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Un referendum per il tunnel

Tunnel del Brennero: le richieste dei mille cittadini che hanno manifestato a Bressanone.

Un referendum vincolante, chiedono i manifestanti di Bressanone contro il tunnel del Brennero di sabato 12 maggio. Erano circa mille, probabilmente, - si sa che le cifre delle manifestazioni sono difficili da controllare, le autorità le dimezzano e gli organizzatori le arrotondano in su. Nella piazza davanti al palazzo del principe vescovo di Bressanone facevano un bel vedere, con gli striscioni "Wir machen nicht mit/Non stiamo più al gioco" e gli slogan. Seconda manifestazione contro il tunnel in due mesi, è stata organizzata dal Dachverband für Natur und Umweltschutz, e dalla Transitinitiative, che hanno invitato anche i No Tav. Gli organizzatori se ne aspettavano di più dalla Baviera, dal Tirolo e dalla Svizzera. Alcuni sono venuti anche dal Trentino. Ma non si deve sottovalutare. Anche se hanno ancora qualche difficoltà a collaborare con altri comitati e movimenti, questo è il popolo che vive lungo la valle in cui passano molte migliaia di camion al giorno e in cui si progetta di costruire il tunnel. E’ l’elettorato della Svp. In vista della manifestazione il segretario del partito si è detto disposto a parlare con la gente. Ma è stato rimbeccato, facendogli notare che lo doveva fare prima.

A Vipiteno e Bressanone nelle scorse settimane sono stati organizzati diversi incontri con esperti. Fra gli altri è sceso in campo Hermann Knoflacher, famoso esperto di trasporti e mobilità della Technische Universität (Politecnico) di Vienna. Il professore, oltre a non dirsi convinto dell’utilità del tunnel per gli scopi del trasporto, ha messo in luce l’aspetto finanziario, che non tiene conto della proporzione fra investimento e utilizzazione futura, soprattutto dopo che entreranno in vigore i due trafori svizzeri del Lötschber e del San Gottardo. Ha portato anche l’esempio del tunnel della Manica, un vero disastro finanziario, nonostante esso metta in comunicazione due aree metropolitane enormi come quella di Londra e dell’Ile de France e nonostante abbia come concorrente solo i traghetti.

I manifestanti dunque erano piuttosto informati sui conti e sulle conseguenze ambientali del tunnel. Ma soprattutto si tratta di persone che da vent’anni soffrono degli effetti devastanti dell’autostrada, e non hanno ottenuto nessuna risposta seria alle loro proteste. Già nelle scorse tornate elettorali si sono visti gli effetti di questa frattura fra popolo e politica, con una frana del voto del partito etnico. Ora si sentono dire che verranno prese iniziative per ridurre l’impatto del trasporto su gomma, ma la loro controrichiesta è che il denaro dell’A22 non venga deviato tutto sul tunnel ferroviario, bensì usato proprio per gli interventi necessari a proteggere la popolazione. Anzitutto però si fa un ragionamento nella logica – come dovrebbero fare le giunte locali - della Convenzione delle Alpi, proponendo un congruo aumento del pedaggio per i camion che transitano sull’autobrennero, per portarlo alle cifre degli altri paesi vicini, segnatamente la Svizzera. Una misura indispensabile per convincere i trasportatori a spostarsi sulla ferrovia. "Altrimenti si possono costruire tunnel finché si vuole, ma il traffico rimarrà su strada", dicono gli interessati, che sanno bene quanto sia vuota la ferrovia attuale e non ottengono mai una spiegazione quando chiedono perché non viene usata.

La questione del finanziamento è una delle più spinose, e come sempre in Italia, delle meno trasparenti. I conti salgono e scendono, chi paga sembra un rebus, se non fosse che sappiamo che chi paga è Pantalone. In un dibattito del Sender Bozen, in cui per la prima volta a memoria di chi scrive, un italiano (Grisenti) che non sa il tedesco ha potuto partecipare con traduzione, sia pure in veste di imputato, (un fatto clamoroso che la dice lunga su dove batte il cuore della politica sudtirolese: nel portafogli dei costruttori), Willeit ha sostenuto con veemenza che l’A22 è in grado, se la nuova presidenza non diversifica gli investimenti, di costruire il tunnel. Evidentemente pensa al sistema di finanziamento in voga per l’alta velocità e le grandi opere, che affida a dei privati la gestione dell’operazione, mentre lo Stato garantisce i prestiti delle banche. Un sistema che rovescia sulle prossime generazioni il costo di infrastrutture, i cui proventi vengono goduti dalle imprese fin da subito. "Debito a babbo morto", lo chiama il professor Cancelli del Politecnico di Torino, con un’espressione molto efficace. Ma quando il parlamentare europeo Sepp Kußtatscher mette in rilievo i grossi problemi di finanziabilità del tunnel, espressi pochissimi giorni fa perfino da Karel van Miert, che oltre ad essere stato commissario europeo per i trasporti ora per la UE è il coordinatore del corridoio Palermo-Berlino, Durnwalder risponde sui giornali che del finanziamento deve occuparsi lo Stato e non gli ambientalisti.

La gente però vede gli effetti devastanti dei primi scavi e nonostante il loro inizio sia stato benedetto nientemeno che dal vescovo, non accetta che il loro ambiente di vita sia distrutto senza neppure una parola di spiegazione di quanto sta accadendo e del senso dell’opera. A fare confusione di recente c’è stata anche la visita del presidente della Baviera, Stoiber, che dovrebbe di qui a pochi mesi decadere da questa funzione. Stoiber si è dichiarato a favore del tunnel, ma ha spiegato che la Baviera non metterà un euro per il finanziamento, perché dovrà spendere 6 o 7 miliardi per la tratta di accesso nord. Invece da noi, e questo è un altro dei punti portati dai manifestanti di Bressanone, le tratte di accesso in Bassa Atesina (e in Trentino) sembrano non riscuotere nessun interesse concreto (cioè finanziario), anche se fanno parte del repertorio di esternazioni dei politici.

A Bressanone, davanti alla folla composta più da persone normali e famiglie piuttosto che da gruppi organizzati, benché i tre partiti di opposizione (Union, Freiheitlichen, Grüne) avessero dato la loro adesione, è stata presentata una "Dichiarazione di Bressanone" in sei punti. Molte sono le domande senza risposta, che vengono poste; tra le richieste la più forte è quella di un referendum vincolante, con relativa campagna informativa onesta. Anche la campagna di raccolta firme per modificare la legge sulla democrazia diretta influisce sul dibattito in corso.