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“Trento Filmfestival”: una buona edizione

Dal vincitore "Primavera in Kurdistan", alla "Febbre dell'oro" musicata dal vivo, alla "Vita e morte di Guido Rossa": la 55ª edizione del Festival della Montagna conferma la riuscita dell'impostazione (una montagna con meno sport e più umanità) della direzione Nichetti.

Una buona edizione e un buon vincitore. Il "Trento Filmfestival" ha saputo offrire una programmazione variegata, aperta alle esigenze e alle curiosità di tutti – alpinisti, fan della montagna, appassionati di cinema, persone interessate a sentirsi raccontare storie provenienti da tutte le parti del mondo.

Ci porta in un contesto inedito, piuttosto sconosciuto, il film vincitore della Genziana d’oro, "Primavera in Kurdistan" di Stefano Savona. Il film racconta il viaggio di un piccolo gruppo di guerriglieri curdi del PKK verso il confine con la Turchia. Impariamo a conoscerli per nome. La marcia si rivelerà un appuntamento con la morte. Molti di quelli che non muoiono sotto i colpi dell’esercito turco finiranno per abbandonare la lotta, assorbiti da un vortice di problemi politici e personali. Ma la guerra continua, e viene combattuta da migliaia di persone nutrite di valori ideali e disposte al sacrificio della propria vita, al martirio.

Savona riesce nel difficile compito di inserirsi con la sua videocamera nel gruppo senza farsi notare, senza dare fastidio. Guadagna la confidenza dei militanti del PKK, che gli raccontano vite e speranze. Si entra in una casa sperduta fra le gole. Ospita una base di guerrigliere donne. E’ la parte davvero straordinaria del film: impariamo che all’interno del PKK esiste una componente che non si può definire in altro modo se non femminista. Per loro, la lotta non è solo contro i turchi ma anche, all’interno di Paesi di cultura islamica, per il diritto delle donne all’uguaglianza. Questa battaglia, culturale, trasmette una passione che crea un appoggio morale incondizionato in noi che la guardiamo. Come nei documentari migliori, ci troviamo a prendere coscienza, e a sperare che la storia e il destino sappiano scegliere di stare dalla loro parte.

La direzione artistica di Maurizio Nichetti, nelle ultime tre edizioni, ha decisamente svecchiato il festival. E l’ha reso più interessante anche grazie all’inserto di elementi comici all’interno di un contesto che poteva apparire serioso. I Monty Python due anni fa, Bruno Bozzetto l’anno scorso... Quest’anno il segno di tale impronta è suggerito dalla scelta di aprire il festival con un capolavoro assoluto, "La febbre dell’oro". Il film di Charlie Chaplin è stato musicato dal vivo dall’Orchestra Haydn diretta da Timothy Brock. Sulla grandezza del film c’è poco da aggiungere. La Haydn, nel commentarlo dal vivo, si lascia trasportare, seguendone con sensibilità tanto i momenti comici quanto quelli malinconici. Anche se – va detto – una delle scene più belle e famose, il balletto dei panini, è stata purtroppo rovinata da un accompagnamento musicale non sincronizzato – ed era indispensabile – ai movimenti di Chaplin.

Come spesso succede negli ultimi anni, è nelle sezioni etnografico-antropologiche che si riescono a vedere alcune delle cose migliori. Ad esempio, lo splendido film del grande fotografo e documentarista Raymond Depardon "Profils paysans: le quotidien". Si tratta di raccontare l’abbandono delle montagne francesi da parte dei contadini, di chi le abita da sempre. I vecchi muoiono, i giovani scelgono mestieri più facili rispetto a quello di allevatore o coltivatore e scendono in pianura. La figura di Depardon è sempre presente. Dialoga con gli abitanti delle montagne. Trova confidenza. Segue per strada una vecchia, che gli racconta storie di luoghi e persone. Un’altra signora passa da quelle parti, e entra nell’inquadratura di Depardon. La signora chiede alla vecchia: "Perché mi riprende?". "Perché sei lì", le risponde quest’ultima in modo fulminante. È una grande battuta. Verrebbe voglia di usarla per spiegare il senso e la funzione del documentario, che mostra le cose "perché sono lì", non perché le si ricostruisce e nemmeno tanto perché si va in cerca di esse. Le cose "sono lì", per chi le sa guardare.

All’interno della sezione "Eurorama", curata dal Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina di San Michele all’Adige, citiamo "Furriadroxus", opera di un duo sardo-trentino (Michele Mossa e Michele Trentini). Il documentario racconta momenti quotidiani nella vita di anziani pastori e coltivatori sardi che vivono in un isolamento incredibile a pochi centinaia di metri da alcune delle spiagge più affollate della Sardegna. Le testimonianze dei protagonisti, splendide, sono arricchite da una scelta molto felice dei tempi del racconto e da un curato susseguirsi di inquadrature riuscite, che sanno essere estetiche e allo stesso tempo rispettose nei confronti della semplicità del mondo che vogliono raccontare.

Fra le cose che si imparano al Festival della montagna, ci sono anche ricette kirghize. Cioè "37 utilizzi per una pecora morta", come recita il titolo del documentario di Ben Hopkins. Carne, latte, yogurt, formaggio, e altre improbabili e complicatissime combinazioni tra gli ingredienti citati. Alla fine del film si scopre che i modi (non solo alimentari) per usare una pecora sono solo 36. "Non ce n’è un trentasettesimo!", dice ridendo il kirghizo intervistato.

E’ interessante anche la vicenda raccontata, in modo un po’ didattico, da "The ghost mountain experiment", storia di una strana famiglia proto-hippy che negli anni Trenta sceglie di vivere nel deserto del Colorado. Finché l’uomo di casa – scrittore, pittore, tuttofare – perde la testa per la bibliotecaria del paese più vicino...

Fra i premiati a tema alpinistico-avventuroso, abbiamo visto "Loop", film norvegese di Sijur Paulsen che va a rincorrere personaggi lanciati alla ricerca di esperienze estreme: un anziano che vive isolato tra i fiordi, l’abitante di una torre di vedetta per gli incendi boschivi, due giovani che vanno a fare scialpinismo con un peschereccio, un altro uomo che si intestardisce a scalare una parete per poi buttarsi di sotto col paracadute... Il film, che vorrebbe essere forse un inno alla libertà, finisce tuttavia per mostrare il patetismo che si nasconde in scelte di vita inutilmente eccentriche.

Il cortometraggio di Giorgio Salomon e Gianluca Bonora "Steppe al tramonto" ci porta a esplorare i paesaggi del Kazakistan. La sua bellezza sta tutta nella straordinaria capacità di inquadrare dimostrata dal fotografo trentino. I suoi quadri scompongono l’ambiente naturale in forme e geometrie che vengono ricomposte da un montaggio che le collega in modo semplice e armonioso. E che non dimentica di mostrare, al di là di linee morbide e dei verdi e dei gialli dei prati, gli abitanti di quel paesaggio – i nomadi della steppa e le loro bestie.

Fra le opere riuscite del festival va certamente collocato "Un profondo sonno nero. Vita e morte di Guido Rossa alpinista e operaio" dei registi roveretani Micol Cossali e Matteo Zadra, documentario debitore delle esperienze "alte" di cineasti come Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi o, se vogliamo, del Werner Herzog de "L’ignoto spazio profondo". Musiche saturanti e immagini dilatate per commentare la vita e la morte del sindacalista e uomo di montagna Guido Rossa, ucciso a Genova dalle Brigate Rosse. Anche se a tratti le estese immagini e la musica non si sorreggono pienamente a vicenda, con qualche piccola conseguente perdita di ritmo, il film riesce a combinare in modo prezioso forma e contenuto.

E’ impossibile rimanere indifferenti di fronte alla forza dei due funerali proposti in apertura: vengono collocati fianco a fianco la morte di un alpinista sull’Himalaya (il dramma che spinge Rossa a scendere dalle montagne per dedicare la sua vita ad altri tipi di impegno) e quella di Guido Rossa stesso. Il funerale in montagna prevede che il corpo venga depositato in un ghiacciaio, mentre quello di Rossa è un funerale militante, con bandiere ed effigi a circondare la bara. Il bianco del primo si contrappone al colore rosso del secondo. Non occorrono parole per far emergere la forza di questi momenti straordinari. Basta saperli affiancare. I due registi scelgono di lasciare da parte i commenti, delegando il racconto a scarne e efficaci didascalie. In questo modo, le parole pronunciate da un amico, compagno e collega di lavoro di Guido Rossa, verso la fine del film, acquistano il peso profondo cui hanno diritto.