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Il capitale umano (e precario) del Mart

Molte promesse, ma nessun atto concreto per dare dignità al lavoro dei giovani collaboratori del museo di Rovereto.

Andrea Grosselli

La classe creativa al potere. Lo sosteneva la vicepresidente della Provincia di Trento, nonché assessore alla cultura, Margherita Cogo, quando un paio d’anni fa fece intervenire in videoconferenza da oltreoceano l’economista americano Richard Florida. La tesi del convegno era semplice (vedi La cultura molla dell'economia: funziona?): dove c’è creatività, c’è sviluppo. I territori che vogliono competere sul mercato globale devono saper attrarre menti aperte e garantirsi terreno fertile per le tre T dell’economia della conoscenza: Tecnologia, Talenti e Tolleranza. Era un invito manifesto alla terra che fu di Battisti e di Degasperi, a sprovincializzarsi e ad aprirsi al mondo, assumendo la capacità di farsi metropoli senza per questo perdere i benefici garantiti dall’essere una piccola provincia di periferia.

A pochi giorni dalla conclusione della seconda edizione del Festival dell’Economia, il richiamo di Florida risuona profetico. Fin dal 28 novembre 2005, quando si tenne il convegno su "Creatività e cultura per uno sviluppo locale innovativo" organizzato dall’Ocse, da Federculture e della Provincia, in Trentino si parlava di capitale umano. Allora Margherita Cogo precorreva i tempi nel riaffermare l’importanza della conoscenza nell’economia del futuro.

La location scelta dalla vicepresidente per rilanciare il verbo di Florida fu il Mart, simbolo per eccellenza di un Trentino che crede nella cultura e investe nella creatività. Almeno così doveva essere.

Oggi la scommessa della giunta provinciale, che sul museo roveretano ha riversato, negli anni, palate di quattrini, sembra persa. La verità è che nessuno ha creduto mai veramente nelle potenzialità del museo come motore di creatività e di sviluppo. Dai vertici provinciali alla dirigenza museale, tutti hanno pensato che far funzionare la macchina significasse solamente attrarre frotte di visitatori, allestire eventi di sicuro richiamo per il grande pubblico e così riempire bar e ristoranti della città della Quercia. Ma tutto ciò, a ben guardare, è quello che fa una Apt. Ad un museo come il Mart si chiede di essere qualcosa di più di un’agenzia di promozione turistica.

L’obiettivo per il Mart dovrebbe essere anche quello di diventare incubatore di nuovi artisti, di nuove discipline, e - perché no - di nuove professionalità. Ciò fino ad oggi non è avvenuto. Anzi, in Trentino qualcun altro – la Galleria civica di Trento – si è ritagliata sul campo e al suono di iniziative roboanti il ruolo di promotrice di giovani artisti che danno lustro a Trento richiamando l’attenzione internazionale sulla città e sul Trentino.

Anche sul fronte delle occasioni di lavoro il Mart non ha risposto alle aspettative. Ma prima di addentrarci in questo capitolo, è bene ritornare al convegno su creatività ed economia per riportare al lettore una citazione dal discorso di Irene Tinagli, collaboratrice italiane di Richard Florida. La fonte è l’Adige del 29 novembre. La ricercatrice così sentenziava: "Ricordiamoci che dalle statistiche, la fascia di popolazione più discriminata nell’accoglienza non sono gay o minoranze religiose, ma i giovani neo-laureati in cerca di primo lavoro".

Magari la dichiarazione può suonare strana ad alcuni. Chi conosce il lavoro immigrato sa quanta discriminazione nasconda. Ma nell’affermazione di Tinagli c’è qualcosa di vero e lo dimostra proprio il Mart. Presso il museo di Rovereto infatti, ormai da anni, operano almeno una trentina di collaboratori. Sono lavoratori dalle competenze professionali elevate, giovani neolaureati presenti in ogni settore del museo: dall’informatica, alla gestione degli archivi, dal settore mostre alle esposizioni permanenti, dalla didattica ai laboratori, dall’amministrazione al marketing. L’abbiamo già scritto: il Mart senza questi giovani lavoratori, praticamente non esisterebbe.

Ebbene tutti questi lavoratori non sanno da un anno all’altro che fine faranno. Altro che puntare sulla conoscenza, altro che valorizzare i giovani e le loro competenze, altro che dare spazio alla creatività! Sono questi giovani a subire più di altri le conseguenze nefaste della precarietà: contratti di collaborazione che durano al massimo un anno – a meno che non si abbia la partita Iva – compensi minimi che vengono aggiornati solo di rado, tutele sindacali inesistenti, aggiornamento e formazione a carico dei singoli lavoratori. Il tutto secondo la logica per cui lavorare al Mart è un privilegio.

Ma il privilegio sta diventando quello di qualcun altro, ossia di quelli che il Mart lo dirigono con un lauto stipendio, un contratto praticamente a vita, spesati e ricompensati per trasferte e pernottamenti in giro per l’Europa e tutele nelle più alte sfere del potere. Qui non si vuole mettere in discussione – non ne siamo competenti – le capacità professionali di Gabriella Belli e del suo staff (una collaboratrice della direttrice, anch’essa co.co.co., percepisce un compenso di 100.000 euro l’anno), ma l’abissale differenza tra chi è in e chi è out.

Oggi, a distanza di un anno e mezzo dal primo tentativo della Cgil – erano proprio i giorni del convegno con Florida – di intavolare una trattativa con l’ente e con la Provincia, ancora non si vede l’uscita dal tunnel. Anzi le promesse vengono smentite quotidianamente dai provvedimenti della Giunta provinciale e della direzione del museo. E’ stato posto infatti un limite massimo di un anno alle collaborazioni, è stato introdotto l’obbligo della firma per certificare la presenza sul posto di lavoro (ma sarebbero collaboratori e quindi svincolati da obblighi d’orario!), si prevede la riduzione dei contratti dei collaboratori della didattica.

Questa della didattica è notizia degli ultimi giorni ed è solo l’ultima prova dell’insipienza di chi dirige il Mart. Già oggi questi collaboratori non godono nemmeno di un contratto annuale. Tra una mostra e l’altra non vengono pagati e soprattutto la preparazione della loro attività è tutta sulle loro spalle. Ma questi lavoratori – in totale sono una trentina, ma solo in cinque hanno contratti di almeno sei mesi – sono l’interfaccia del museo con il pubblico. Non solo. Si tratta anche degli operatori che realizzano i laboratori dentro il Museo a favore degli alunni delle scuole trentine. In mano loro, in pratica, c’è il futuro pubblico del Mart. Ed è ben strano che un’istituzione tanto attenta al numero dei visitatori non investa sul personale che, solo, può garantire al Museo di avere in avvenire un pubblico più vasto e competente.

Anche di questo la Cgil ha parlato più volte con la direzione del Museo senza ottenere mai risposta. Anzi no, la risposta c’era: "Non dipende da noi, andate a bussare in Provincia". Che fino ad oggi ha fatto spallucce, promettendo stabilizzazioni senza mai mantenere la parola data. Il prossimo 18 giugno, finalmente, ai sindacati è stato concesso un incontro con il presidente della Provincia. In quel momento si misurerà la determinazione della Giunta provinciale ad investire sul capitale umano già in forza agli enti museali.

Per concludere, torniamo per un attimo al convegno su creatività e sviluppo. Il giorno successivo al convegno Gigi Zoppello dalle colonne de l’Adige ironizzava sull’intervento di Richard Florida, sottolineandone alcuni passaggi: "Richard Florida – scriveva Zoppello il 29 novembre - era già sparito nel buio del video, dopo aver sbattuto una scarpa (Prada) sul tavolo dicendo: ‘Io vesto Prada, le mie scarpe sono italiane, e così il vino che bevo! E voi mi chiedete su cosa deve puntare l’Italia?’" Bene. Aveva ragione Florida: Prada e un vino ricercato sono la prova dell’ingegno creativo degli italiani. Peccato però che al museo di arte contemporanea di Trento e Rovereto Prada e il Brunello di Montalcino se lo possono permettere solo la direttrice e l’assessore Cogo. Ai co.co.co. del Mart probabilmente non interessa nulla di una scarpa firmata e di un vino griffato.

Quello che chiedono è solo un po’ di certezza in più e soprattutto vedere valorizzato il proprio lavoro e le proprie competenza. Ma al Mart – l’assessore Cogo lo sa bene – questo per molti è purtroppo un privilegio irraggiungibile.