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Compra un prete!

La Chiesa come appare negli spot pro 8 per mille: una bella merce, fotogenica, da piazzare, le mille miglia distante dalla realtà.

Bisogna prestare un po’ di attenzione per non confonderli con altri spot, tipo quelli dell’amaro Montenegro, in cui "lo stambecco più bello del parco" cade nel dirupo e il veterinario, assistito da un gruppo di amici, si prodiga per salvarlo. Gli spot per l’8 per mille alla Chiesa cattolica ubbidiscono infatti agli stessi principi nella costruzione dell’immagine pubblicitaria: montaggio veloce, dissolvenze incrociate, musica tipo "Mission"... E sono popolati di preti nella neve, oratòri nella nebbia, chiesette di campagna, fotogenici negretti, parroci di confine, drogati pentiti, barboni speranzosi... Nel rapporto tra uno stile così concepito e i contenuti che veicola sta tutto il malessere che deriva dalla visione di questi spot.

Il modo in cui sono girati serve a una sola cosa: abbellire. Abbellire le situazioni-limite, gli ambiti problematici, i casi umani. Ma la missione della Chiesa cattolica non dovrebbe essere una "mission" come la intendono gli uomini-marketing. La confezione con cui viene venduto il "pacchetto Chiesa" costruisce intorno a una richiesta, anche legittima, di finanziamento, un discorso ideologico, finto, retorico, che finisce fastidiosamente per mimetizzarsi indistinto all’interno del mistificante mondo della pubblicità.

Lo spot sulla comunità di recupero di Forlì dura trenta secondi, e in questi trenta secondi contiamo trentun inquadrature. Il ritmo è proprio quello delle pubblicità più martellanti. In tutti gli spot, le immagini non sono rispettose dei contesti di degrado e di abbandono che vorrebbero descrivere: perché il modo con cui gli ambienti sono ripresi finisce per patinarli e per ripulirli; perché le location (i colori vivaci dell’Africa, la neve della Val d’Aosta, il mare di Linosa) sono scelte apposta per essere carine; perché si vuole costruire un’atmosfera che è identica a quella che costruisce la Barilla quando vuole venderti la pasta.

Gli spot sono stati realizzati dal colosso pubblicitario Saatchi & Saatchi. In televisione ne vengono trasmessi, con una notevole frequenza, almeno otto diversi. Nel sito www.8xmille.it – che raccoglie le campagne realizzate negli anni – se ne possono vedere addirittura 41.

Gli spot sono suddivisi per area geografica: 12 rappresentano realtà del Nord Italia, 8 del Centro, 8 del Sud e Isole. Il maggior numero di spot (13) rappresenta missioni all’estero, cui è destinato però solo l’8% dell’otto per mille (nel 2005, dati CEI). Sarebbe decisamente più corretto se a un 32% (13 su 41) di spot sul Terzo Mondo corrispondesse un 32% anche nella destinazione dell’8 per mille. Altrimenti si rischia di trasmettere la spiacevole sensazione che i baby-calciatori di Nairobi, l’ex carcerato di Rio, gli orfani del Guatemala servano solo come testimonials (non è una bella parola) per mettere in piedi una facciata vendibile.

Il 35% dell’8 per mille viene invece dedicato a "interventi nazionali" (edilizia di culto, culto e pastorale, beni culturali, un po’ di carità), il 24% alle diocesi italiane, il 32% ai sacerdoti. Siamo tutti d’accordo sul fatto che i sacerdoti abbiano bisogno di nutrirsi, fare rifornimento di benzina, comprarsi libri e dischi. Sono le attività che facciamo anche noi tutti i giorni. Quelle cose che ci costringono a lavorare, a procurarci uno stipendio. Anche i sacerdoti lavorano: celebrano messa, confessano i fedeli, ripassano la Bibbia, preparano le omelie, organizzano campeggi per i ragazzi e spesso aiutano la povera gente. Facendo tutte queste diverse attività, quindi, i sacerdoti hanno diritto a uno stipendio. Basterebbe dirlo, in modo piano. Senza voler prendere in giro (come prendono in giro i pubblicitari) la gente con gli spot.

La Chiesa si dimostra così collusa con la pervasiva trama della persuasione pubblicitaria perché evidentemente ritiene che, per convincerci a darle i nostri soldi, non funziona molto mostrare un prete normale che fa benzina in via Brennero. Le sembra più invitante esibire sacerdoti che camminano fra prati innevati e negretti destinati al mondo del crimine redenti dall’incontro salvifico con un missionario.

Ma nel mondo della pubblicità, che tende all’imbroglio e alla falsificazione, la Chiesa pare trovarsi anche troppo bene. E’ risaputo che la Chiesa col marketing ci sa fare. Sul tema esiste un libro, che si intitola "Gesù lava più bianco", autore Bruno Ballardini, editore Minimum Fax. Ribadendo e serializzando questo fatto ogni sera, quegli spot rendono però tale verità profondamente sgradevole. E’ sgradevole pensare che tanti soldi dell’8 per mille vengono spesi per finanziare spot per l’8 per mille realizzati così. Spot che servono a rendere la Chiesa un bella merce da piazzare, una merce vendibile.

Come si sa, le pubblicità migliorano i prodotti: non si ha mai la pretesa che la pizza che ci si porta a casa per scongelarla nel microonde abbia lo stesso aspetto di quella della pubblicità che pur, magari, ce l’ha fatta comprare. Così, purtroppo, è anche per la Chiesa cattolica, la cui distanza reale dalla rappresentazione pubblicitaria non ha bisogno di sottolineature. La Chiesa reale è molto più brutta, meno fotogenica, piena di cose imbarazzanti… Ma ha una qualità: è reale. Alla Chiesa da spot, preferiamo – decisamente, nonostante tutto – la Chiesa quella vera.

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