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Quando il lavoro è incerto

Lotta alla precarietà: mentre il Governo nazionale si sta muovendo, la Provincia di Trento non ha ancora mosso un dito.

Andrea Grosselli

Mentre il Governo cerca di mettere mano alla legge 30 ampliando le tutele dei co.co.co. e promuovendo la trasformazione delle collaborazioni a progetto nei call center per garantire ai giovani contratti di lavoro a tempo indeterminato, la Provincia governata dal centrosinistra impugna la legge finanziaria proprio nel punto in cui istituisce un fondo per la stabilizzazione dei lavoratori atipici impiegati nell’amministrazione pubblica.

E’ solo uno dei paradossi di questa stagione politica, che doveva mettere al primo posto la lotta alla precarietà, una piaga che, in Trentino, continua a colpire soprattutto i giovani altamente qualificati nel settore privato ma particolarmente in quello pubblico.

La Provincia di Trento, fino ad oggi, non ha mosso un dito. Anzi, semmai ha creato i presupposti per allargare le maglie della precarietà. Se il blocco del turn over e l’introduzione nel 1996 dei nuovi contratti di collaborazione hanno portato ad un aumento costante degli atipici negli uffici di piazza Dante e dei suoi enti funzionali, la Provincia sceglie la strada dell’oblio: stabilizza qualche centinaio di dipendenti a termine senza neppur prevedere la partecipazione ai concorsi riservati per i co.co.co. dell’amministrazione provinciale.

Non solo: a questa palese discriminazione si aggiunge la beffa. Il 24 ottobre dello scorso anno, infatti, il Consiglio provinciale licenzia un’anonima proposta di legge. Il titolo recita: "Modifiche della legge provinciale 19 luglio 1990, n. 23 in materia di affidamento di incarichi di consulenza". In pratica si dovrebbe trattare di un giro di vite nell’utilizzo indiscriminato delle consulenze da parte dalla Provincia, che però, nel più classico dei paradossi italiani, colpisce proprio i co.co.co., ossia i lavoratori più deboli e meno tutelati.

Infatti all’articolo 39 novies si specifica che "gli incarichi possono essere affidati per una durata massima di un anno, assicurando la rotazione degli stessi". Il collaboratore non potrà quindi lavorare per più di un anno presso l’ufficio o l’ente da cui viene chiamato. Non solo. Se l’incarico si protrae per più tempo di quello previsto, il lavoratore deve essere sostituito in virtù di una non meglio definita necessità di "rotazione". Inoltre il Consiglio provinciale ribadisce che gli incarichi di collaborazione possono essere assegnati anche per "attività di tipo ordinario". Insomma, il co.co.co. entra in pianta stabile nell’organizzazione del lavoro di Provincia ed Enti funzionali, con un solo limite: la durata massima di un anno.

Con una semplice leggina la Provincia si candida quindi ad acuire il problema precarietà amplificando al contempo la divaricazione tra lavoratori dipendenti e collaboratori. I primi restano pienamente tutelati, i secondi saranno ancor più in balia delle bizze del dirigente di turno che potrà mantenere un potere "di vita o di morte" sul collaboratore di turno.

Il tutto accadeva nell’aula di piazza Dante alla fine di ottobre 2006, su iniziativa della Giunta provinciale. Pochi giorni più tardi, e precisamente l’8 novembre, il Consiglio provinciale tornava a riunirsi. In quella seduta il consigliere di Rifondazione Agostino Catalano presentava un ordine del giorno, il primo che portasse all’attenzione dell’aula la situazione dei precari della Provincia.

Fino ad allora se ne erano occupati solo i sindacati. La Cgil aveva più volte sollevato la questione dei co.co.co. del Mart, una trentina in tutto, che nel gioiello della cultura trentina lavorano a 1.300 euro al mese, senza diritti e tutele e senza la benché minima prospettiva di un lavoro stabile. Il confronto aperto dal sindacato con l’assessore provinciale alla cultura, la diessina Margherita Cogo, era sfociato in un intesa: entro un mese doveva aprirsi un tavolo di confronto tra Provincia e sindacati sulla stabilizzazione dei precari e sulla contrattazione di nuovi diritti.

Risultato? Dopo poche settimane la vicepresidente Cogo si sfilava, rimandando tutto al negoziato in corso per il contratto della ricerca delle nuove fondazioni Mach e Kessler, nel quale si sarebbe affrontato anche il nodo dell’aumento delle tutele per i collaboratori. Ma anche quel tavolo si sarebbe rilevato inutile.

Ma torniamo all’8 novembre. Di fronte all’iniziativa di Rifondazione, il presidente Dellai non poteva che far proprio l’ordine del giorno di Catalano, cercando di attutirne gli effetti più esplosivi. Se Catalano infatti proponeva l’avvio di un confronto con i sindacati per l’attivazione di processi di stabilizzazione del personale co.co.co., il presidente della Giunta chiedeva tempo. Così il Consiglio provinciale approvò un dispositivo che impegnava la giunta ed effettuare un monitoraggio degli incarichi di collaborazione attivati dalla Provincia e dagli enti funzionali da concludere tassativamente entro sei mesi. Solo in seguito si sarebbe aperto il ragionamento sulle stabilizzazioni.

Novembre 2006- maggio 2007. I 180 giorni utili al monitoraggio sono passati e fino ad oggi nulla si sa dell’esito di quest’analisi. Anzi, non si sa neppure se sia mai partito o almeno a che punto sia. Il presidente Dellai continua a rimandare, tanto che ad un recente convegno della Funzione pubblica Cgil ha annunciato provvedimenti per la stabilizzazione dei co.co.co. in occasione della legge finanziaria per il 2008. Ma per ora nulla è dato sapere e i sindacati si chiedono se e quando, nonostante le ripetute richieste, si potrà davvero intavolare un confronto con la giunta provinciale sul tema precarietà.

Nel frattempo i co.co.co della Provincia autonoma di Trento continuano a prestare servizio negli uffici dell’amministrazione pubblica. Al Mart e al Museo di scienze naturali giovani e meno giovani con competenze professionali di tutto rilievo lavorano a pochi spiccioli al mese e cercano di sopravvivere all’inerzia della giunta provinciale, che puntualmente si dimentica di loro. Nel privato, poi, le condizioni sono ancora peggiori: commesse che risultano formalmente contitolari del negozio di grandi catene commerciali (i fantomatici associati in partecipazioni), telefonisti con contratti a progetto pagati a cottimo per vendere un po’ di tutto, collaboratori autonomi occasionali ai quali non era neppure dovuto il pagamento dei contributi previdenziali e poi via con insegnanti a progetto (ma quale?) nelle scuole private, educatori-collaboratori impiegati presso cooperative sociali, ecc.

Il fenomeno si diffonde a macchia d’olio in tutti i settore produttivi. E mentre i collaboratori migrano da un incarico all’altro alla ricerca di un po’ di stabilità, le imprese lucrano sui compensi, sui contributi previdenziali e sulla possibilità di licenziare in ogni momento. Insomma, una giungla in cui a soccombere non è solo il lavoratore, ma anche l’idea stessa di lavoro che inevitabilmente si trasforma in una merce qualsiasi, anche nel Trentino della tanto propagandata coesione sociale.

Di tutto questo e più in generale della riforma della legge 30 si parlerà a Trento stamane, sabato 19 maggio, in un convegno organizzato proprio da Rifondazione comunista presso la sala rosa della Regione. Assieme ai vertici del partito, ne discuteranno sindacalisti e studiosi, nel tentativo di correggere finalmente le storture della legge 30.

Alla ricerca della stabilità

Con la legge finanziaria per il 2007, fino al 30 aprile il governo ha permesso ai datori di lavoro di regolarizzare i propri collaboratori con un sostanzioso sconto sui contributi dovuti all’Inps. Grazie a 110 accordi sindacali, nel settore dei call center in tutta Italia sono stati stabilizzati circa 20.000 lavoratori, la stragrande maggioranza dei quali (oltre il 90%) con contratto a tempo indeterminato, soprattutto donne e giovani localizzati nel mezzogiorno.

In Trentino i call center censiti sono relativamente pochi e soprattutto di dimensioni molto ridotte. I collaboratori sono più diffusi nel settore del commercio, dei servizi e del turismo. Ma moltissimi sono i co.co.co. nella pubblica amministrazione.

Non esistono dati aggiornati sui collaboratori della Provincia. Nel 2005 gli incarichi di collaborazione furono almeno 300 in Provincia. Inoltre attualmente al Mart sono impiegati circa 35 collaboratori in tutti i settori, dalle attività amministrative agli archivi, dalla didattica alle visite guidate. Stessa cosa dicasi per il Museo di scienze naturali dove i collaboratori sono almeno una sessantina.