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Bruno Betta

Dieci anni fa scompariva un grande uomo di scuola, esponente esigente della cultura laica trentina.

Franco de Battaglia

Ricordare Bruno Betta a dieci anni dalla sua scomparsa - e a un secolo (era nato nel 1908) dalla sua nascita - significa constatare quanto la sua presenza manchi oggi forse più che allora, non solo alla sua famiglia, ai suoi figli, ma a tutta la cultura civile del Trentino.

Manca la sua testimonianza diretta nella scuola, portata avanti per più di quarant’anni prima come insegnante (filosofia al Liceo Prati) poi come preside, all’Istituto Magistrale-Liceo Rosmini. Preside, che non significa solo "dirigente" di una scuola, ma riferimento di esempio, di stile, di disciplina per gli studenti e di confronto, stimolo, e difesa per gli insegnanti.

Manca la sua presenza nel dibattito su come avviare alla vita le giovani generazioni, confronto cui era sempre stato assiduo anche in tarda età e che l’avrebbe sicuramente appassionato di fronte ai problemi di oggi, che poi si riducono tutti ai problemi di ieri, su come contemperare la libertà con la disciplina interiore, l’individualità con la responsabilità sociale.

Negli ultimi anni della sua vita il senso di vuoto che il suo pensionamento aveva lasciato, nel 1974, quasi in coincidenza con il grande rivolgimento della scuola e della società italiana, era stato in parte colmato dall’ammirato stupore con cui ex alunni, allievi e concittadini seguivano la sua prodigiosa e lucidissima opera memorialistica e letteraria. "Il Tempo di Evandro", quasi un "Bildungsroman" sulla sua formazione interiore, costruzione della personalità ed iniziazione alla vita, dal vecchio Trentino asburgico alla giovinezza condizionata dal fascismo, era uscito per i tipi della "Temi" di Riccardo Bacchi quasi come una rivelazione, facendo intravedere, dietro l’austera, a volte rigida, figura del professore una sensibilità umana profondissima. Poi "3653 giorni", dal titolo così suggestivo, sugli anni della guerra e dell’internamento nei lager della Germania, e i racconti di "Un pomeriggio di settembre", fino all’ultima raccolta di poesie, quasi un estremo congedo, "Per chi se non per te", dedicato all’amatissima moglie che di pochi mesi l’aveva preceduto nell’infinito mistero dell’"Onnicreatrore", il dio "Pancreator" nel quale il laico Bruno Betta credeva: "Tracciò l’Onnicreatore il segno/ al corso della vita…".

Quanta grandezza laica in questi versi che sembrano aprirsi come una finestra sul mondo, a fronte delle misere querelle di questi giorni fra creazionsiti ed evoluzionisti, tutti lontani dalla vita e dall’anima. Poi era però venuto il silenzio, dovuto e necessario dopo una vita così lunga, che aveva visto l’attentato di Sarajevo e la caduta del Muro di Berlino, dopo un’esistenza così esposta, sempre in prima fila, sempre a viso aperto nella scuola, fra migliaia di studenti e centinaia di insegnanti, diversissimi fra loro, con interventi sulla stampa frequentissimi. Perché per Bruno Betta l’insegnamento era un impegno totale, che non poteva soltanto stare rinchiuso nelle aule della scuola, ma dalla scuola – laboratorio vitale, momento irripetibile dell’incontro fra generazioni – doveva esondare, riversarsi nella società civile.

Chi insegna ha un lavoro di grande fatica e di grande sacrifico, oggi come allora, ma ha il privilegio altissimo di vivere esperienze accanto alle giovani personalità che formeranno la vita e il mondo di domani, di misurarne gli umori, le paure, le debolezze, i linguaggi, le forze. Non c’è alternativa al dare fiducia ai giovani – perché costruiranno il domani – ma proprio per questo c’è l’obbligo, per chi insegna, di trasferire le esperienze maturate in classe nella città, sulle strade, sui giornali, nella società civile. Cosa che Bruno Betta faceva, cosa che molti oggi, non sempre fanno, quasi che la scuola sia diventato un mondo separato, un affare riservato fra le dirigenze e l’assessorato.

Non a caso, proprio per stringere sempre più un legame fra conoscenza e cittadinanza, fra scuola e città, Bruno Betta fu a lungo presidente della "Pro cultura" (gli faceva da braccio destro Ulisse Marzatico) in anni di non facile presa di coscienza civica rispetto ad abitudini e pregiudizi clericali. Non è stato questo l’ultimo suo grande merito. La preoccupazione principale di Bruno Betta, cittadino ed educatore, era che la scuola perdesse i contatti con la società. Cessasse di essere strumento di misura della società civile ed anche di sua contraddizione. Per questo poneva al vertice di tutti gli insegnamenti, quasi a coronarli, l’educazione civica (oggi non a caso caduta nel dimenticatoio, dentro e fuori le aule scolastiche), per questo scrisse e pubblicò nel 1954 "Per oggi e per domani", un libro, un manuale di introduzione al vivere di cittadini che opportunamente, e con lungimiranza, "Didascalie" e l’assessorato provinciale all’Istruzione hanno ristampato. Dopo mezzo secolo il libro era ormai introvabile, posto che già negli anni Cinquanta aveva suscitato alcune reazioni negli ambienti più bigotti, timorosi che i giovani venissero educati con spirito democratico,a pensare con la propria testa.

Le reazioni di allora appaiono oggi, a rileggere il libro (un po’ datato nello stile, ma modernissimo nei contenuti) assolutamente assurde. Di certo quel titolo "…per domani", appare profetico. Non è un libro da adottare come testo scolastico, ma in mano ad un insegnante appassionato fornisce un ventaglio amplissimo di spunti, conoscenze, riflessioni, informazioni sulla "terra natale" (il Trentino, che si allarga ad una pluricittadinanza che abbraccia l’Europa e diventa solidarietà verso i popoli di tutto il mondo) e sul ruolo che ogni buon "cittadino" deve ritagliarsi.

Sotto questo aspetto sembra opportuno aggiungere che chi scrive non è stato allievo di Bruno Betta, lo è stato di suo fratello Nino, di pari livello intellettuale e impegno civile, forse poeticamente più geniale anche se più fragile, come testimoniano i suoi romanzi e la biografia di Leopardi, che resta sicuramente la più bella e percettiva che sia stata scritta. Il ricordo di Bruno non è quindi per averlo visto in cattedra, ma per il mestiere di redattore del giornale al quale il professor Betta inviava i suoi interventi, l’Alto Adige, ora Trentino, e scrivere su un giornale è un po’come fare il maestro di scuola, fra le colonne di stampa, invece che fra i banchi, una dimensione in cui Bruno Betta si riconosceva.

Negli ultimi anni Betta telefonava spesso al giornale, seguiva i dibattiti, inviava i suoi interventi. Ricordo come un privilegio, ma anche come una trasmissione diretta di impegno (Betta affidava doveri, non gratificazioni) un’ultima telefonata, pochi, pochissimi giorni prima della sua morte. Mi disse solo: "Mi raccomando. continuate a scrivere, a difendere la scuola trentina". Era preoccupato per il demagogismo facile che subentrava. Temeva che non si capisse – che non si volesse capire - che la scuola è l’istituzione base del viver civile, che va oltre la politica, le istituzioni, l’autonomia, la giustizia, il parlamento, la stessa vita. A Bruno Betta non interessava morire. Interessava che giovani che non aveva mai conosciuto, che non avrebbe mai conosciuto, crescessero liberi, non condizionati, onesti.

Questa è la scuola e questo era Bruno Betta.

Era nato a Rovereto nel 1908, il papà Abramo era maestro e poi direttore didattico. A sei anni, quando i bambini vanno a scuola, dalla maestrina con la penna rossa, dovette andare sfollato con Nino e la sua famiglia, in Val di Fiemme, per la guerra. La fascia rovertana e lagarina del Trentino era fronte, terra bruciata. La sua disciplina interiore, fortissima, che a volte sembrava eccessiva anche ai suoi tempi, la imparò lì. Occorreva studiare ogni giorno in casa – sia pure sotto la guida di papà e mamma - anche senza avere obblighi. Gli obblighi occorreva imporseli.

Ma lì imparò anche che il segreto della libertà sta nell’incontro fra classi sociali diverse, non nel vivere in ghetti dorati o intellettuali. "Il tempo di Evandro" racconta i giochi con i ragazzi del paese, le spedizioni nei fienili. Ma poi c’era sempre il ritorno allo studio, perché occorreva superarla quella guerra, tornare a vivere. Studiare era la sua battaglia. Chi legge il "Il tempo di Evandro" capisce benissimo come lo studio, per Bruno Betta, fosse una "guerra di liberazione" interiore e civile. Oggi, a molti, a troppi, lo studio appare come un pedaggio dovuto per raggiungere altri fini: i soldi, il successo, semplicemente il diploma. O un parcheggio sociale.

Per Bruno Betta era la partita decisiva per essere libero e fare liberi gli altri. Sfollato in Fiemme, capì anche come le piccole patrie, la terra natale come la chiamava con un termine bellissimo, si salda alle altre grandi patrie del mondo sostenendole. All’Europa. La terra natale non è chiusura, se intesa con amore universale, è capacità di comprendere, di non rendere astratte le idee, di farle camminare sulle gambe degli uomini, di impedire che gli ideali diventino perniciosi "ismi" ideologici. Fu sempre così la scuola di Betta, mentre studiava sotto il fascismo, mentre insegnava negli anni difficili della guerra e del dopoguerra, mentre rivendicava il dovere per ogni giovane di sentire due campane e si inimicava i gerarchi e i bigotti.

Il suo insegnamento era maieutico, socratico: doveva servire ad "imparare ad imparare" non ad imbottirsi di nozioni.

Un suo allievo, Giorgio Jellici, lo ricorda così negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, dopo che Betta aveva fatto la sua seconda resistenza, nei lager, "insegnando" appunto (ore di filosofia, di letture dantesche) ai suoi compagni di sventura perché non smarrissero la loro dignità, perché capissero il "domani" che arrivava e non si piegassero alle lusinghe di chi prometteva la liberazione dalla prigione se si fossero iscritti alle file dei repubblichini di Salò.

Scrive Giorgio Jellici: "Abbordava ogni lezione come fosse stata la sua battaglia decisiva, senza ricorrere allo spauracchio di pene eterne,solo facendo appello a quanto di più nobile c’era in noi. Ci parlava molto di doveri, meno di diritti. Quando non rispettavamo le regole del gioco aveva una frase per scuoterci: ‘Siate signori, per dio, ricordatevi della vostra responsabilità verso la società’! Ci metteva in guardia dal conformismo delle "pecore che seguono il gregge".

Egli vedeva la scuola come architrave di una articolata e complessa costruzione civile, morale e territoriale, non certo come propedeutica al marketing. Ognuno che gli è stato allievo avrebbe una parola da dire su Bruno Betta, una storia da raccontare. E queste storie sarebbero il miglior ricordo di lui.

Ma per congedarsi da Bruno Betta comprendendolo fino in fondo, nella sostanza della sua vita e del suo insegnamento, credo occorra fermarsi su un particolare. Bruno Betta è stato l’uomo il cui primo libro è stato un testo appassionato di educazione civica rivolto ai ragazzi: "Per oggi e per domani", preciso, impegnato, esigente. Ed il cui ultimo libro, quarant’anni dopo, una raccolta di liriche, di poesie alla moglie amata: "Per chi se non per te?".

L’ultimo compito del vecchio professore sono state le lettere d’amore alla donna della sua vita.