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Violenza o democrazia?

La contestazione a Prodi al Festival dell’economia. I giornali trentini, Prodi e Dellai.

Quanto accaduto sui due maggiori quotidiani trentini il giorno seguente alla contestazione subita da Romano Prodi al Festival dell’Economia è di grande rilevanza sul piano comunicativo, in particolare su quello della comunicazione giornalistica, e stimola almeno un paio di riflessioni.

Auditorium di Trento: la contestazione a Romano Prodi da parte del Comitato No Dal Molin.

La prima riguarda le modalità con le quali è stata data copertura alla protesta contro l’ampliamento della base Usa "Dal Molin" di Vicenza. Si è avuta per l’occasione una conferma eclatante di quelli che sono i cosiddetti "valori-notizia" oggi imperanti all’interno della maggior parte delle redazioni giornalistiche, nazionali e locali. Stupore, clamore, sorpresa, curiosità: la capacità di suscitare nel modo più accentuato possibile questo genere di emozioni nel lettore è il valore-notizia oggi ritenuto nettamente più importante di qualunque altro. Peccato che l’infotainment – ovvero l’informazione spettacolo che il perseguimento ossessivo di tale valore produce in quantità industriali – si dimostri particolarmente efficace ad incrementare il numero delle vendite dei giornali in edicola (e degli ascolti in tivù), ma non la qualità del dibattito pubblico, che anzi ne risulta gravemente compromessa.

Cominciamo dalla ricostruzione dei fatti. Domenica 3 giugno, ore 12. Il calendario del Festival dell’Economia riserva quello che per certi versi è ritenuto l’appuntamento più importante, col Presidente del Consiglio Romano Prodi. Il pubblico accorre numeroso, e ben prima dell’inizio dell’incontro col premier i posti dell’Auditorium Santa Chiara che ospita l’evento sono già tutti occupati. Ben prima dell’arrivo di Prodi, cominciano a farsi vedere e sentire anche le circa trecento persone – per lo più vicentini – giunte al Santa Chiara per contestare il capo del governo, ai loro occhi reo di non essersi opposto all’ampliamento della base americana di Vicenza. Di loro, una quarantina circa entrano nell’auditorium nascondendo ciascuno sotto gli abiti una bandiera con la scritta "No Dal Molin". Dopo venti minuti dall’inizio dell’intervento di Prodi, estraggono le bandiere alzandosi in piedi e interrompendo il premier con lo slogan "Governo vergogna, Vicenza non è in vendita".

Romano Prodi

Breve intervento sul palco, consentito dal moderatore Ferruccio De Bortoli, della portavoce dei contestatori, la casalinga Cinzia Bottene, nessuna replica di Prodi, e in pochi minuti i vicentini abbandonano l’auditorium.

Al termine dell’intervento di Prodi, i contestatori sono ancora fuori. Decisi a non lasciare passare l’auto del Presidente del Consiglio, si sdraiano per terra e inscenano una protesta nonviolenta, finendo per essere infine spostati di peso dalle forze dell’ordine. Al passaggio delle auto presidenziali nello stretto varco venutosi a liberare, il capo della Digos, un funzionario della Polizia e un vicentino finiscono tutti e tre con un piede sotto le gomme. E qui finisce la cronaca della protesta.

L'esponente del No Dal Molin Cinzia Bottene.

Prima di vedere che copertura ne hanno dato l’Adige e il Trentino, vale la pena riportare immediatamente le parole (riferite dal Corriere dell’Alto Adige il 5 giugno a pagina 2) pronunciate il giorno seguente alla protesta da una figura al di sopra di ogni sospetto (di essere dalla parte dei contestatori, s’intende), ovvero il questore di Trento Angelo Caldarola: "Scontri non ne ho visti e colluttazioni non ce ne sono state. Questa è la mia parola, ammesso che valga ancora qualcosa. Io ero là e quello che ho visto è stato una libera espressione del pensiero in piena democrazia. Una protesta civile di cui abbiamo preso atto". E ancora: "Si è trattato di persone normali che sono entrate nell’auditorium nel loro pieno diritto. Non avevano mazze travisate, non hanno lanciato le uova e non hanno insultato nessuno. […] C’è stata una contestazione verbale, nessuno vuole negarlo; capisco che possa dare fastidio, ma da qui a parlare di black bloc o di infiltrati ne corre. Violenze, lo ripeto, non ce ne sono state. Questa è solo democrazia".

Vediamo allora qual è stato il resoconto della protesta che Caldarola ha definito "solo democrazia".

Cominciamo dalle prime pagine. "Contestato Prodi, scontri e tre feriti" è il titolo principale de l’Adige, sotto il quale campeggia una grande foto a colori di un contestatore trascinato via dagli agenti.

"Trappola per Prodi al Festival" è il titolo principale del Trentino, sormontato dall’occhiello "Il Presidente contestato all’auditorium, tensione e incidenti all’esterno con i no-global".

All’interno, i toni da apocalisse sono gli stessi: "La protesta contro il premier finisce a botte, fischi e spinte", è il titolo principale di pagina 2 del Trentino, disteso su due righe e su quattro delle sei colonne del quotidiano. Sotto di esso, due grandi foto che ritraggono sempre lo stesso soggetto: i caschi dei poliziotti in tenuta anti-sommossa indaffarati a trascinare via i contestatori.

I VIP a sentire Prodi: in prima fila Gary Becker, Lorenzo Dellai e Innocenzo Cippolletta.

L’Adige, se possibile, accende ancora di più i toni. Il titolo a caratteri cubitali che si distende a tutta pagina (la quarta) è quasi identico a quello della prima: "Prodi contestato: scontri e tre feriti". La pagina è riempita da 5 foto, delle quali 4 ritraggono sempre loro, gli agenti che trascinano via i contestatori, uno dei quali è fotografato addirittura a gambe all’aria.

Solo leggendo i pezzi di cronaca, il lettore che non si fosse fatto eccessivamente influenzare dai toni eccitati degli elementi più visibili delle pagine (cosa peraltro alquanto difficile) avrebbe potuto accorgersi del grande distacco tra la realtà raccontata dai titoli e dalle foto e quella raccontata dagli stessi articolisti, i quali, al di là di qualche accento ancora troppo concitato e di qualche infelice metafora bellica, si sono limitati a riferire quanto in effetti accaduto: una protesta senz’altro calorosa, ma per nulla violenta, come avrebbe poi riferito, lo abbiamo visto, niente meno che il questore di Trento. "Violenze, lo ripeto, non ce ne sono state. Questa è solo democrazia": le parole di Caldarola hanno rappresentato una smentita clamorosa delle "botte", degli "scontri" e degli "incidenti" di cui hanno parlato i due quotidiani nei loro titoli e che hanno maldestramente provato a documentare con fotografie che, una volta di più, hanno dimostrato quanto lo stesso linguaggio fotografico, alla faccia di chi lo ritiene più obiettivo della parola, possa riuscire a distorcere la realtà, se l’obiettivo inquadra solo i pezzi della medesima che si vuole enfatizzare, lasciando nell’ombra il resto.

Il 4 giugno 2007, per quanto detto, è una data che potrà essere ricordata come una débacle dell’informazione (locale e nazionale, che si è comportata pari pari).

Ma c’è anche un’altra riflessione da fare, a margine di questa vicenda. Lo stesso giorno in cui hanno messo in scena botte, scontri e incidenti mai accaduti, i due quotidiani hanno dato ampio risalto alla stizza del Presidente della Provincia Lorenzo Dellai. Valga per tutti il sommario della prima pagina de l’Adige: "Il governatore: cinismo mediatico ad uso delle tivù". Dellai ha in pratica accusato i contestatori di aver rifiutato la proposta fatta nei giorni precedenti di aprire un tavolo di discussione con Prodi, volendo a tutti i costi inscenare una protesta che sapevano avrebbe avuto grande risalto sui media. Il giorno seguente, sempre su l’Adige, Paolo Pombeni, nel suo fondo, avrebbe scritto: "La sceneggiata di Trento dei «No Dal Molin» (non saprei trovare altra definizione appropriata) si inserisce a meraviglia nel grande carosello mediatico a cui si è ridotta la politica italiana. Infatti ciò che conta non è più la possibilità di ottenere un qualche risultato (del tutto esclusa nella vicenda specifica), ma quella di finire sul teleschermo e sui giornali".

Lorenzo Dellai e Romano Prodi.

Questa sì che è bella. Ricapitoliamo. I giornalisti vengono attratti come mosche al miele da proteste di grande effetto e carica emozionale come quella inscenata dai vicentini. Quando si trovano di fronte a casi di tal genere, gli operatori dell’informazione perdono completamente la testa, e finiscono col vedere solo l’elemento spettacolare, arrivando ad esagerarlo in maniera persino sfacciata, come è capitato questa volta. E Dellai che fa? S’indigna del cinismo mediatico dei contestatori – a nostro avviso, non cinismo, ma intelligenza comunicativa – e rende nota la sua indignazione a quegli stessi giornalisti che sono caduti nella tela tesa dai "ragni" vicentini, contribuendo in modo decisivo alla riuscita della loro protesta. Nemmeno sfiorato, Dellai, dall’idea di rivolgere una critica a loro, i giornalisti appunto, senza la cui ossessione per tutto ciò che fa spettacolo i vicentini non avrebbero avuto probabilmente nemmeno la metà dell’enorme attenzione che invece hanno catturato. E peggio di Dellai ha fatto Pombeni. Perché ha lamentato le stesse cose di Dellai, e se l’è presa, come Dellai, con i contestatori e non con i giornalisti. Solo che lo ha fatto, doppia contraddizione, scrivendo sulle stesse pagine che il giorno prima avevano contribuito in modo decisivo al carosello mediatico da lui denunciato.

Dellai e Pombeni hanno in sostanza fatto la figura di colui al quale fu indicata la luna e che guardò il dito. Finché le proteste – sacrosante – contro la spettacolarizzazione mediatica della realtà verranno rivolte ai soggetti della realtà spettacolarizzata e non a chi la spettacolarizza, i media potranno continuare impunemente a imbastire i loro show, e la qualità del dibattito pubblico ad avvizzire sempre più tristemente.

Aggiungiamo soltanto qualche altra considerazione su come la politica ha reagito a questa manifestazione di dissenso. Può piacere o non piacere, ma da sempre, in democrazia, quando non si ritiene di avere lo spazio per esprimere le proprie opinioni, quello spazio lo si conquista con la forza. A Trento, il dissenso – pur forte nei toni e gridato come è spesso costretto ad essere quando viene dal basso – è stato contenuto, secondo le parole dello stesso questore, nei limiti di una protesta civile. I "feriti", lo ricordiamo ancora, sono per piedi schiacciati dalle auto blu.

Di fronte a una manifestazione di dissenso tutto sommato accettabile, le reazioni dei leader politici si sono dimostrate piuttosto nervose. Romano Prodi, interrotto nel suo discorso dai manifestanti, una volta terminato l’appello dal palco di Cinzia Bottene, ha ripreso la sua relazione esattamente dalla frase che gli era stata spezzata. Senza dedicare neanche trenta secondi a una risposta. Senza nemmeno prendere atto di quella presenza.

L'auto di Prodi al momento della partenza dall'Auditorium.

Arroganza? Irritabilità derivante da una debolezza politica rispetto al problema della base americana? Rifiuto di dialogo con i movimenti del tipo Nimby? Di fatto, la mancata risposta di Prodi è stata vissuta da tutti i presenti come un gesto di protervia. O, al minimo, di maleducazione personale. La reazione mette tristezza indipendentemente da come la si pensi su Prodi, sul suo governo, sulla questione della base americana.

Forse, per Prodi, per la sinistra di governo, il discorso sul no alla base USA è tanto difficile da accettare proprio perché è tanto manifestamente condivisibile: in base ai loro stessi principi, ai loro valori, al loro orgoglio.

Si aggiungono, poi, i commenti del presidente Dellai. Che mostra un fastidio abbastanza scomposto nei confronti di queste persone che vengono da fuori: "Fatevele a Vicenza le vostre porcherie", pare abbia detto ad un’innocua signora che voleva interloquire con lui. Poveri confinanti vicentini, già oggetto in Trentino di numerosi stereotipi del tipo pane-e-salame-sui-tornanti…

"Porcherie", nel linguaggio di Dellai, sta per "manifestazioni di protesta". Dellai se la prende quasi sul piano personale, come se il Festival dell’economia fosse il suo salottino buono, non un luogo pubblico di confronto democratico – con tutte le complicazioni non sempre (e non per tutti) piacevoli che girano intorno alla parola "democrazia".

Nella frase "Fatevele a Vicenza le vostre porcherie" c’è un sottinteso. Si sottintende che le proteste contro qualcosa vanno fatte solo nei luoghi direttamente interessati dal problema. Secondo questa logica, negli anni Settanta le manifestazioni contro Pinochet si sarebbero dovute fare solo in Cile. E’ il sintomo di una brutta tendenza a considerare estraneo tutto ciò che non ci riguarda direttamente. A modo suo, è una logica molto particolaristica. Molto "Not in My Back Yard". E invece Cinzia Bottene, fuori dal Santa Chiara, ha rilasciato dichiarazioni di questo tipo: "Noi non protestiamo solo per Vicenza. Protestiamo per tutta l’Italia. La base non è che non la vogliamo da noi. Non la vogliamo in Italia. E’ una base d’attacco, di guerra. Per questo la sua costruzione riguarda tutti noi e gli indirizzi di politica internazionale del nostro paese. Tra di noi c’è gente di ogni tipo per questo motivo".

Se le cose stanno come le spiega Cinzia Bottene, si fa fatica a lavarsi le mani rispetto alla questione solo perché la base la piantano in una provincia limitrofa, in un capoluogo che dista da Trento 90 km in direzione Sud-Est.