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La sanità che ammala

Quindici giorni di cronache giornalistiche sulla situazione della sanità trentina: un quadro desolante.

E’ sofferenza, e grave, lavorare nella sanità trentina. Nonostante la Provincia di Trento riversi nel settore un quarto delle risorse disponibili, nonostante la possibilità di gestire in piena autonomia tutto il territorio, le cronache dei nostri quotidiani sono disarmanti. Giorno dopo giorno, disfunzioni, fatti incresciosi, personale ormai disperato sono protagonisti della cronaca.

Disegno di Domenico La Cava.

Ciò non significa che si sia al collasso, o che la situazione sia simile alle realtà del meridione. E’ però significativo che nonostante le risorse investite, dopo dieci anni di regno incontrastato del direttore generale Carlo Favaretti, si debbano ancora raccogliere simili situazioni e rilevare che la politica della salute, gestita ormai da quattro anni dal segretario provinciale dei DS, Remo Andreolli, non sia riuscita a invertire la situazione.

La denuncia delle disfunzioni è ormai affidata al solo Consigliere del centrodestra Carlo Andreotti, mentre le organizzazioni sindacali si trovano coinvolte in un conflitto fra sigle che impedisce ogni progettualità, ogni disegno alternativo, ogni aiuto ai cittadini: le sigle confederali appaiono attente alla difesa dei loro specifici ambiti di settore. C’è chi investe negli infermieri, chi porta attenzioni agli operatori socio-assistenziali, chi al 118. Si agisce in base al peso numerico dei tesserati. Manca ogni pianificazione, anche nella contrattazione sindacale, immaginiamoci come possa esservi un progetto di sanità efficiente, che rispetti i dipendenti e miri ad offrire un servizio di qualità all’utente.

Il filo conduttore di tutte le proteste parte dalla cronica carenza di personale. Ogni anno 200 infermieri dovrebbero venire sostituiti con il turn over: già è difficile offrire risposta a questo numero (dalla scuola trentina ne escono circa 80 all’anno). Ciò nonostante, l’Azienda sanitaria, sia sul territorio che negli ospedali, continua ad aprire nuovi servizi, sportelli..

A livello medico si sono costruiti primariati, o direttori di dipartimento, che governano fortezze dalle quali gestire potere. Si favorisce il collega subalterno che china la testa, si emargina chi dissente, propone più investimenti, o denuncia situazioni di carenze. Si pensi al dipartimento dei Laboratori, a Chirurgia, a Radiologia. Si utilizzano dirigenti a scavalco inviati negli ospedali periferici senza che questi possano avere un rapporto con pazienti e personale, senza un legame con i territori. Nel caso dei laboratori ci sono ancora strutture prive della presenza del medico.

Il distretto di Oncologia non riesce a seguire le troppe emergenze: i casi di tumore sono in costante aumento, specie nelle valli e lungo le linee di traffico, una situazione che andrebbe denunciata, non per speculare, ma per trovare soluzione ad un problema sociale drammatico.

Se poi si entra in Senologia, si rimane stupefatti dalla mole di lavoro. Il personale sa quando apre il reparto, ma non c’è certezza di quando possa tornare a casa. I medici sono insufficienti e devono lavorare con macchinari obsoleti, perché l’Azienda sanitaria ha imposto, contro il loro parere, l’acquisto di macchine superate e che rimangono così inattive per anni.

Leggiamo la cronaca provinciale di soli quindici giorni. Neuropsichiatria infantile nelle valli? Si è costretti a scendere a Trento con tempi di attesa lunghi fino a due anni.

Riabilitazione e Fisioterapia? Impossibile ovunque. Macchine obsolete, inefficaci e tempi di attesa che variano dai 6 agli 8 mesi.

La prevenzione nelle scuole e nei territori? Se si esce dal tema dell’alcolismo totalmente assente.

Villa Igea? Si respingono perfino le operazioni a fratturati al femore. Gli utenti vanno a Bressanone e il giorno dopo sono operati. A Villa Igea la terza sala chirurgica rimane costantemente chiusa per carenza di personale.

Urologia a Rovereto è praticamente inaccessibile, manca personale in chirurgia vascolare e urologica.

L’astanteria a Trento periodicamente viene chiusa per carenza di personale e di posti, con ripercussioni gravi su tutta la struttura ospedaliera del Santa Chiara.

Ad Arco Pneumologia è a rischio. Continui scavalchi, situazioni di lavoro sempre più precarie perché in Trentino non ci sono posti letto sufficienti.

A Rovereto un medico fa causa all’Azienda Sanitaria perché dovrebbe occuparsi dell’astanteria ma non ne ha il tempo e le sue sollecitazioni non trovano risposta.

A Cavalese un medico avvia la causa di mobbing contro il primario di Chirurgia e il giudice ne accoglie le motivazioni.

L’Azienda Sanitaria viene condannata in una causa di lavoro perché rifiuta il confronto col sindacato perfino sull’informazione preventiva dell’organizzazione del lavoro.

Attività radiologica per la risonanza magnetica: il camion della vergogna come viene definito sui quotidiani locali, sporco, di difficile accesso, viene sostituito.

Il reparto oncologico è in crisi totale, nonostante l’abnegazione al lavoro dei dipendenti.

Neonatologia scoppia, le madri sono costrette ad andare a Bressanone, causa carenza di personale ma anche di culle.

Le guardie mediche, 33 sedi sul territorio, ormai sfiduciate, debbono chiedere ai pazienti di portarsi le forbici per una medicazione, costrette al lavoro in spazi angusti, ambulatori sporchi, vetri delle finestre rotti e operatori che si licenziano. Tutti allo sbando con una situazione destinata a peggiorare, perché li si vuole collegare alle chiamate del pronto intervento, il 118. In pratica troppi medici sono costretti a coprire le emergenze pur non avendone le competenze, in presenza di strumentazione obsoleta, corse in ambulanza senza copertura assicurativa e lavoro continuato anche oltre le 12 ore consecutive.

Tutto questo è solo la sintesi di 15 giorni di lettura dei nostri quotidiani. Sappiamo come sia difficile per un operatore sanitario far uscire le informazioni. Solo poco tempo fa l’assessore Andreolli è straripato in pubblico contro un medico perché denunciava, con dati e analisi dettagliate, situazioni di difficoltà nell’ospedale di Cavalese "Come si permette, Lei che è lautamente pagato dall’Azienda, di presentare in pubblico una simile analisi?"

Lo stesso paziente si trova in posizione di debolezza e ha paura di denunciare.

Il cittadino trentino cosa percepisce oggi dall’Azienda sanitaria? Che il direttore generale è il più pagato d’Italia e che viene continuamente premiato con ulteriori indennizzi.

Che le convenzioni con strutture private, con ospedali esterni o con singoli professionisti hanno raggiunto livelli intollerabili, che si inventano nuovi servizi e si aprono sportelli senza poi poter gestirne la qualità. Che le liste di attesa sono eterne, in quasi tutti i settori. Che si aprono nuovi reparti, come Neurochirurgia, con la previsione di ulteriori 23 nuovi infermieri, che arriveranno a 100 a progetto concluso, quando mancano altre risposte ben più urgenti, sul territorio e negli ospedali.

Che si stanno spendendo oltre 6 milioni di euro (2,5 solo nel 2007) per la medicina nucleare, Pet – Ct, con altre centinaia di migliaia spese per il noleggio di apparecchiature della risonanza quando non si riesce nemmeno a fornire risposte a reparti strategici come Oncologia e Senologia o a modernizzare le apparecchiature delle fisioterapie. Che si progetta un nuovo ospedale a Trento, costo centinaia di milioni di euro, mentre si ristruttura e si potenzia l’esistente

La lettura del personale dipendente poi diventa implacabile. La generosità da questi offerta negli ultimi anni ha dell’incredibile. Ma i conflitti interni sono aumentati, l’insoddisfazione divenuta cronica porta alla rassegnazione e altri colleghi invece vivono un insieme di privilegi legati alla facilitazione all’accesso delle prestazioni libero professionali interne e non solo. Non ci sono sostituzioni in presenza di malattie lunghe e drammatiche, nemmeno a livello dirigenziale o in caso di maternità. Il peso del lavoro viene fatto ricadere su chi rimane.

Poco tempo fa, durante una trasmissione televisiva, al solo accenno di queste difficoltà la vicepresidente della Provincia definiva il quadro eccessivo. Lei, affermava, si era trovata benissimo e aveva ricevuto prestazioni veloci e di alta qualità. Nessun dubbio, il suo collega assessore ricoverato per una banale lite era riuscito perfino ad avere le troupe televisive in camera. Ma mettiamoci nei panni del cittadino privo di conoscenze, che viene travolto o da una tragedia famigliare o da malattie gravi. Questi, oltre a dover lottare contro il male, sarà costretto a combattere contro l’insieme di inefficienze qui solo accennate e tempi lunghi, in un sommarsi di ansia e delusione.

Così, senza dichiarare nulla, anche in Trentino si aprono le porte alla sanità privata, come già accaduto in Lombardia e come accade nel Veneto, regioni governate dal centrodestra. Ma almeno lì le intenzioni degli amministratori sono esplicite. Sul nostro territorio si vive invece di demagogia e di immagine.

La riabilitazione, forzatamente, viene affidata non solo alle cliniche private nel caso degli anziani, ma anche alle tante strutture private presenti nelle periferie. Vi si trovano tempi celeri e strumentazione adeguata, formazione professionale di prima scelta. Per Neurochirurgia, Oncologia e Traumatologia si viene costretti ad emigrare nelle regioni vicine, anche a causa di liste di attesa sempre più insopportabili.

Ma queste scelte può affrontarle solo il cittadino benestante e così si crea una sanità a due livelli: chi dispone di conoscenze o risorse economiche troverà risposte celeri, pensionati e lavoratori dovranno mettersi in coda.

L’altro aspetto dell’inadeguatezza della nostra offerta sanitaria lo troviamo nella politica del personale, un vero fallimento. Invece di assumere si preferisce pagare una prestazione medica proveniente dall’esterno oltre 2.000 euro il giorno. O si aumentano, retribuendole fino allo scandalo, le prestazioni libero professionali interne, si costruiscono esternalizzazioni affidate a cooperative (guarda caso come avviene in Lombardia). Si appalta perfino l’assistenza con la proposta di reclutare personale infermieristico a tempo determinato, si assumono lavoratori a progetto e interinali ingaggiati ad ore. In pratica anche il lavoro dentro gli ospedali si prepara al doppio binario: una classe di garantiti ed un’altra, sempre più consistente, di precari.

E’ troppo parlare di fallimento della politica sanitaria trentina? Senza dubbio sono troppe le situazioni di crisi. E non si vuole negare al nostro territorio l’investimento nell’eccellenza. Ma in presenza di 500.000 abitanti, prima è necessario offrire risposte alle situazioni di emergenza e poi investire nella riqualificazione complessiva del sistema. Anche perché le spese per la nuova Neurochirurgia a Trento, o per la Pet, probabilmente andavano inserite in un piano d’azione, in una strategia a vasto raggio che avrebbe dovuto coinvolgere i territori confinanti, Bolzano come minimo, ma anche Verona, il bellunese, il bresciano, Innsbruck.

Ma sembra che sia impossibile chiedere tanto alla nostra politica quando nemmeno risponde alle esigenze primarie dei territori, delle guardie mediche, della prevenzione delle malattie.

Se quindici giorni di giornali presentano questo quadro della sanità trentina, una qualche riflessione il mondo politico trentino dovrà pur farla, anche perché siamo governati da ormai 9 anni da un governo di centrosinistra e da 4 anni la sanità è presidiata nientemeno che dal segretario provinciale dei DS. E la qualità dell’offerta sanitaria di una amministrazione è lo spartito che definisce anche la qualità dell’insieme dell’azione amministrativa in un territorio.