le strategie approntate rischiano di essere controproducenti. Se infatti gli Stati Uniti aumenteranno le pressioni contro l’Iran non faranno che rafforzare gli elementi più radicali del Paese.

John McCain, anch'egli candidato repubblicano.

Io credo si debba cambiare radicalmente approccio e accettare di negoziare. Ciò che serve è un assetto di compromessi regionali. Un nuovo equilibrio. L’Iran non è più un Paese fondamentalista ed è assolutamente capace di stare in una trattativa. Paradossalmente oggi sono gli Stati uniti ad essere divenuti un paese fondamentalista. E’ questo il problema: sono pieni di nemici e non accettano alcuna contrattazione.

L’Iran, per non proseguire nella corsa al nucleare, chiede di essere rassicurata rispetto a Israele. Israele ha la bomba e l’Iran teme sia diretta contro di loro. E quindi vuole garanzie affinché non venga usata. Tale garanzia può essere offerta solo dagli Stati Uniti. Ecco, in una contrattazione evidentemente delicata e complessa si possono affrontare anche questioni di questo tipo. Bisogna però accettare di sedersi a un tavolo.
C’è un’altra considerazione da fare. L’Iran prosegue nel suo piano anche perché, rispetto all’Iraq, la lezione è diventata che -se devi essere attaccato comunque- meglio essere effettivamente armati. Saddam non aveva le armi ed è stato attaccato. La Corea le aveva e non è stata attaccata. Insomma, al di là di tutto, avere le armi è decisamente meglio che non averle. L’alternativa sono trattative e accordi internazionali e io credo che l’Iran sarebbe disponibile, perché non è più il Paese di Khomeini.